L’istinto materno e la mamma italiana
Mi affaccio su twitter e do un’occhiata a nostri followers: è da tempo che ci faccio caso. Certo siamo un sito per genitori (genitori appunto, mamme e papà) e quindi come tale abbiamo una visione parziale della faccenda. Però per me è interessante notare che molte delle nostre followers, donne, su twitter hanno la parola mamma nella loro descrizione. Spesso come primo appellativo, poi magari ne seguono altri, tipo interessi e forse anche la loro professione (forse però). E i papà? Molti dei papà che ci seguono non si descrivono come padri, la maggior parte si descrive unicamente tramite la sua professione, magari una frase di un personaggio famoso, e al limite se l’accenno ad essere un papà appare, lo fa in terza posizione dopo professione e interessi.
Ma perché? Perché per noi donne italiane il diventare madri è così totalizzante, al punto da portare a definirci madri prima ancora che donne?
Sulla relazione tra essere donna e madre sono stati scritti fiumi di parole, e vorrei qui provare a discutere con voi un paio di questioni in particolare. La prima è il fatto che la mamma italiana è una mamma diversa dalle altre mamme del resto del mondo: la mamma italiana, nel momento in cui diventa tale, diventa mamma a vita e continua nel suo ruolo di accudimento anche per i suoi figli ultra-quarantenni. Ma non solo, il ruolo di accudimento della mamma italiana è totalizzante e mammocentrico e si esprime in un modo al limite del soffocante, lasciando pochissimi spazi ad altre figure di riferimento inclusa quella paterna. In Svezia quando dico che una madre italiana può telefonare al figlio/figlia quarantenne con famiglia propria, anche 3 volte al giorno, pensano che io stia scherzando. Ma senza arrivare fino alla Svezia, persino i francesi hanno un rapporto meno morboso del nostro con la figura materna e la donna mantiene prima di tutto la sua femminilità e il suo essere donna come sua caratteristica principale.
E vorrei proprio riflettere sui diversi modi che esistono di essere mamma in tutto il mondo, per capire l’origine di questo modo tutto italiano di sentire la maternità, ma soprattutto per chiederci: a chi fa bene? E soprattutto a chi fa male?
L’altro argomento a questo strettamente collegato è quello dell’Istinto Materno(lo scrivo volutamente con le lettere maiuscole). L’istinto materno è un istinto animale, è quello che garantisce la sopravvivenza della specie, che porta la mamma a difendere e proteggere il suo cucciolo nei primissimi tempi dopo la nascita, fino a che esso non sia in grado di difendersi da solo. Quest’istinto materno è tipico di tutti gli animali che popolano la terra, a livelli più o meno evidenti in specie diverse, ed è ovvio che la specie umana non possa esimersi. Il problema è che il cosiddetto Istinto Materno è stato preso come giustificazione principale per relegare il ruolo di accudimento in mano esclusivamente alle donne. Quelli che sono contrari a questa visione della maternità mettono in discussione persino l’esistenza di tale istinto. Io personalmente credo che l’istinto materno esista, ma ci sono talmente tante sovrastrutture, tra spinte socioculturali e difficoltà pratiche e materiali da renderlo sostanzialmente un concetto superabile nell’organizzazione sociale di tutti giorni. In primo luogo perché l’esistenza dell’istinto materno non è una garanzia che la maternità funzioni come un orologio svizzero, e senza nemmeno arrivare ai casi estremi in cui madri uccidono i propri figli, basti pensare alle difficoltà delle quali ci troviamo a riflettere tutti i giorni anche qui su genitoricrescono, in cui questo benedetto istinto non aiuta ad avanzare di un millimetro. E poi perché è troppo semplice affidare tutto all’istinto materno e dimenticare tutto quello che dovrebbe circondare l’evento della maternità. Che forse a furia di parlare di istinto materno ci si dimentica di quello paterno, e del fatto che appunto non siamo leoni e leonesse, e quindi una volta preso un impegno in una coppia, ci si impegna entrambi a portarlo avanti.
Insomma l’istinto materno che dovrebbe essere semplice, spontaneo, e lineare in realtà non fa altro che confondere, e spostare l’attenzione su quelle che sono le questioni reali, le difficoltà che le donne incontrano nel divenire madri oggi.
E ora ritornando alla prima questione mi chiedo: ma non è che a noi madri italiane ci fa anche un po’ piacere tirarcela, e dire che noi abbiamo l’istinto materno, e che una madre certe cose le sente, e ci costruiamo da sole quella gabbia in cui ci troviamo chiuse ma allo stesso tempo al sicuro? perché magari questo ruolo di madri è quello che ci da più soddisfazioni e ci fa sentire a nostro agio con noi stesse?
E il nostro voler accudire i nostri figli in maniera così totalizzante per tutta la nostra vita non è forse anche un modo per evitare di prenderci cura della nostra di vita? Di lottare per inseguire i nostri sogni? Per impegnarci per portare avanti i nostri interessi?
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Io sono mamma da 18 mesi. Prima, di bambini non ne volevo proprio sentir parlare, poi la vita cambia ed ecco che mi sono ritrovata una frugoletta tra le braccia o, per meglio dire, dentro al cuore. Non lo sapevo cosa volesse dire essere mamma, non lo immaginavo nemmeno lontanamente quell’amore che ti fa scoppiare il cuore solo a guardarla…
Ogni tanto, quando mi chiama “mammmmma” mi trovo sorpresa a dirmi “cavolo, parla con ME, sono io la mamma… cavolo sono MAMMA!”.
Io sono giunta alla conclusione che ognuno decide cosa essere. Ovviamente si può essere più “cose” nel corso della vita. Ebbene, io adesso sono prima di tutto mamma. Magari fra qualche anno sarò la donna in carriera, o tornerò ad essere l’amica delle serate che iniziano con l’aperitivo e finiscono chissà quando… Per ora sono Mamma e lo sono con gioia, passione, amore, divertimento, un po’ di preoccupazione, sorpresa… ecc ecc ecc
Posso solo sottoscrivere le parole di Monia, anch’io fino a qualche anno fa non consideravo per niente i pargoletti…non li ho mai calcolati, non sapevo come relazionarmici. Questi cosini urlanti e noiosi. Ora ho anch’io uno di questi cosini e per giunta ho scoperto che arrivano senza manuale di istruzioni. Ogni giorno è un’avventura per capire come comunicare con lui, per cercare di bilanciare le sue e le nostre esigenze di adulti. Lui mi chiama “mamma” e adesso mi sembra normale, quando l’ho partorito ho pensato “meno male che ci mette un pò a parlare perchè se mi chiamasse mamma da subito avrei uno shock!”
Pensavo di non avere istinto materno a chi mi chiedeva se avrei voluto avere figli. Infatti non ho istinto materno, ho un bimbo che adoro, e faccio fatica a spiegare il concetto, ma lui per me non è semplicemente “mio figlio”, ma è un essere a sè, che ora, insieme a mio marito, il suo papà, ci accompagna, che fa parte della nostra famiglia.
