L’istinto materno e la mamma italiana

40

Mi affaccio su Twitter e do un’occhiata a nostri follower: è da tempo che ci faccio caso. Certo siamo un sito per genitori (genitori appunto, mamme e papà) e quindi come tale abbiamo una visione parziale della faccenda. Però per me è interessante notare che molte delle nostre follower, donne, su Twitter hanno la parola mamma nella loro descrizione. Spesso come primo appellativo, poi magari ne seguono altri, tipo interessi e forse anche la loro professione (forse però). E i papà? Molti dei papà che ci seguono non si descrivono come padri, la maggior parte si descrive unicamente tramite la sua professione, magari una frase di un personaggio famoso, e al limite se l’accenno ad essere un papà appare, lo fa in terza posizione dopo professione e interessi.

Ma perché? Perché per noi donne italiane il diventare madri è così totalizzante, al punto da portare a definirci madri prima ancora che donne?
Sulla relazione tra essere donna e madre sono stati scritti fiumi di parole, e vorrei qui provare a discutere con voi un paio di questioni in particolare. La prima è il fatto che la mamma italiana è una mamma diversa dalle altre mamme del resto del mondo: la mamma italiana, nel momento in cui diventa tale, diventa mamma a vita e continua nel suo ruolo di accudimento anche per i suoi figli ultra-quarantenni. Ma non solo, il ruolo di accudimento della mamma italiana è totalizzante e mammocentrico e si esprime in un modo al limite del soffocante, lasciando pochissimi spazi ad altre figure di riferimento inclusa quella paterna. In Svezia quando dico che una madre italiana può telefonare al figlio/figlia quarantenne con famiglia propria, anche 3 volte al giorno, pensano che io stia scherzando. Ma senza arrivare fino alla Svezia, persino i francesi hanno un rapporto meno morboso del nostro con la figura materna e la donna mantiene prima di tutto la sua femminilità e il suo essere donna come sua caratteristica principale.
E vorrei proprio riflettere sui diversi modi che esistono di essere mamma in tutto il mondo, per capire l’origine di questo modo tutto italiano di sentire la maternità, ma soprattutto per chiederci: a chi fa bene? E soprattutto, a chi fa male?

L’altro argomento a questo strettamente collegato è quello dell’Istinto Materno (lo scrivo volutamente con le lettere maiuscole). L’istinto materno è un istinto animale, è quello che garantisce la sopravvivenza della specie, che porta la mamma a difendere e proteggere il suo cucciolo nei primissimi tempi dopo la nascita, fino a che esso non sia in grado di difendersi da solo. Quest’istinto materno è tipico di tutti gli animali che popolano la terra, a livelli più o meno evidenti in specie diverse, ed è ovvio che la specie umana non possa esimersi. Il problema è che il cosiddetto Istinto Materno è stato preso come giustificazione principale per relegare il ruolo di accudimento in mano esclusivamente alle donne.

Quelli che sono contrari a questa visione della maternità mettono in discussione persino l’esistenza di tale istinto. Io personalmente credo che l’istinto materno esista, ma ci sono talmente tante sovrastrutture, tra spinte socioculturali e difficoltà pratiche e materiali da renderlo sostanzialmente un concetto superabile nell’organizzazione sociale di tutti giorni. In primo luogo perché l’esistenza dell’istinto materno non è una garanzia che la maternità funzioni come un orologio svizzero, e senza nemmeno arrivare ai casi estremi in cui madri uccidono i propri figli, basti pensare alle difficoltà delle quali ci troviamo a riflettere tutti i giorni anche qui su genitoricrescono, in cui questo benedetto istinto non aiuta ad avanzare di un millimetro. E poi perché è troppo semplice affidare tutto all’istinto materno e dimenticare tutto quello che dovrebbe circondare l’evento della maternità. Che forse a furia di parlare di istinto materno ci si dimentica di quello paterno, e del fatto che appunto non siamo leoni e leonesse, e quindi una volta preso un impegno in una coppia, ci si impegna entrambi a portarlo avanti.
Insomma l’istinto materno, che dovrebbe essere semplice, spontaneo, e lineare in realtà non fa altro che confondere, e spostare l’attenzione su quelle che sono le questioni reali, le difficoltà che le donne incontrano nel divenire madri oggi.

