Il proprio tempo, il proprio ritmo: anche nello studio

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A volte ci ostiniamo a costringere i figli a fare i compiti a casa quando decidiamo noi, magari perché è un momento che noi consideriamo tranquillo, ma ognuno ha bisogno di trovare il proprio tempo e il proprio ritmo per riuscire a concentrarsi al meglio.

tempo-studioPassiamo i primi anni di vita dei figli a scandire routine e tempi. Quelli dell’allattamento, quelli del sonno, quelli dei pasti, poi gli orari del nido, della materna, delle attività pomeridiane. Dopo i primi, arrivano anche gli altri anni: quelli della scuola, dei compiti, dello studio, dello sport, dei videogiochi e poi quelli delle uscite da soli: torna entro, non più tardi di.
Insomma, se ci pensate bene, passiamo la nostra vita di genitore a scandire tempi, segnare orari, integrare la nostra agenda con quella dei figli (si… molto presto finiscono per avere una “loro agenda”, fatta di ritmi e di impegni).
E come organizziamo questo intreccio di tempi e ritmi? Per forza secondo i NOSTRI ritmi. Non solo perché in fondo è giusto così: gli adulti che devono fare da guida sono i genitori; quelli che devono segnare il passo, adeguandolo alla nuova situazione familiare, sono sempre i genitori; quelli che devono pensare a organizzare e gestire sono ancora i genitori. E’ ovvio che lo facciano secondo il proprio modo di sentire il tempo.
Ma poi, a pensarci bene, è il solo modo che conosciamo. E’ il ritmo che abbiamo messo a punto in una vita: è ovvio che ci venga naturale applicare quello, opportunamente modificato, anche alla vita dei figli.

Si, ma i figli sono altre persone, che possono avere un bioritmo diverso, non solo rispetto a noi genitori, ma anche tra di loro. E se questo ci appare meno chiaro nei primi anni della loro vita (ma in fondo non sono proprio quelli gli anni in cui i loro ritmi sono i più incompatibili con quelli nostri di adulti!!), più tardi la dissonanza di tempi e ritmi può esplodere vistosamente.

Mi sono resa conto di questa differenza di ritmi con mio figlio osservando alcune situazioni quotidiane piuttosto banali.

La colazione.
Io mi sveglio e, prima di proferire parola, devo bere un caffellatte e mangiare qualcosa. Dopo inizio a funzionare.
Mio marito prende prima un caffè, fa passare un po’ di tempo e poi fa colazione.
Nostro figlio si sveglia con lo stomaco inesistente, smontato, come se lo avesse lasciato nel letto. Forse, forse dopo una mezz’ora (ma nei suoi ritmi naturali sarebbe meglio un’ora) inizia a considerare l’idea di riempirlo con qualcosa.
Una colazione unica per tutti diventerebbe un momento di grande stress. Ho combattuto abbastanza nei suoi primi anni di vita per non rendermi conto ora che conviene a tutti rispettare il proprio ritmo.

Lo studio
Da brava ansiosa, io cercavo sempre di fare i compiti presto, per potermi poi rilassare dopo. Con il magone dei compiti da fare sullo stomaco, non mi divertivo, non mi riposavo, non mi godevo nulla. Quindi prima i compiti, presto, dopo pranzo, poi relax.
E quindi ho provato a proporre questo modello quando ho dovuto aiutare il Piccolo Jedi a trovare un ritmo e un’organizzazione per lo studio pomeridiano.
Mi è venuto naturale proporre questo approccio: mi sembrava logico, positivo, di buon senso. Un po’ di compiti presto e poi tutto il pomeriggio davanti! (Esce da scuola alle 13.30 tre giorni a settimana: i compiti ci sono il lunedì, il mercoledì e il fine settimana).
Un inferno. Un braccio di ferro durato fino alle soglie della terza elementare. All’inizio neanche lui poteva rendersi conto che quello era un ritmo sbagliato, perché non ne conosceva altri e non aveva la consapevolezza che l’enorme fastidio gli derivasse anche dall’errore di tempi.
Poi l’ho lasciato fare e spontaneamente i compiti sono scivolati verso le 17, 17,30… Uh! Miracolo. Da solo e all’orario che sentiva più adatto. Come avevo fatto a non pensarci? A lui il tempo di recupero serviva prima, lui non aveva affatto ansia nel riposarsi prima di aver fatto i compiti, anzi!