Non sono mai riuscita a considerare questo cucciolo come “mio” anche se l’ho portato in pancia 9 mesi, anche se l’ho allattato per quasi un anno…mah…
Vivere con lui per me è uno scambio, sì ovvio, mi prendo cura di lui, lo lavo, lo vesto, lo curo quando è malato, ma è come se lo considerassi un “piccolo adulto che ancora non sa fare le cose”. Mi viene da pensarlo così…non come prole…mah…sono strana vero?
Ciao,
) Secondo me essere mamma è crescere un individuo, nutrendolo ed educandolo finchè ne ha bisogno e facendosi da parte quando è pronto a spiccare il volo. Un lavoro a progetto, per capirci. Poi resta l’affetto, la stima, il contatto. Ma se questo lavoro si esaspera si rischia di creare più danni che risultati positivi. E per riuscire a fare questo ci vuole il giusto mix di istinto e intelligenza/cultura. Impariamo dagli altri Paesi europei: i genitori – entrambi – insegnano ai figli il codice stradale nel momento in cui i piccoli appoggiano il culetto su un sellino (di biciclette senza rotelle, tra l’altro). Vorrà dire qualcosa?
sono mamma di un bimbo di 2 anni ed in attesa di una bimba che nascerà a giugno. Volevo commentare questo articolo riportando la mia esperienza. Per me “istinto materno” significa semplicemente ascoltarmi. Ascoltarmi meglio di quanto non facessi prima di essere madre. L’istinto materno non è nato insieme al mio bambino, ma è cresciuto con lui. Era quella sensazione di fondo che mi ha permesso di non sbarellare quando i primi giorni mi preoccupavo per i suoi pianti e chiunque mi diceva la sua: che non mangiava abbastanza, che aveva le coliche, che non dovevo prenderlo in braccio sennò lo viziavo, che era troppo vestito, che aveva freddo, ecc. ecc. ecc. Io ascoltavo me stessa. E sentivo una vocina flebile e intimidita, che mi diceva: «ha bisogno di te. Ha solo bisogno della sua mamma. E’ stato 9 mesi dentro la tua pancia, ora è qui fuori, ha paura, solo tu puoi rassicurarlo». Quella vocina che io chiamo istinto materno mi ha permesso di ascoltare tutti con molta pazienza, ma di fare solo ed esclusivamente quello che mi sentivo davvero di fare. Ora che i pianti non sono più un problema, l’istinto materno è quello che mi fa suonare campanellini d’allarme se penso che la pediatra della mutua non me l’ha raccontata tutta, che forse è il caso di ascoltare un altro parere. Oppure è la solita vocina che di fronte alla ricetta dell’antibiotico dato per ogni accenno di tosse mi fa optare per la medicina alternativa e preventiva. Non credo che questo istinto materno mi porterà poi a chiamare i miei figli 3 volte al giorno quando avranno 40 anni. Questa è un’altra cosa, che Serena ha fotografato benissimo quando parla di soddisfazione personale, di gratificazioni..forse fanno così le donne che si sono annullate per i propri figli, queste sono donne che esistono in ogni società ed in ogni generazione. Prima di avere figli vedevo queste donne anche nel mondo del lavoro. Magari si dedicavano al lavoro in modo totalizzante e quindi avevano delle aspettative maggiori di chi una volta fuori dall’ufficio pensava ai propri affetti e alla propria vita. Io ricerco sempre l’equilibrio, l’istinto può anche sbagliare quando per esempio sei al parco e vedi un altro bimbo che alza le mani sul tuo.. e partiresti in quarta ringhiando come un mastino per difenderlo. Ma qui subentra il cervello – che dovrebbe essere un po’ più sviluppato di quello di un mastino – e ti raccomanda di portare pazienza, perchè si cresce anche così..insomma, per dire la mia: io non confonderei l’istinto materno con l’attaccamento morboso delle mamme italiane, che pensano di essere brave solo in funzione di quanto sono opprimenti, misurano l’amore dei figli in base a quanto hanno bisogno di loro, senza capire che in realtà sono le mamme stesse ad avere bisogno dei figli per sentirsi utili ed importanti (e qui parlo un po’ da nuora, ihih!
Buona giornata a tutti,
eleonora
Io ho passato una vita a non fidarmi degli istinti, quindi per diventare madre, cosa che comunque volevo con un istinto animale, una roba tipo fame, ho iniziato a documentarmi. In qualche modo ho messo delle sovrastrutture. Il ruolo di madre me lo sono faticata, prima perché per 4 anni e mezzo ‘sto figlio non veniva, poi perché ci sono tanto dovuta scendere a patti con la maternità, a me che l’ allattamento sarebbe stata una cosa tipo le torture con l’ elettricità i libri non l’ avevano detto. Eppure mi ci sono piazzata subito, il mio nick è mammesco, la madre al mondo la faccio da sempre e persino la mia agenzia di lingue si chiama Madrelingua, mi faceva notare qualcuno.
E la mia coach a un certo punto mi ha detto che io checchè ne pensassi (le solite pippe mentali e sensi di colpa, che lo dico affà) ero un ottima madre perché era il primo ruolo in vita mia che mi sono davvero costruita da sola e su misura suonandomelo e cantandomelo. Ed è stata una bella scoperta capire che non so se è istinto materno, ma io sulla mammitudine ho una sicurezza di fondo che in altri campi mi sono dovuta acquisire con le armi in mano.
Poi sulle madri italiane, veramente, quanto c’ è da dire. Innanzitutto non avete mai conosciuto le madri polacche, io ne ho una, per fortuna estremamente atipica, come sono atipica io, ma conosco bene il genere. E le madri ebree, a parte le storielle di Moni Ovadia e i film di Woody Allen, ne vogliamo parlare?
Un punto a favore delle madri italiane è forse la carnalità, quella fisicità ad oltranza che c’è con i figli, che stiamo sempre a toccarceli, allisciarceli, pomiciarceli, fino a che cominciano a impedircelo, ma magari anche no. Ecco, se penso alla madre italiana nel bene e nel male penso a mia nonna (e a tutte le sue 8 sorelle) con cui mio padre da adulto ha avuto un rapporto faticosissimo e combattuto, ma ogni tanto avevano questi momenti di tenerezza e allisciamenti di capelli appunto (il resto del tempo si urlavano).
C’ è persino una teoria che sostiene che il mito del latin lover sia nato proprio da questa enorme confidenza corporea di affetto prima che di sesso che gli uomini (e spero le donne) italiane pare abbiano assorbito con il latte materno e che riescono a riportare anche nei contatti adulti. E per quanto l’ uomo italiano mammone e latin lover sia un po’ il mio babau da una vita, quando li incrocio in azione capisco perfettamente quello che intendono e che so che il mio maschio alfa olandese, con tutta l’ integrazione che si è voluto fare e con tutte le coccole che sua madre gli fa anche adesso, inutile, gli manca un qualcosa.
Condivido pienamente le parole di Elly!
Anch-io mi sento di dire che mia figlia non la considero una mia proprieta-, una cosa solo mia, ci mancherebbe, pur allattandola, pur svegliandomi la notte, pur preoccupandomi tantissimo quando e- malata. Per dirne una, sono di quelle mamme che non ha fatto una piega ne- una lacrima quando ho portato la bimba al nido.