E ora ritornando alla prima questione mi chiedo: ma non è che a noi madri italiane ci fa anche un po’ piacere tirarcela, e dire che noi abbiamo l’istinto materno, e che una madre certe cose le sente, e ci costruiamo da sole quella gabbia in cui ci troviamo chiuse ma allo stesso tempo al sicuro? perché magari questo ruolo di madri è quello che ci dà più soddisfazioni e ci fa sentire a nostro agio con noi stesse?
E il nostro voler accudire i figli in maniera così totalizzante per tutta la nostra vita non è forse anche un modo per evitare di prenderci cura della nostra di vita? Di lottare per inseguire i nostri sogni? Per impegnarci per portare avanti i nostri interessi?

Prova a leggere anche:

40 COMMENTI

  1. Io l’istinto materno l’ho scoperto quando facevo la babysitter ai cuginetti grazie ai quali ho capito che fare l’educatrice di nido era il mio mestiere…e ho aspettato l’arrivo di Ale con ansie legate alla sua e mia salute piuttosto a come sarebbe stato….
    Tanto che il pediatra di turno all’ospedale mi ha lasciato portare a casa un bambino sottopesa perchè (parole sue) mi ha visto tranquilla, serena … e ben calata nella parte…! Per me era tutto naturale….cosi come è stato naturale mantere il mio nick di sempre 🙂

  2. @ Serena. In realtà poi voi lo sapete: non si tratta di “controllare gli istinti”. Nei casi più faticosi in cui c’è una sovrabbondanza di sensazioni e sensibilità, di reattività, di energia, si tratta di aiutare a GESTIRE e INCALANARE tutta quest’abbondanza in maniera da beneficiare, per quanto è possibile e più possibile, dei lati positivi della stessa. E i casi meno faticosi sono tali perché basta lasciar esprimere liberamente il bambino (restando disponibile a mettere paletti, e tutto quanto sappiamo tutt* qui)!
    Il “controllo degli istinti” (che NECESSITA di meccanismi che aborrite: violenza fisica o manipolazione psicologica) voi non lo considerate un fatto positivo: conoscete personalmente uomini e donne che hanno conosciuto solo quello, in risposta al loro essere AMPLI, e devono farci ancora i conti con la sofferenza che ha procurato loro quella REPRESSIONE…
    Il punto, Serena, è raccontato come io non potrei fare mai meglio, nel paragrafo “Sul rapporto mente-corpo” di quest’articolo: http://www.larchivio.org/xoom/teorianascitagiovannabruco.htm e, oltre a essere affascinante dal punto di vista culturale, è anche fondamentale per adeguare il nostro LINGUAGGIO alle idee NUOVE che abbiamo…
    Baci

  3. il mio riferimento al mondo animale per quanto mi riguarda non era tanto per evocare attitudini bestiali o istintive, ma proprio per dissipare questo concetto impalpabile di “istinto materno”, non puo’ essere istinto in quel senso, non puo’ essere una cosa “innata” solo perche’ siamo madri, cosi’ come i seni iniziano a produrre latte, allo stesso modo cominciamo ad avere poteri paranormali. L’istinto animale ci offre degli impulsi (come il percepire il pianto del neonato in un certo modo, queste cose sono provate, credo) ma io credo ad un’empatia del tutto umana, e niente affatto “istintiva” in quel senso li’, verso i nostri figli, che proviamo per tutta una serie di ragioni culturali e sociali, che c’entrano pochissimo con l’istinto, e che per forza di cose variano col variare della nostra indole, del livello di empatia, dell’intelligenza emotiva, della nostra storia personale, e cosi’ via. Spero di essermi spiegata Alessandra, nel senso che secondo me stiamo dicendo la stessa cosa 🙂