Da questa “scoperta” una serie di vantaggi a cascata:
maggiore autonomia nello studio: studiando in un momento congeniale, quando si sentiva meno affaticato, era maggiormente in grado di staccarsi, vivendo quel tempo come un lavoro suo;
miglioramento dei rapporti tra noi: fine delle arrabbiature, se vuoi studiare o ripassare anche dopo cena, va benissimo, anzi, io recupero del tempo per me;
migliori risultati con meno sforzo: studiare all’orario “giusto” permette al proprio lavoro di rendere di più, ci vuole meno tempo a fare lo stesso compito, perché fisico e cervello rispondono di più e soprattutto l’umore è più alto;
più autostima per tutti: lui è diventato un “bravo” studente, io un genitore un po’ meno orrendo 🙂

Certo, se i figli sono più di uno, può diventare tutto più complicato. I loro ritmi possono non coincidere, mentre gli impegni pomeridiani o del fine settimana devono potersi integrare.
Nella squadra di pallavolo del Piccolo Jedi c’è un ragazzino che resta sempre lì, dopo l’allenamento a fare i compiti, perché la sorellina ha lezione dopo. Si mette su un tavolo e studia. Uh, poverino, direte voi! Deve adeguarsi!
Ecco, no. A lui piace così, perché fare i compiti dopo lo sport lo aiuta a essere più rilassato e i genitori hanno trovato questo ritmo: uno dei due accompagna lui presto e lo lascia all’allenamento, poi lo stesso o l’altro tornano dopo un’ora e mezza con la piccola (che nel frattempo ha fatto i compiti) e restano (o a volte vanno a sbrigare qualche commissione), mentre lui studia lì, bello rilassato.
Adattamento. Rispetto. Funziona per tutti. I genitori si sbattono un po’ nel su e giù, ma vuoi mettere con la tranquillità del figlio che si sbriga lo studio da solo senza litigi e forzature? E a contare bene c’è più tempo libero anche per chi resta a casa (un solo figlio alla volta).

In fondo un ragazzo che studia ha parzialmente i vantaggi di un lavoratore autonomo: l’importante è che il giorno dopo, a scuola, raggiunga il risultato. Nessun maestro o professore vuole sapere a che ora ha studiato il suo alunno o per quanto tempo lo ha fatto, se il risultato è quello ritenuto congruo.
Facciamogli sfruttare questo vantaggio di non avere, almeno per una parte della giornata, un “orario di lavoro”, anche perché si abitueranno a ragionare e lavorare per obiettivi.

Il tempo nello studio è una variabile importantissima: se si riesce ad apprendere nel momento più adatto a se stessi, si evita la noia.
E la noia, quella sì, che ammazza la voglia di imparare!

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12 COMMENTI

  1. Oddio, hai ragione, ma io mi auguro tanto che Meryem mi somigli: io sono troppo ansiosa per vedere procrastinare. Temo che soffrirei orribilmente… Che Dio mi conceda una figlia dal bioritmo simile al mio.

  2. Da prof delle medie, posso solo dire: ha ragione l’autrice dell’articolo. Oh come ha ragione.

    E comunque da piccola io venivo messa, con le buone o con le cattive, sui libri alle ore 14. Nessuno si è mai reso conto che io fino alle 16,30 ci mettevo due ore e mezza per due problemi di geometria o un esercizio di francese, e poi di colpo tra le 17 e le 19 preparavo in scioltezza la pagina di scienze, l’interrogazione di geografia e gli esercizi di musica. Bioritmo, già. Sono così anche adesso che lavoro. Se potessi fare i rientri pomeridiani dalle 17 alle 20 invece che dalle 14,30 alle 17,00, i miei alunni ci guadagnerebbero!!!

  3. Ma siamo uguali! Io arrivo a casa alle 13 stanca, affamata, voglio solo una sedia e un piatto. Lei arriva a casa solo con la voglia di spegnersi, si chiude in camera, e può starci anche due ore, dimenticandosi del pranzo… La piccoletta arriva a casa con la voglia di giocare a rincorrersi. Inutile dire che la pausa pranzo è un momento di guerra…

    Per i compiti sono arrivata alla tua conclusione dopo il primo anno. Ci avevo pensato prima, ma avevo le maestre che imponevano legge a ogni incontro, mi raccomando, non di sera, e state seduti con loro, create un ambiente ordinato e silenzioso, non lasciateli soli… Ora, con una quattrenne in casa, silenzio e ordine si hanno solo mentre dorme… Quindi dopo pranzo via, subito a fare i compiti, e di corsa che poi si sveglia la sorellina. Un anno d’inferno.

    Poi sono arrivata al patto. Sono tuoi, te li gestisci tu, scegli tu se e cosa fare, quanto fare, dove fare. Io ti dico solo quando puoi. Si esce alle 17? Sai che alle 16.30 si fa merenda, o prima, o la sera. Siamo a casa tutto il giorno? Falli quando vuoi. Abbiamo il week end?Sappi che domenica pomeriggio non ci siamo, poi se vuoi farli tutti la domenica mattina, va benissimo.

    io avviso, lei decide. Confesso che è dura, perché io sono ansiosa, ho il terrore del “non ce la fa”, dell’accumulo, lo sono anche nelle mie cose, passo le giornate a fare, fare, fare, così poi è fatto, ma tanto poi continuo a fare… E allora è un continuo mordersi la lingua, per non intervenire. Eppure lei si gestisce benissimo, tutto all’ultimo secondo (e a me aumentano i capelli bianchi) ma senza nessun problema.