Eppure ci sono mamme che vedono i figli come LORO proprieta-: loro li hanno partoriti e accuditi e quindi pensano che siano loro.
Un esempio per tutti? mia suocera. E ci tengo a dire che non e- italiana. Beh, mia suocera chiama mio marito sempre ‘SUO Figlio’, e telefona 1,2,3,10 volte finche- non lo trova. Perche- e- SUO Figlio. Quando e- ammalato non ne parliamo, chiama dicendo: io sono LA Madre e DEVO sapere. Tra le foto ricordo ho trovato una in cui mio marito aveva pochi giorni e dietro ci ha scritto “Qui eri solo mio”. A me sono venuti i brividi sinceramente.
E su questa scia un giorno mentre allattavo mia figlia mi ha detto: eh, in questi momenti e- SOLO TUA, un giorno li rimpiangerai. EHHHHH????? ma stiamo scherzando????
Questo per dire che molto dipende dalle persone, dal carattere, dagli obiettivi che abbiamo nella vita. Forse per alcune donne il diventare madri segna li culmine della loro vita e li- si fermano.
Secondo me l-essere madri dovrebbe essere una ricchezza, un valore aggiunto al nostro essere donne, da vivere in modo sano e non ossessivo/possessivo, ricordandoci che i nostri figli hanno la loro vita, e che il nostro compito e’ guidarli, aiutarli a spiccare il volo, a lasciare il nido.
questa è un questione un po’ ostica per me…
Perchè innanzitutto io riconosco tutti i tratti della mamma ossessiva in mia madre, che se non ci si sente TUTTE le sere su skype è una tragedia e che una sera su due si offre di venire su ad aiutarmi (e io puntualmente rifiuto), che ogni volta che vede Tommaso mi rinfaccia che stiamo troppo lontani e che non gli può stare vicino “come sarebbe giusto”, che ancora mi fa le prediche “mangia” o “fai ginnastica”. Che ha come centro gravitazionale della sua vita noi figlie (e ora il nipote) e da quando questo centro s’è spostato da casa non riesce a trovare un altro equilibrio.
E io mi ripropongo sempre e fermamentissimamente di non diventare così, di mantenermi dei punti fermi (lavoro, interessi, hobby…) che siano miei comunque, indipendentemente dalla presenza dei figli, e che diano un senso alla mia vita anche quando i mie figli avranno preso le loro strade.
D’altro canto devo ammettere – a malincuore – questi tratti del possesso materno (e paterno… perchè anche il babbo è così e tra noi non c’è affatto competizione) ce li ho anche io e si fanno evidenti soprattutto nei confronti delle nonne e di altre “ingerenze esterne”: sono quelli che ci fanno, appunto, rifiutare l’eccessivo aiuto e presenza dei nonni, che non ci fanno ricorrere a babysitter o nido, che ci fanno scegliere di fare una scomoda vacanza tutti insieme piuttosto che lasciare Tommaso alle nonne e farci una comodissima settimana bianca tete-a-tete.
E ci auto-giustifichiamo dicendo che “è meglio starci ora, coi figli, perchè poi da grandi non vorranno più stare con noi e avremo tutto il tempo di fare viaggi e serate in due!”. Ma sotto sotto rode il dubbio: quando saranno grandi e vorranno lasciarci, saremo noi in grado di lasciarli andare??
Chi mi conosce, mi dice spesso che “quanto bene ti hanno fatto ‘sti figli!” Sì, perché sin da quando ero bambina, sognavo di diventare mamma. E la mia vita adesso ruota attorno a loro; nel senso che cerco di occuparmi di me stessa soprattutto per il loro bene…una mamma stressata non fa bene a nessuno. Ma LORO sono il mio senso della vita!
Io ho, in questo senso, un istinto ambivalente. Credo che i figli vadano molto accuditi quando sono piccoli, tanto che guardo, lo ammetto, con sospetto un po’ quei genitori (e non ne faccio una questione di sesso) che trascorrono poco tempo con i propri figli, tipo mezz’ora la sera, ma ti dicono che è una mezz’ora di qualità.
Poi , però, mano a mano che crescono, bisogna lasciarli andare, santo cielo! A vent’anni, se possibile, se ne devono andare fuori di casa, trovarsi un lavoretto anche se studiano, tagliare ‘sto benedetto cordone. Quando sento di ultra ventenni che vivono ancora con i genitori e si fanno passare la paghetta, mi viene da pensare che ci sia qualcosa che non funziona..
E io, che ormonalmente ero tutta mamma fino a qualche anno fa, già sento di essere anche in un altro modo. Mia figlia ha iniziato la prima elementare, ma so che devo darle anche maggiore autonomia e fiducia nelle sue piccole cose. Anche perche’, secondo me, autonomia e fiducia, vanno proprio di pari passo, non dimentichiamolo
Sai che ho letto questo post almeno tre volte e non riesco a capire di quali mamme stai parlando? mi sfugge il target.
gli atteggiamenti estremi di cui parlate nei commenti mi sembrano delle belle nevrosi. Le italiane sono piu’ nevrotiche? E se si’, da cosa puo’ dipendere? (io mi stanco sicuramente di piu’ a fare la mamma quando sono in Italia, mi sento oppressa, ma non vorrei estrapolare a tutto il Paese una cosa che magari ha solo a che fare col mio vissuto)
Istinto materno, sarebbe stato una bella cosa da vivere, credo. Ci ho provato. Come diceva Mammasterdam mi sono preparata, documentata, ho riflettuto, ho immaginato e poi pensavo che il resto lo avrebbe fatto il rapporto naturale tra madre e figlio. Nel mio caso non ha funzionato, gli intoppi sono stati tanti e il romanticismo della maternità non l’ho vissuto. Amo mio figlio tantissimo, è ovvio, ma ho capito che il mio rapporto con lui non mi definisce, non mi è sufficiente. Forse dipende dal fatto che mi sono scontrata con un essere umano che da subito ha chiarito di essere altro da me, talvolta lontanissimo, che posso accompagnare solo fino ad un certo punto, con il quale l’istinto ha fatto cilecca troppe volte per crederci. Quindi nessuna simbiosi o ossessione o gabbia, so bene che lui non è MIO, so che posso aiutarlo solo vivendo la mia vita nel modo più corretto e coerente che posso, per permettergli un giorno di scegliere il SUO bene.
E poi non ci sono solo io, il papà, i nonni, la scuola … certo io resto quella con un rapporto privilegiato con lui perchè so che nonostante tutto la mia presenza produce effetti, positivi per molta parte. Ma desidero essere un trampolino, non una culla. Spero vada bene comunque!
l’ho notato anch’io tanti nick con “mamma” dentro.
Forse è così in nome omen e pure mamma. ho un figlio volutissimo, spupazzato sempre e solo dal babbo e da me, causa genitori lontani. Un lavoro pesantissimo e diciamolo pure alle volte di una noia mortale. Stare da sole con un robino che quando hai fortuna dorme e tu devi vivere con la sordina non riesco a trovarlo totalizzante manco se mi spremo. Certo ti sorride, le soddisfazioni ecc ecc ecc.