  4. Io non credo affatto che il cosiddetto Istinto Materno sia qualcosa di animale. Sia perché fra gli animali (al solito) si trovano esempi per tutti i gusti (per dirne una: le gatte SCACCIANO i cuccioli appena terminato lo svezzamento e da quel momento li considerano alla stregua di ESTRANEI…); sia perché, milioni di anni fa, eravamo animali sì, ma, in milioni di anni di evoluzione (evoluzione ancora in parte da capire?), le tracce di animalità rimaste in noi siano veramente poche. Per fortuna (e grave scorno di tutti coloro che vorrebbero brandirle a scusanti delle loro atrocità o delle atrocità di persone che sentono vicine).
    Basta guardare a quello che stiamo facendo qui: scrivere – attraverso uno strumento tecnologico che permette alle nostre idee, e anche ai nostri sentimenti, di raggiungere altre persone, anche viventi a migliaia di chilometri da noi – per interrogarci su: chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando… Sulle nostre emozioni più profonde. Sui nostri RAPPORTI più importanti…
    Io credo che il rapporto fra madre e figli*, se la madre lo instaura e entrambi lo portano avanti (nel caso di bimbi autistici, a quel che ne so, sono i bimbi – causa gravi danni neurologici – a non esserne in grado), sia una BOMBA. E che il rapporto fra padre e figli* possa arrivare a essere una BOMBA, seppure con qualche mese di ritardo, forse. Ma di RAPPORTO umano si tratta. Del rapporto più importante di tutti. E del più umano di tutti.
    Sposo a pieno l’ultima frase di Serena: è LA domanda.

    • @Alessandra so che non ami i miei riferimenti al mondo animale. Vorrei precisare però che per me l’uomo è un animale razionale. Conoscere il suo essere animale ci fa capire i suoi istinti di base, quali le cure primarie ai figli pur con le deviazioni (che sono presenti anche nel mondo animale), o le reazioni di difesa di fronte ad un attacco. Poi essendo razionale, la ragione gli permette di controllare i suoi istinti soprattutto perché essendo un animale sociale, la spinta che viene dal vivere insieme ad altri esseri umani ha un fortissimo ruolo di controllo delle pulsioni primordiali (e anche qui potremmo fare dei paralleli con il mondo animale). La coscienza di se è la caratteristica che contraddistingue l’uomo rispetto ad altri animali e che fa prevalere il lato razionale su quello animale se preferisci. Per me il considerare l’uomo un animale aiuta a capire, ma in nessun modo a giustificare, alcuni comportamenti, e si deve prendere coscienza di certe spinte per potere maturare un controllo su di esse, e questo è vero per ogni singolo individuo come per la società nel suo insieme. E’ un discorso estremamente complesso e certamente non si esaurisce nell’arco di un commento su un blog che tratta tematiche genitoriali, ma decisamente interessante.

  5. @super, infatti. Qui abbiamo un retaggio molto pesante di cui liberarci. I padri italiani farebbero ancora più ostruzionismo verso un’organizzazione come quella che descrivi. Ma infatti, e lo so che sto aprendo un vaso di Pandora, la maternità obbligatoria di 5 mesi è un grosso ma grosso boomerang. Lo è sia per il lavoro delle donne, che quindi vengono ostacolate nella loro carriera non solo per quei 5 mesi, ma per il fatto che poi si sa che ormai “ci hanno prso la mano” e saranno le mamme quelle che si accolleranno il grosso della cura dei figli, e allora i 5 mesi diventano almeno 3 anni. Ma anche per la società, che si adagia tranquillamente sul fatto che siano le mamme ad accollarsi il grosso, e le addita anche come cattive madri se lavorano a tempo pieno e osano desiderare una carriera. O no?

  6. @Close: ah, meno male! Via internet va benissimo, è solo che non lo sapevo!
    Comunque, anche se abbiamo conoscenze profondamente diverse (ma mica poi tanto, io ho fatto esempi comunque di madri che hanno dovuto riorganizzare completamente la loro vita per far spazio ai figli) siamo tutte e due convinte che il periodo obbligatorio di paternità andrebbe instaurato immediatamente. Io penso davvero che sia un bene sia per i figli che per i padri che per le famiglie intere, che per l’intera società. Spero se ne parli questo mese 🙂

LASCIA UN COMMENTO