La fine della telefonata

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Nell’era della comunicazione alla portata di tutti, i nostri ragazzi sono abituati a comunicare costantemente via messaggi scritti ma farebbero qualunque cosa per evitare la telefonata vera e propria. Chiedergli di fare una telefonata equivale ad una delle prove più dure della vita, equivale a chiedergli di rompere schemi superiori. C’è una via di uscita? 

I miei figli sono stati gli straultimi nelle rispettive classi di dodicenni ad avere uno smartphone. Abbiamo avuto la fortuna di non avere gruppi WhatsApp scolastici, salvo qualcosa di sporadico per inviti a compleanni da cui a fine festa si cancellavano tutti. Mi rendo conto che forse abbiamo un uso del telefono atipico in questa famiglia, ma volevo parlarvi della pseudo-telefonata di Natale del quindicenne alle nonne.

A me piace un sacco ogni tanto farmi le telefonate affettuose con mia suocera parlando del niente, cosa avete mangiato, i bambini hanno fatto il compito in classe, avete tosato il cane, cosa fanno gli altri nipoti, che dice tua mamma. Si tratta del piacere di sentirci sul nulla, del semplice dirsi: io sono ancora qui e tu sei lì? Io sono ancora viva e tu sei viva? Io sono felice e tu come stai?  Insomma, quella che in comunicazione si chiama: funzione fàtica, che non ha a che fare né con le fatìche né con le fate, ma è quella funzione, cito dalla Treccani, che ha “il solo scopo di stabilire, mantenere, verificare o interrompere il contatto tra mittente e destinatario”.

Anche con mia madre piacerebbe farmene di più, ma i rapporti con le madri sono sempre quel tantino meno gratuiti, ci sono più preoccupazioni improntate al senso di responsabilità reciproche, abitiamo in paesi diversi e quindi c’è sempre l’urgenza atavica di non stare troppo al telefono che ci costa un patrimonio, giusto su skype ci rilassiamo un pochino.

Anche con maschio alfa ogni tanto ci mandiamo dei messaggini estemporanei, in genere di parole inventate che sappiamo solo noi, con funzione di bacino o coccola digitale “bloep! = ehi, sono qui e ti amo sempre come il primo giorno”.

Con i figli invece le comunicazioni o sono utilitaristiche, o nulla, e soprattutto: scritte. Sms, wazzap, ma mai un vivavoce. Questo soprattutto da quando il piccolo ha scoperto le e-mail da scuola, che una volta che diceva che si sarebbe fermato da un amico era la volta che da lavoro ero sconnessa e alle 19, mentre guidavo al buio sul ghiaccio accanto a un canale navigabile cercando di non scivolarci dentro mi chiama il padre allarmatissimo: “Orso non è tornato ancora a casa, ne sai qualcosa” e il dodicenne preciso e affidabile che improvvisamente non rientra a ora di cena suscita il panico, canale o non canale. Invece mi aveva mandato la mail che non avevo letto.

Con il gruppo WhatsApp di famiglia abbiamo raggiunto il culmine sia di funzioni utilitaristiche che fàtiche.

“Mamma”

“Qual è la password del tuo computer, che papà neanche se la ricorda”

‘Mammmaaaaaah”

“Rispondi, mi fa tanto male la pancia, mi vieni a riprendere”

“Perché non leggi?”

“Barbara ho davvero un mal di testa enorme, e mi sento che devo vomitare. Telefonami”

Cose del genere, non so se vi suonano famigliari. Però a onor del vero devo aggiungere che detti adolescenti mutàngheri, se a un certo punto gli passo il telefono dicendo: “Vuoi salutare nonna?” anche se fanno facce disperate e cenni di no, poi una volta col telefono in mano salutano, rispondono a domande, neanche troppo a monosillabi, e mandano bacetti.

Fino a ieri, in macchina, quando il quindicenne fa una domanda a cui io non sapevo rispondere, ma la nonna medico si e così lo invito a chiamarla per chiederglielo e dirle due cose in quei 10 minuti di strada che ci stava dando il navigatore. Dopo 6 minuti circa di proteste del tipo:”Ma che la chiamo a fare, ma non posso chiederle una cosa così al telefono, ma sembra strano che telefono, ma que sì, que no, que nunca te decides”, ci accordiamo che può anche cominciare chiedendole se può andare a stare da loro per il compleanno che ha in comune con lo zio, e da lì ha fatto la domanda medica e da lì si sono detti per quei 4 minuti quelle cose inutili che per me e mia suocera, e spero anche per le loro future amiche, fidanzate, mogli, figlie sono così importanti  per confermarci che esistiamo e ci vogliamo bene.

Ed evidentemente una volta rotto il ghiaccio, la sera stessa, mentre parlavo con mia madre al telefono sulle cose da portarci per natale, lui sussurra dalla playstation: “Poi passamela che le devo chiedere se mi prende i cioccolatini kinder” e parte altra telefonata in cui mia madre si fa dettare il menu da fargli trovare quando arriviamo, compreso ovviamente di vagonate di cioccolatini e vassoiate di cotolette impanate, che se conosco mia madre comincerà a friggerle stamattina per non farsi trovare impreparata all’antivigilia.

E insomma, non so se una rondine fa primavera, ma spero che adesso che ha rotto il ghiaccio con le nonne, anche lui abbia preso gusto alla telefonata di informazioni inutili, ma così importanti per il touch-down affettivo. E così spero anche di voi.

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