Ma io non sono mai riuscita – sono passati da poco due anni – non trovare spazi per me, il fatto che mi annoiavo, che ero stanca per fare altre cose che mi piacevano di più che cambiare pannolini e frullare pappe, mi ha reso insofferente, poco simpatica ed esaurita.
Le vedo, le sento le altre mamme che son tutte un cucciolino-gattino-pallino-piccipocciobello, io non ci riesco. Anche io appioppo nomignoli al mal capitato figlio, ma l’estasi non mi ha mai rapita, ora che è più grandino è più divertente, ma fino a che non c’è interazione signore mie: che palle!
Alle volte penso che la maternità per alcune sia come il matrimonio (inteso come giorno del matrimonio) la figura del marito è pleonastica, si è al centro dell’attenzione di tutti e tanto basta.
Riassumo? non riesco a identificare me stessa con la figura della mamma, io resto io, la mamma è in me come la figlia, la moglie, l’amica, la lavoratrice, la mammità non mi identifica, almeno non per adesso.
Il mondo è bello perchè è vario l’altro giorno leggevo che il parto naturale è fantastico ” perchè sentire dolore e superarlo è potere”, io sono per l’epidurale anche in fase esplusiva ecco!:-)
Oh, io invece sono una mamma più totalizzata di quanto vorrebbe. Ho perso il lavoro mentre ero incinta, ma era un lavoro totalizzante e sottopagato e sottocontrattualizzato quindi non ho pensato neanche alla possibilità di rincorrerlo dopo un pò. Ora sono una tigre in gabbia. I miei interessi personali principali comportano tempo e fatica (sport all’aria aperta, montagna) e non riesco più a dedicarmici granchè. Ho un lavoraccio part time che mi fa schifo ed è sottopagato ma senza quello non si tira avanti, e sto cercando di meglio ma non è proprio il momento più facile…
Insomma, faccio la mamma più di quanto vorrei e cerco di bilanciare il mio istinto poco fisico e partecipe con il rischio di diventare la classica mamma italiana. Perchè i bambini (piccoli) hanno anche bisogno di abbracci e coccole. Che mi piacciono un sacco, ma una volta ogni tanto, e invece TopaGigia me li chiede proprio…
Comunque per me la mammitudine è una grande avventura, non lo scopo della mia vita. Spero davvero di ritrovare la mia dimensione.
Ah, e comunque per me l’istinto materno non è una cosa che ti viene perchè hai avuto la pancia, è il frutto di un’enorme empatia che si crea fra un soggetto adulto e indipendente e un frugoletto totalmente inetto. Ce l’hanno anche i padri che vogliano sviluppare questa empatia, i nonni, i genitori adottivi, chiunque si prenda carico di un bambino, anche non suo. Sono totalmente d’accordo con l’analisi di Serena dell’arma a doppio taglio.
Il mio, di istinto materno, si è palesato una manciata di volte in tre anni e ogni volta non mi ha parlato, mi ha urlato perentoriamente. Non avrei potuto non seguirlo neanche se avessi voluto. E finora ha sempre avuto ragione
Penso che, al di là della giusta separazione tra ciò che è naturale e ciò che è culturale, appurato che essere una madre totalitaria, italiana è un fatto puramente culturale e se vuoi non necessario, ecco, non è che liberarsi del retaggio sia più facile. Non solo: neppure i maschi italiani riescono a liberarsi così facilmente del ruolo paterno “confinato”, se vuoi anche “macho” e magari pure “calciocentrico”. C’è tutto un sistema che non solo giustifica i nostri atteggiamenti: ci spinge proprio a fare così. E fai fatica a liberartene perché il più delle volte non te ne accorgi. Soffochi i tuoi figli quasi per bisogno fisico, come quando ti scoppiano le tette e senti che devi allattare il neonato.
Al di là comunque del discorso culturale, parlo per me: io mi fido tantissimo del mio istinto. Il mio istinto mi dice di proteggere come una tigre i sentimenti delle mie figlie; mi dice di procurare loro il nutrimento, l’istruzione, una casa; e poi mi dice anche di andarmi a divertire, di lottare ogni giorno per guardarmi allo specchio soddisfatta del mio lavoro. Le mie figlie fanno parte del mio viaggio di donna, e in questo momento sono la parte preponderante. “Tutto” qui.
Non so, io credo che le cose stiano un pò cambiando e che, – riprendendo la domanda di Claudia( chi sono queste mamme?) – , nell’articolo si parli della generazione di mamme che ci ha preceduto, quindi le nostre mamme, con figli che ora hanno 40 o 30 anni o giù di lì. E’ improbabile che con l’insofferenza che proviamo per certi atteggiamenti, questi atteggiamenti verranno poi riprodotti
, però magari mi sbaglio .Voglio illudermi comunque che la nostra generazione stia faticosamente costruendo un modello diverso perchè ha problemi diversi.
Rimane il fatto che l’esperienza della meternità secondo me E’ un’esperienza potentissima e totalizzante anche e proprio perchè “costringe” alla ridefinizione costante della propria identità di persone. Il problema è che questo incessante “lavoro” qualche volta rischia di diventare davvero una gabbia e di fagocitarsi il resto, soprattutto se fatto in condizioni di costante pressione sociale, psicologica, lavorativa, emotiva ecc.. allora a questo punto scatta la critica: non sai delegare, non sai prenderti il tuo spazio, non sai rimanere quella eri, non sai essere affidabile sul lavoro. Ecco, a questo proposito aggiungo solo una considerazione: quello che le donne chiedono a se stesse e quello che si chiede alle donne sia nel privato sia nella società è veramente troppo per poter essere gestito da sole, come ha scritto silvia nel suo articolo, centrando secondo me un punto importante. Questa cosa che le mamme non sappiano conservarsi la loro identità in molti casi serve solo come alibi per le persone che stanno accanto alle donne – maschi e femmine – per scaricare la responsabilità veramente onerosa di gestire equilibri, relazioni e compiti complessi.
Io credo che non sia sbagliato sentirsi mamma al 100%, come ogni cosa è una scelta (se è una scelta, certo che se è mezza imposta cambia), io penso sia sbagliato credere che sia l’unica strada giusta. A parte che l’istinto materno c’è e non c’è, credo che l’istinto di protezione dei figli sia naturale, ma per il resto è molto soggettivo. Oggi ho chiamato un centro di ascolto per genitori, proprio perché il mio istinto non sa dirmi cosa è giusto e cosa no da molto molto tempo. Solo che se succede ti senti a terra, sbagliata, guardi le altre mamme e ti sembrano tutte perfette, e tu sei difettosa. Ma perché? Eppure siamo ancora al punto in cui una donna è una donna finché non è madre, quando lo diventa è “buona” solo se è una buona madre, senza troppe pretese.
Ecco, sempre il libro “pane nero”, durante il fascismo c’erano specifiche “regole” per trovare una buona moglie: piccolina, tonda, non troppo bella, senza tante pretese e senza troppa cura di sé. Era quella che doveva diventare una madre (di tanti figli) e dedicarsi solo a figli e casa, era la donna migliore.
