Insegniamo ai bambini a chiedere scusa

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Sbagliare è non solo umano, ma anche importante e positivo, perché nello sbagliare spesso abbracciamo finalmente le nostre debolezze, capiamo che vuol dire far male a qualcun altro, e cresciamo tutti un pochetto di più. A condizione che ovviamente capiamo bene qual è stato il nostro errore, e a condizione che impariamo bene a chiedere scusa.

Perché è importante saper chiedere scusa?

Perché troppo spesso è facile confondere l’errore, il comportamento negativo, con le conseguenze di tale comportamento. E’ positivo essere consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, e anche esserne dispiaciuti, ma è importante far capire che chiedere scusa per le conseguenze non ha molto senso, mentre quello che dobbiamo fare è chiedere scusa per le azioni.

Facciamo un esempio pratico.

Insegnare ai bambini a chiedere scusa
Photo by Caleb Woods on Unsplash

Il nostro bambino o la nostra bambina fa qualcosa che sa essere sbagliato, che so, ci mente su qualcosa di importante, o magari ruba qualcosa ad un compagno di classe, o prende in giro con cattiveria qualcuno. In conseguenza di ciò, noi potremmo arrabbiarci, o magari il compagno potrebbe mettersi a piangere, o la persona presa in giro potrebbe offendersi. Queste conseguenze sono sicuramente per loro molto forti e di impatto, e quindi è normale che la loro attenzione sia focalizzata su queste. E’ importante però spostare questo focus, e non incoraggiarli a dire cose tipo “Scusami perché ti ho fatto arrabbiare”, o al bimbo “Scusami perché ti ho fatto piangere”, o “Scusami perché ti ho offeso”. Queste scuse sono problematiche, appunto perché si concentrano sulle conseguenze: il problema invece che vogliamo affrontare con loro è l’azione commessa, non la conseguenza. Vogliamo fare capire loro che, anche se noi non ci arrabbiamo, o non appariamo visibilmente arrabbiati, non per questo la menzogna è più accettabile. Se il bimbo non presta attenzione al giocattolo rubato e non piange, o se la persona offesa non ci fa caso e non se la prende, non per questo il furto o l’offesa sono da prendere più alla leggera. 

Il problema è l’azione non (solo) la conseguenza dell’azione

Non solo, ma “scusa perché ti ho fatto arrabbiare”, o “perché ti ho offeso”, sposta l’attenzione dall’azione sbagliata e chi la ha commessa, al comportamento o reazione di chi la ha subita, quindi in un certo senso potenzialmente alludendo che tale comportamento potrebbe essere stato esagerato: se per esempio un genitore si arrabbia più dell’altro davanti alle bugie, o lo dimostra in modo diverso, o se un compagno di classe ride a sentirsi chiamare in un certo modo, mentre un altro se la prende di più, focalizzare le scuse sull’arrabbiatura o l’offesa potrebbe creare una condizione di pesi e misure diverse a seconda di chi abbiamo davanti, con alcune bugie o offese che diventano più gravi di altre perché hanno provocato una reazione più forte. Paradossalmente, la negatività di un’azione diventa responsabilità di chi la subisce, non chi agisce.

Insegniamo loro quindi a scusarsi bene per le loro azioni, per quanto possa risultare difficile: 

Non “scusami perché ti ho fatto arrabbiare, ma “scusami perché ho mentito”.

Non “scusami perché ti ho fatto piangere” ma “scusami perché ho rubato il tuo giocattolo”.

Non “scusami perché ti ho offeso” ma “scusami perché ho detto una cosa cattiva”. 

Certo possono anche aggiungere che gli dispiace per le conseguenze, empatizzare con l’altro, ma questo è un passaggio in più.

Corollario.

Capita, purtroppo sempre più spesso, di assistere sui media a casi in cui un personaggio pubblico, che sia in politica o nello spettacolo, esterni dichiarazioni problematiche, perché razziste o sessiste per esempio, o classiste, o comunque che attaccano categorie specifiche della popolazione. Immancabilmente, quando il personaggio percepisce l’aria di condanna da parte del pubblico o dei media, offre pubblicamente le sue scuse. Altrettanto immancabilmente, queste suonano come “mi scuso con tutti coloro che si sono sentiti offesi dalle mie parole”. Spesso aggiungono anche l’effetto-candore: “mi scuso con tutti coloro che ho involontariamente offeso con le mie parole”.

Queste non sono scuse. Facciamolo capire ai nostri figli che queste non sono scuse, che il fatto che qualcuno possa o meno considerarsi offeso da certe parole è una conseguenza irrilevante, che dipende dal carattere e dalla sensibilità di chi ha ascoltato o letto tali frasi, ma non aggiunge o toglie nulla alla gravità di quanto detto, proprio come il fatto che il bimbo cui viene rubato il giocattolo pianga o meno non toglie nulla al furto. Insegniamo loro che l’unica vera “pubblica scusa” è una che suona come: “mi dispiace di aver detto la frase xyz, che è una frase sessista/razzista/classista”. Insegniamo loro che quando sono dalla parte di chi ha subito un’ingiustizia, non devono accontentarsi di surrogati di scuse a poco prezzo, e soprattutto surrogati che scuse non sono, perché spostano l’attenzione da chi agisce a chi subisce, e sono, nel migliore dei casi, inutili, nel peggiore, ipocrisia.

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1 COMMENTO

  1. Considerazione molto interessante. Io stessa non ho mai fatto caso a questa differenza sostanziale nello scusarsi.

    Grazie
    Èli

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