La famiglia. Il primo gruppo.

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fare_gruppoLo dico senza preamboli: “appartenere a un gruppo” è una caratteristica della vita sociale che si deve imparare come tutte le altre cose, crescendo. L’inizio della nostra vita è segnato da una separazione e da una distinzione, e proprio da quella nasce quella cosa che impariamo a chiamare “io”, “me”; fatto questo – non come un traguardo, ma come un processo – si comincia a gestire le appartenenze.

Gli altri che ci sono intorno sono indispensabili, c’è poco da fare. Da mammifero con infanzia lunghissima, per l’essere umano è inconcepibile una crescita senza almeno un gruppo di riferimento. Il primo è la famiglia, di qualunque tipo sia. Se in questa c’è una figura paterna, il suo compito, in linea generale, non sarà diverso dagli altri: la differenza la farà l’intensità e la qualità con le quali riesce a svolgerlo. Non ci si deve mai dimenticare che, diventando padre, si entra in un gruppo nel quale c’è già, da sempre, il proprio padre. Già questo può non essere un confronto facile da gestire – ma non si può evitare.

I compiti da svolgere sono essenzialmente due, credo: far acquistare al figlio o alla figlia sicurezza e abilità nel facilitare l’ingresso e la vita nel gruppo già esistente; offrirgli o offrirle strumenti e possibilità di conoscere e frequentare altri gruppi. Il padre è ovviamente già lì quando suo figlio viene al mondo, e il suo modo di presentarsi al nuovo arrivato è già l’ingresso in un gruppo. Trovare il modo di comunicare e rapportarsi al proprio figlio o figlia neonati significa (anche) allargare un gruppo sociale e insegnare come ci si sta. Il gruppo si modifica col nuovo arrivato, e lui “modifica” i già presenti – inevitabilmente. Crescendo, la relazione e l’appartenenza cambiano: si passa dal controllo alla condivisione delle regole, e poi alla loro “messa in crisi” – forse la parola spiacerà, ma si tratta di questioni politiche. C’è un gruppo, ci sono esigenze diverse, c’è la necessità di condividere le risorse, c’è da lavorare sul rispetto di tutti e sulla libertà per tutti: si chiama politica, c’è poco da fare.

Il padre è uno dei diversi attori in questa scena, nella quale i ruoli s’invertono spesso. Ora il papà controlla e amministra, ora svolge ed esegue, ora sbaglia e impara. La famiglia è anche per lui un gruppo nuovo, e anche il papà deve adeguarsi alla nuova situazione – e contemporaneamente, assumersi le proprie responsabilità. Queste cambiano parecchio, passando gli anni, fino alla più – forse – dolorosa: accompagnare i propri figli verso altri gruppi, verso socialità diverse dalle quali il padre è escluso.

C’è un’immagine tipica del rapporto con i propri figli che è la mia preferita: il figlio/la figlia sulle spalle del padre. Serve un genitore per salire lassù, e da lassù mio figlio o mia figlia vedranno più cose di me, vedranno un orizzonte più vasto del mio.

I gruppi sono come cerchi, come orizzonti. La famiglia, i parenti, la città, il paese, il mondo. I libri illustrati, quelli per imparare a leggere, le prime storie, i classici, i generi, le letterature. I giochi da neonati, il gioco con papà, i giochi con i compagni di scuola, con gli amici, lo sport organizzato. Da qualche anno è possibile vivere anche in gruppi sociali virtuali, aumentando enormemente le possibilità di appartenenza. Non ci sono limiti, ci sono solo libertà da costruire e da lasciare – altro compito molto difficile, per i papà.

Gli stereotipi e i pregiudizi vogliono il papà controllore, regolatore, gestore delle libertà altrui. Come – furbescamente – si vede in una nota pubblicità, la libertà è (anche) tracciare cerchi intorno a noi, è fare gruppi e sentirsene parte. Un padre può tracciare tanti cerchi, certamente – ma dovrebbe innanzi tutto insegnare ai figli come si disegnano. Questi cerchi possono essere concentrici, possono avere zone in comune, oppure non toccarsi per niente. Alla fine un “gruppo” porterà lontano e altrove i figli che amiamo tanto, e sarà giusto così; ma ce ne sarà sicuramente qualcuno che li lega a noi per sempre, ma in modo diverso.

Ho visto e sentito tanti rapporti tra padri e figli salvati dal tifo per la stessa squadra, dall’amore per gli stessi libri, dal ritrovarsi in uno stesso luogo. Non puoi sapere in anticipo quale gruppo sarà più saldo, a quale tornerete più spesso a ripensare insieme, in quale – inaspettatamente – v’identificherete di più. E anche questa incertezza, in fondo, è un bene.

(foto ctedits @Vivian Chen)

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4 COMMENTI

  1. Grazie per i vostri commenti.
    A volte certi argomenti rendono difficile essere lucidi nella scrittura, perché l’atomosfera emozionale non si dirada col tempo, e ne esce un qualcosa di un po’ criptico e contorto. Ti salva un’immagine, se sei fortunato.
    Sono stato fortunato 🙂

  2. Bellissimo post, mi sono commossa (poi qui in ufficio mi sgamano, difficile dire di commuoversi davanti al lavoro quotidiano :-))
    Per riprendere l’immagine dei cerchi, che trovo molto efficace, vorrei che la base che diamo ai nostri figli fosse come un sasso che cade in acqua, con cerchi che si allargano progressivamente per comprendere orizzonti sempre più ampi, senza paura.

  3. “C’è un’immagine tipica del rapporto con i propri figli che è la mia preferita: il figlio/la figlia sulle spalle del padre. Serve un genitore per salire lassù, e da lassù mio figlio o mia figlia vedranno più cose di me, vedranno un orizzonte più vasto del mio.”

    direi che adoro questa frase che hai scritto….. è fantastica e rende bene l’idea di come un padre e una padre dovrebbero porsi nei confronti di un figlio……

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