Ancora adesso vedo la distinzione tra belle donne, e mamme. Quasi che le due cose non si incastrino. Si fa fatica ad essere entrambi, non tanto sul bello, ma sul donna, sono donna, oltre che madre.
POi appunto, da me l’istinto fa i capricci, e così la via di mezzo non sai mai qual è. Io sono mamma, tanto, se le mie figlie non sono con me mi mancano. Ma non per questo mi faccio problemi a lasciarle a nonna per una serata con mio marito. O lasciarle al papà per un’ora per me. Non per questo sono mamma prima di tutto il resto.
credo ci sia un errore di fondo sull’istinto materno pero’ – si parla spesso dell’istinto materno nella specie umana come di qualcosa di sentimentale, di attaccamento, oppure di innata percezione di quello che e’ giusto fare ad ogni momento e in ogni occasione. Insomma, al solito, e’ diventata una “storia” come dicevo altrove. Invece secondo me e’ proprio quell’istinto, come dici tu serena, del tutto animale che, nel momento in cui mettiamo al mondo la prole, ci fa sentire in dovere di farla campare. Quindi Marzia, tu sei l’esempio piu’ lampante di istinto materno secondo me, perche’ non hai buttato nel cassonetto della spazzatura il pupo al giorno 3
tutto il resto sono romanticherie inutili, che ci fanno solo del male
@@Supermambanana, non lo avevo considerato da questo punto di vista. Hai ragione, se mio figlio è arrivato a 7 anni allora devo averlo da qualche parte questo animalesco istinto materno!!
@supermambanana grazie per la precisazione, è importante di distinguere tra l’istinto animale che ci permette di non uccidere i nostri figli nonostante le difficoltà (vero Marzia?!
), ma anche di accogliere e di innamorarci più o meno profondamente di un neonato che non fa assolutamente nulla tranne smorfie, pianti e cacca a chili, e il fatto che si dia la responsabilità a questo benedetto istinto di trasformarci in supermamme, in grado di occuparci di tutto da sole (lavoro, figli, marito, casa, ecc.).
@supemambanana, la mia esperienza personale è diversa. Ripeto: il mio istinto materno si è fatto sentire tre o quattro volte in tre anni, non di più, ma mi ha detto esattamente cosa fare e come affrontare un problema o una situazione particolare. Mi ha fatto scegliere il nome per TopaGigia (mi sono svegliata una mattina e ho sentito scorrere attraverso la testa un nome che non avevo mai considerato, e che si è rivelato perfetto e che a lei piace tanto – gliel’ho raccontata la storia, e lei mi ha assicurato che la mia testa ha scelto bene), mi ha detto come affrontare i grossi problemi che ho avuto a inizio allattamento (e non dimenticherò mai la faccia di mia madre, che cercava di sciorinarmi i vantaggi del latte artificiale per tirarmi su il morale, quando ha visto dalla mia faccia che era una causa persa), mi ha fatto capire che il primo asilo era sbagliato, mi ha fatto fare la divisione fra episodi, fasi e abitudini che nei primi mesi è stata fondamentale per il mio equilibrio psicologico. Tutte le volte è stata palese la differenza con una “normale” intuizione: il mio istinto materno ha una corsia preferenziale nel mio cervello, lo riconosco immediatamente ed è una certezza immediata, perentoria. Spero di essere riuscita a spiegarmi. Non penso affatto che sia una prerogativa esclusiva delle madri, ripeto, penso sia provocato da una speciale empatia che si crea fra due individui che vogliano crearla, ma devo riconoscere che è una cosa un pò speciale, ecco.
@Barbara ecco quello che intendo per fraintendimento del concetto di istinto materno: l’instinto materno non è quello che ti fa scegliere il nome di tua figlia. E se ci rifletti un attimo lo capisci anche da sola. Non credo che l’istinto animale di salvaguardia della specie possa essere applicato alla scelta del nome di un cucciolo
Magari il cambio di nido può essere più in tema, ma è anche parecchio buon senso, non so se mi spiego, ed è quello che sostengono quelli che dicono che l’Istinto Materno non esiste. L’empatia è sicuramente più spontanea in alcune persone rispetto ad altre, e probabilmente una madre riesce ad empatizzare con facilità con il proprio piccolo, ma pure questo è tutt’altro che universale, e io stessa quando mi figlio passava le giornate a piangere facevo una fatica immensa ad empatizzare con lui, e più spontaneamente lo avrei frullato fuori dalla finestra. Nel mio caso l’istinto materno mi ha impedito di farlo, pur in totale assenza di empatia
@Serena, forse mi sono spiegata male. L’istinto di conservazione dei cuccioli ce l’hanno quasi tutti gli animali (maledetti leoni!), anche per i cuccioli degli altri. E’ per questo che la natura li ha dotati i quegli occhioni irresistibili e altre caratteristiche anche fisiche che suscitano protezione. Ed è per questo che il pianto di un neonato, di qualunque specie, è straziante. E’ fatto apposta.
) perchè non ce n’è per nessuno…
Quello che io chiamo il mio istinto materno, ma per altri genitori può essere diverso non lo metto in dubbio, si manifesta nel modo che ho descritto. Tu mi conosci, sai quanta poca fiducia ho nelle mie intuizioni e nelle mie capacità, ma quando quella vociona si fa sentire, ho imparato ad ascoltarla. Non c’è niente da fare, ci ha sempre preso. E l’episodio del nome è per me cruciale, perchè è stata la prima volta ed è successo in gravidanza. E’ stata come una preparazione, una presentazione, ed è stata veramente una sensazione nuova. Che ora conosco, e la ascolto fiduciosa. Ma è veramente speciale, e si fa viva di rado e non quando la invoco io. Magari fosse così…
Per l’episodio del nido si è trattato di mettere insieme un puzzle di elementi, la mia vociona mi ha detto che erano tante piccole cose che sembravano scorrelate e invece “guarda che c’è anche questo fatto qui, e quell’altro là, TopaGigia sta cercando di dirti che qualcosa non va, indaga al nido”, che ovviamente io davo la colpa a me stessa.
Comunque, si tratta proprio di un canale preferenziale nella mia testa, una sicurezza totale e perfettamente serena che sto facendo la cosa giusta o quella sbagliata, o che devo agire su qualcosa. Così, di punto in bianco, parla. E ha imparato anche mio marito a riconoscere quella serenità speciale di quando gli comunico una decisione su cui perfino lui non avrà controllo (
“ma non è che a noi madri italiane ci fa anche un po’ piacere tirarcela, e dire che noi abbiamo l’istinto materno, e che una madre certe cose le sente, e ci costruiamo da sole quella gabbia in cui ci troviamo chiuse ma allo stesso tempo al sicuro? perché magari questo ruolo di madri è quello che ci da più soddisfazioni e ci fa sentire a nostro agio con noi stesse?”
Esatto. In molti casi è così. Ci sono tante donne che si raccontano la storia della Maternità come vocazione e si autocostruiscono questo mito. Salvo poi prendersela con i propri uomini che non partecipano (è anche vero che a certi uomini fa comodo avere l’alibi, ma insomma, la genitorialità è una cosa che si impara, se si vuole un marito attivo e paritario, bisogna incoraggiarlo e a volte anche prenderlo calci nel sedere affinché si dia una mossa!).
. Complimenti Serena per l’articolo!
E un’altra cosa, la maternità vissuta come vocazione esclusiva, permette di raggiungere un riconoscimento sociale più facilmente del lavoro. Dico sociale e non economico: la donna, magari anche lavoratrice, ma nella tipica situazione dello stipendio minore di casa e che si sobbarca spesa-cucina-pulizie-stiro, può porsi agli occhi altrui come Madre e Regina della Casa e riceve comunque sorrisi e benevolenza perché ha assolto al suo compito (attenzione, non sto dicendo che *tutte* fanno così, lo so che tante hanno un lavoro part time e uno stipendio “piccolo” perché non c’è alternativa praticabile… ma di fatto questa è una soluzione socialmente accettata e incoraggiata). Invece la donna che cerca di crescere professionalmente, dividendo i carichi familiari col partner e a costo magari di una casa non perfetta e vestiti sgualciti… riceve a volte ammirazione, più spesso compatimento e il sotterraneo sospetto di non essere una brava madre. Appena il bimbo sarà turbolento o qualcosa non andrà per il verso giusto, la colpa ricadrà su di lei che non lo ha seguito abbastanza.
Bene, io la vedo in modo radicalmente opposto. Intanto l’istinto materno è proprio come dice Serena, un istinto animale che ci portiamo dietro dall’evoluzione e non una specie di magia che trasforma la donna-mamma in qualcosa con i superpoteri. Poi, l’istinto di protezione verso un essere inerme e bisognoso di cure viene a tutti gli adulti, mamme, babbi, genitori adottivi, nonni (insomma, come diceva Barbara qua sopra). Terzo poi, io amo i miei figli e tutto, ma mi occupo di loro ANCHE per una responsabilità assunta in modo razionale, e lo stesso fa il papà. E in questa responsabilità razionale ci sta anche il fatto che la famiglia deve mangiare, vestirsi, abitare e che né il mio lavoro né quello di mio marito sono garantiti a vita. E quindi… sì, capita che anziché stare appiccicata ai pupi lavoro, studio e cerco di crescere professionalmente, ANCHE PER LORO, perché potrebbe capitare che ci sia bisogno di più soldi in casa (malattia, problemi vari…). o che mio marito perda il lavoro e l’unico reddito resti il mio. E poi voglio che vedano che è importante impegnarsi per i propri obiettivi ed essere indipendenti, voglio soprattutto che lo veda mia figlia visto che affronterà un mondo in cui tanti messaggi, nei confronti delle ragazze, vanno in senso opposto. E tutto questo è più importante che costruirmi un’identità come Madre o dell’incarnare il modello socialmente accettato di maternità (beh, in quanto a questo, il fatto di essere emigrata aiuta parecchio).
Bon, ho detto la mia, spero di non aver offeso nessuno
@Barbara, credo di sapere cosa sia quella “vocina” interna, ma io non la chiamo istinto materno, se non altro perche’ si manifesta in generale in molte declinazioni, a seconda dell’oggetto delle nostre affezioni/preoccupazioni. Io ho provato alcune volte quello che racconti tu, in varie occasioni, e sempre quando sentivo che c’era qualcosa di “grosso” in ballo, a volte, da quando ci sono, e’ vero, per questioni che riguardano i bambini, ma prima anche per altre, decisioni prese quasi su due piedi (la partecipazione ad un evento che mi avrebbe aperto le porte della vita da expat e’ una, o in un altro caso ricordo di una notte passata quasi completamente in bianco pensando al mio ragazzo lontano (ora mio marito) e la decisione di punto in bianco di comprare il biglietto aereo e partire per andarlo a trovare, credo che se non l’avessi fatto non sarei qui ora, perche’ abbiamo potuto chiarire in quella settimana molte molte cose, abbiamo parlato fino all’esaurimento. Era una cosa, il mio lui, che al momento era al centro dei miei pensieri. E la vocina interna si comportava di conseguenza. Riesco a farmi capire? Se invece continuiamo a parlare di questo famigerata vocina SOLO in rapporto ai figli, ecco che tutti quelli che non riescono a sentirla (forse solo perche’ non si trovano ad affrontare una situazione peculiare, non per altro) poi si crucciano di non esser buone madri, tutto cio’ e’ assurdo, ci siamo mai crucciate di non essere buoni compagni di vita se per una volta abbiamo dimenticato un onomastico? Non credo proprio, perche’ nessuno parla di “istinto” in questo caso, siamo consapevoli di quanto ci sia di razionale e quanto di emozionale e affettivo in questo rapporto. Se una madre eccezionale come Marzia, e chiedo scusa se continuo a prenderla come esempio ma lo dico perche’ adoro il suo blog e come scrive del suo bimbo, ci dice sopra che avrebbe voluto tanto provare l’istinto materno ma non ha funzionato, allora c’e’ qualcosa di profondamente marcio in questa definizione che stiamo circolando.
… e, mi viene in mente ora, forse e’ la prova, per tornare all’articolo di serena, che per molte donne italiane i bambini sono “quella” cosa specialissima, che si pone al centro dei loro pensieri e fa si’ che la voce interiore si manifesti, ossia non e’ tanto il problema della presenza della vocina nei confronti dei bambini, ma la sua assenza nei confronti di altre questioni della vita, e forse, si, in questo senso riesco a cogliere questa caratteristica che serena mostra delle mamme italiane, per motivi dei piu’ disparati, e dei quali sono sicura si parlera’ molto in questo mese qui su GC, la mamma italiana e’ una mamma “amplificata” (hehehe), una donna in cui questo ruolo, che pure ha una posizione prominente in tutte le altre donne, diventa cosi’ preponderante e prepotente da offuscare tutti gli altri. Il che non e’ necessariamente un vanto.
@super, non lo so. Io comunque riporto solo la mia esperienza personale, quella vociona si è manifestata solo dalla gravidanza e solo per cose riguardanti TopaGigia. Magari fossi così tranquilla anche in altre situazioni! Comunque, magari è un’altra cosa e io l’ho identificata male, ma per me quello è il mio istinto materno.
Poi sono io la prima a dire che ci sono infiniti modi diversi di essere genitore, e che tranne situazioni davvero patologiche non esistono cattivi genitori. Ogni genitore sa se ha istinto materno o paterno o no, cioè se ha un istinto particolare che lo guida come succede a me, e come sia fatto e come si comporti questo suo istinto. Per me è quello che ho descritto, tutto qua. Non dico che chi non ce l’ha sia un cattivo genitore, ci mancherebbe! Ha solo la vita un pizzico più difficile della mia (ricordo che il mio ha parlato solo 3 o 4 volte finora, mica c’è tutte le volte che mi serve). Ma quella è una sensazione talmente particolare, che l’ho identificato subito come quell’istinto un pò magico di cui parlavate sopra.
E siamo d’accordo che non sia affatto un vanto! Ripeto: MAGARI avessi quella stessa serenità su questioni personali o di lavoro!!!
Se potessi, io il concetto di mamma all’italiana lo metterei fuori legge. Spesso in Italia scambiamo l’istinto materno con il possesso, la protezione con il controllo.
Schiere di madri che si sono immolate per i figli, salvo poi chiedere in cambio di vivere la loro vita.
Scusate il tono duro, ma proprio in questo periodo per l’ennesima volta sto provando sulla mia pelle (e di mio marito) gli effetti devastanti di queste mamme che si annullano (non richieste) per i figli, con la contropartita però che i figli debbano fare quello che vuole la mamma in tutti gli aspetti, anche i più banali, anche a 40 anni.
Anche la cosa più stupida può sfociare nel “se fate così volete male a mamma”, “mi volete far morire”, “con tutto quello che ho fatto per voi…” etc.
E’ una dinamica distorta dove il figlio rimane sempre bambino e non si ha mai un rapporto alla pari da adulti con i propri genitori.
Spero che le mamme di oggi si siano affrancate da questo modello
e riescano a vivere la propria vita come persone a 360°, non come appendici dei figli.
Anche tu Serena trovi “morboso” il rapporto fra madri e figli in Italia? Mi fai sentire meglio. Mi sento fuori posto perché lo vedo così mentre tutti sembrano trovarlo normale, fino ad arrivare a parossismi di questo tipo: http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/02/06/news/genitori_troppo_invadenti_in_ateneo_la_bicocca_li_convoca_e_dice_basta_-29401477/ E’ successo anche da noi, gli impiegati hanno dovuto allontanare i genitori che si erano seduti accanto ai figli 19enni alle prove di piazzamento di primo anno. Allucinante. Secondo me una delle ragioni principali è il pensiero condiviso per cui amare vuol dire prima di tutto ‘preoccuparsi’, cioè si mischia l’ansia con l’amore, cioè una madre non viene considerata una buona madre se non mostra costantemente di essere preoccupata per suo figlio e non scatta a salvarlo non appena mostra di aver messo un piedino fuori posto. Con il clima di incertezza che viviamo oggi è diventato quasi impensabile lasciare andare i figli e permettere loro di iniziare a vivere.
Seconda ragione, è ben vero che la maternità in Italia è una dimensione totalizzante, una donna si sente realizzata davvero solo con la maternità – al di là di come ce la raccontiamo. Non è una caratteristica universale femminile, se si crede ad Elisabeth Badinter che spiega che le donne francesi si sentono realizzate soprattutto quando diventano mogli. Invece in Italia mi è capitato diverse volte di sentir dire che una donna non è pienamente tale se non diventa madre. Non ricordo di aver mai sentito la stessa frase per un uomo – che non sarebbe tale se non diventa padre.
@Close, sono d’accordo in linea di massima con quello che dici sulla mammità italiana, però devo dire che la mia esperienza personale mi ha fatto incontrare un pò tutte le situazioni. C’è la giovane e carina che si è sposata il cinquantenne con doppio lavoro e famiglia dalle grosse possibilità finanziarie il giorno dopo essersi laureata e aver lasciato la laurea nel cassetto e che ha sfornato due pargoli in due anni, quella che non ha mandato le gemelle al nido e si è presa tre anni di aspettativa senza stipendio, il chirurgo neospecializzata che fa le notti per poter stare con la figlia il pomeriggio, quella che ha perso il lavoro in gravidanza e adesso si arrangia, la ragazza (ultraquarantenne ormai) madre che fa due figli con l’amante sposato e lavora a tempo pieno per mantenerli, quella che alla terza gravidanza ha preso il part time, quella che aspetta di avviare la carriera per fare il figlio, quella che ha avuto il primo figlio mentre stava costruendosi una signora carriera e viaggiava tutta la settimana perchè sotto mobbing e ha fatto il secondo figlio dopo 10 anni e al quel punto si è presa tutta la maternità che poteva, quella in supercarriera che si è presa la tata fissa e dichiara serenamente che “non ci si può annullare per i figli”… insomma io ho incontrato di tutto, e meno male. Quello che non ho visto, sinceramente, è un padre che sia uno che abbia preso un part time. Questo, dal mio punto di vista, non va bene. La maternità in Italia è forse così intensa anche perchè se la maternità non è intensa non c’è una famiglia. Per carità, vedo tanti padri (anche a casa mia) che partecipano attivamente alle attività familiari (dalle cure ai figli alle cure della casa), ma non ne ho visto uno che abbia sconvolto la sua vita per i figli. Se cominciassimo a trattare la famiglia come una VERA famiglia, in cui tutti partecipano con oneri e obblighi paritari, forse anche dal mondo del lavoro qualcosa cambierebbe.
@ Barbara:
ne vuoi uno? Mio marito si è preso il part-time per darmi una mano con la figlia. Lo so, comunichiamo via Internet per cui non fa statistica fra le tue conoscenze
Invece le mie conoscenze fra le mamme sono molto più omogenee: diplomate o laureate, spesso precarie, oppure con un lavoro anche da più di 10 anni che sono state spinte a licenziarsi quando dopo la maternità hanno richiesto il part-time oppure una sia pur minima riduzione d’orario di lavoro (1 ora, 2 ore, giusto per non tornare a casa dopo che il bimbo era già andato a dormire). Di casi come quest’ultimo ne conosco personalmente ben tre.
Sono quindi assolutamente a favore del congedo obbligatorio per i padri in modo che la discriminazione sul lavoro in caso di un figlio non colpisca solo la madre ma entrambi i coniugi, chissà che finalmente anche la politica non si svegli e decida di cambiare seriamente qualcosa per agevolare le imprese che assumono genitori. Finché non succederà questo gli uomini si sentiranno sempre il diritto-dovere di svangare gli obblighi familiari, anche perché sennò ti fanno le scarpe sul lavoro.
fuori dalle tue statistiche perche in UK, ma fra la classe di boy one e quella di boy two conosco due padri che hanno optato per il part time uno e il licenziamento l’altro, per stare a casa, mentre le mogli continuavano a lavorare: se si vive in un regime di collaborazione, di partnership, allora diventa una situazione da studiare a tavolino, e’ una decisione economica e di buona gestione societaria in un certo senso, innanzitutto, il lavoro delle mogli in quei due casi era piu’ stabile e con piu’ prospettive di carriera (e con meno prospettive di licenziamento, vista la crisi non e’ da sottovalutare) quindi era normale che fosse l’altro a tirarsi da parte, in attesa di tempi migliori, e cosi’ risparmiando sul nido. Se stessimo considerando una societa’ commerciale, ci aspetteremmo che le decisioni vengano prese in questo modo, ma per la famiglia, oddio, cominciamo a metter in mezzo tutta una serie di sentimentalismi o vergogne o pressioni sociali e ci mandiamo in fallimento da soli.
@Close: ah, meno male! Via internet va benissimo, è solo che non lo sapevo!
Comunque, anche se abbiamo conoscenze profondamente diverse (ma mica poi tanto, io ho fatto esempi comunque di madri che hanno dovuto riorganizzare completamente la loro vita per far spazio ai figli) siamo tutte e due convinte che il periodo obbligatorio di paternità andrebbe instaurato immediatamente. Io penso davvero che sia un bene sia per i figli che per i padri che per le famiglie intere, che per l’intera società. Spero se ne parli questo mese
@super, infatti. Qui abbiamo un retaggio molto pesante di cui liberarci. I padri italiani farebbero ancora più ostruzionismo verso un’organizzazione come quella che descrivi. Ma infatti, e lo so che sto aprendo un vaso di Pandora, la maternità obbligatoria di 5 mesi è un grosso ma grosso boomerang. Lo è sia per il lavoro delle donne, che quindi vengono ostacolate nella loro carriera non solo per quei 5 mesi, ma per il fatto che poi si sa che ormai “ci hanno prso la mano” e saranno le mamme quelle che si accolleranno il grosso della cura dei figli, e allora i 5 mesi diventano almeno 3 anni. Ma anche per la società, che si adagia tranquillamente sul fatto che siano le mamme ad accollarsi il grosso, e le addita anche come cattive madri se lavorano a tempo pieno e osano desiderare una carriera. O no?
Io non credo affatto che il cosiddetto Istinto Materno sia qualcosa di animale. Sia perché fra gli animali (al solito) si trovano esempi per tutti i gusti (per dirne una: le gatte SCACCIANO i cuccioli appena terminato lo svezzamento e da quel momento li considerano alla stregua di ESTRANEI…); sia perché, milioni di anni fa, eravamo animali sì, ma, in milioni di anni di evoluzione (evoluzione ancora in parte da capire?), le tracce di animalità rimaste in noi siano veramente poche. Per fortuna (e grave scorno di tutti coloro che vorrebbero brandirle a scusanti delle loro atrocità o delle atrocità di persone che sentono vicine).
Basta guardare a quello che stiamo facendo qui: scrivere – attraverso uno strumento tecnologico che permette alle nostre idee, e anche ai nostri sentimenti, di raggiungere altre persone, anche viventi a migliaia di chilometri da noi – per interrogarci su: chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando… Sulle nostre emozioni più profonde. Sui nostri RAPPORTI più importanti…
Io credo che il rapporto fra madre e figli*, se la madre lo instaura e entrambi lo portano avanti (nel caso di bimbi autistici, a quel che ne so, sono i bimbi – causa gravi danni neurologici – a non esserne in grado), sia una BOMBA. E che il rapporto fra padre e figli* possa arrivare a essere una BOMBA, seppure con qualche mese di ritardo, forse. Ma di RAPPORTO umano si tratta. Del rapporto più importante di tutti. E del più umano di tutti.
Sposo a pieno l’ultima frase di Serena: è LA domanda.
@Alessandra so che non ami i miei riferimenti al mondo animale. Vorrei precisare però che per me l’uomo è un animale razionale. Conoscere il suo essere animale ci fa capire i suoi istinti di base, quali le cure primarie ai figli pur con le deviazioni (che sono presenti anche nel mondo animale), o le reazioni di difesa di fronte ad un attacco. Poi essendo razionale, la ragione gli permette di controllare i suoi istinti soprattutto perché essendo un animale sociale, la spinta che viene dal vivere insieme ad altri esseri umani ha un fortissimo ruolo di controllo delle pulsioni primordiali (e anche qui potremmo fare dei paralleli con il mondo animale). La coscienza di se è la caratteristica che contraddistingue l’uomo rispetto ad altri animali e che fa prevalere il lato razionale su quello animale se preferisci. Per me il considerare l’uomo un animale aiuta a capire, ma in nessun modo a giustificare, alcuni comportamenti, e si deve prendere coscienza di certe spinte per potere maturare un controllo su di esse, e questo è vero per ogni singolo individuo come per la società nel suo insieme. E’ un discorso estremamente complesso e certamente non si esaurisce nell’arco di un commento su un blog che tratta tematiche genitoriali, ma decisamente interessante.
il mio riferimento al mondo animale per quanto mi riguarda non era tanto per evocare attitudini bestiali o istintive, ma proprio per dissipare questo concetto impalpabile di “istinto materno”, non puo’ essere istinto in quel senso, non puo’ essere una cosa “innata” solo perche’ siamo madri, cosi’ come i seni iniziano a produrre latte, allo stesso modo cominciamo ad avere poteri paranormali. L’istinto animale ci offre degli impulsi (come il percepire il pianto del neonato in un certo modo, queste cose sono provate, credo) ma io credo ad un’empatia del tutto umana, e niente affatto “istintiva” in quel senso li’, verso i nostri figli, che proviamo per tutta una serie di ragioni culturali e sociali, che c’entrano pochissimo con l’istinto, e che per forza di cose variano col variare della nostra indole, del livello di empatia, dell’intelligenza emotiva, della nostra storia personale, e cosi’ via. Spero di essermi spiegata Alessandra, nel senso che secondo me stiamo dicendo la stessa cosa
[...] e il sostegno che si riceve è fondamentale per la sua riuscita. La Badinter se la prende con l’istinto materno usato come bandiera per osannare il ruolo di madre insostituibile, con le teorie pedagogiche che [...]
@ Serena. In realtà poi voi lo sapete: non si tratta di “controllare gli istinti”. Nei casi più faticosi in cui c’è una sovrabbondanza di sensazioni e sensibilità, di reattività, di energia, si tratta di aiutare a GESTIRE e INCALANARE tutta quest’abbondanza in maniera da beneficiare, per quanto è possibile e più possibile, dei lati positivi della stessa. E i casi meno faticosi sono tali perché basta lasciar esprimere liberamente il bambino (restando disponibile a mettere paletti, e tutto quanto sappiamo tutt* qui)!
Il “controllo degli istinti” (che NECESSITA di meccanismi che aborrite: violenza fisica o manipolazione psicologica) voi non lo considerate un fatto positivo: conoscete personalmente uomini e donne che hanno conosciuto solo quello, in risposta al loro essere AMPLI, e devono farci ancora i conti con la sofferenza che ha procurato loro quella REPRESSIONE…
Il punto, Serena, è raccontato come io non potrei fare mai meglio, nel paragrafo “Sul rapporto mente-corpo” di quest’articolo: http://www.larchivio.org/xoom/teorianascitagiovannabruco.htm e, oltre a essere affascinante dal punto di vista culturale, è anche fondamentale per adeguare il nostro LINGUAGGIO alle idee NUOVE che abbiamo…
Baci
Io l’istinto materno l’ho scoperto quando facevo la babysitter ai cuginetti grazie ai quali ho capito che fare l’educatrice di nido era il mio mestiere…e ho aspettato l’arrivo di Ale con ansie legate alla sua e mia salute piuttosto a come sarebbe stato….
Tanto che il pediatra di turno all’ospedale mi ha lasciato portare a casa un bambino sottopesa perchè (parole sue) mi ha visto tranquilla, serena … e ben calata nella parte…! Per me era tutto naturale….cosi come è stato naturale mantere il mio nick di sempre
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