  4. sei come sempre sommamente saggia. e hai colto un aspetto molto interessante: l’incastro di quando ci sono più figli. il fatto di sganciare gli individui tra loro (io spesso sono costretta a portarmeli dietro entrambi per le esigenze dell’uno o dell’altro). Appena posso cerco di permettere a loro di seguire i propri binari individualmente, di creare tempi e spazi uno per volta e questo cambia molte cose, atteggiamenti, conflitti e impuntature migliorano moltissimo. Io però arrivo distrutta e anche questo non è molto giusto….

  5. E’ molto interessante questo post. Io sono d’accordo con Silvia, ognuna ha il suo ritmo. Ho tre bambine di meno di due anni di distanza l’una dall’altra e sono diversissime tra loro. Organizzare la giornata è complicato, però sono convinta si tratti giusto di questo: organizzazione. E la cosa che mi piace di questo post è che arriva prima dell’inizio delle elementari della mia prima figlia, per cui una cosa che ci concederemo sarà di cercare di capire quando è il momento migliore per lei, senza forzature da parte mia.

  6. Noi a settembre varcheremo il cancello per la prima volta, quello che anche metaforicamente segna il confine tra la prima infanzia e il tempo della scuola, quello che dura a lungo. Condivido ogni singola parola di ciò che hai scritto e anche quando in un altro post dicevo che, a volte, bisogna aver il coraggio di lasciarli andare a scuola senza compiti. Sì, secondo me devono poter fare di testa loro, ma non allo sbaraglio, con qualcuno accanto con cui ragionare sui motivi dei trionfi e delle sconfitte. Tutto qui molto bene, ma io sarò capace? Capace di non imporre i miei ritmi che, manco a dirlo, erano come i tuoi: prima compiti!!! A volte sono letteralmente terrorizzata dall’aprossimarsi di settembre, altre volte lo vedo maturo, pronto e veloce di mente (come lo è sempre stato e come confermano le maestre), desideroso di imparare e di travalicare quei confini della scuola dell’infanzia che, ormai, gli vanno un po’ stretti. Forse lui è più pronto di me e quel che in realtà più temo è lo scontro dei nostri caratteri che, con ogni probabilità, ci accompagnerà per tutta la vita. Come hai detto tu egregiamente poco tempo fa: “siamo due testardi che si urlano contro spesso e volentieri”.
    Grazie per questo post.

  7. @Marzia e Silvia: mi accodo alle inquietanti somiglianze. Avrei potuto scrivere sia questo post (colazione esclusa, io funziono come tuo marito, ma queste sono quisquiglie) sia il commento di Marzia.

  8. @Manu, poter svolgere il proprio dovere nel momento che si ritiene più propizio, però, può renderlo più leggero. Sempre compatibilmente con gli impegni di tutti e nei limiti del risultato utile: se poi la sera alle sette sei troppo stanco e non studi davvero, è evidente che devi renderti conto che qualcosa non va! Questo secondo me è renderli responsabili dei loro doveri e piaceri
    “Se li lasciamo fare di testa loro,si adattano troppo”, si ma a cosa si adattano? Ai loro ritmi? E che male c’è se funzionano?
    Però, è una mia opinione. Qui ha funzionato. Tutto qui.

  9. E come potrei dissentire, visto che io e mio figlio siamo quanto più diversi si possa immaginare? Sulla gestione del tempo poi è un litigio ogni volta che ci inoltriamo in qualsiasi tentativo di conciliazione. E’ durissima mordermi la lingua quando lo vedo perdere tempo e procrastinare qualsiasi attività, dal mangiare all’andare a dormire … e infatti spesso sbotto, ottenendo almeno un blando sblocco delle attività necessariamente da svolgersi “subito”.
    Ma sulla scuola ho deciso che può fare da solo. Me lo dimostrano i fatti, lui apprende in modi e tempi che per me sarebbero stati impensabili. Anche per me era necessario fare tutto subito, per togliermi il pensiero. Io poi avevo necessità di studiare davvero, esercitarmi e provare ancora. Poi ero perfetta ma come risultato di un duro lavoro (non solo all’università ma anche in 3° elementare!). Lui ricorda quanto letto a scuola e non studia quasi mai a casa, non ripete mai più di una volta, non prende in mano un quaderno se non all’ultimo momento utile. Poi è perfetto, come risultato della gran fortuna di avere una mente molto più veloce della mia e di una incredibile capacità di memorizzare.
    Io lavoravo con i miei strumenti, lui lavora con i suoi.
    Poichè è dotato di una certa dose di orgoglio mi illudo che al cambiare delle condizioni di apprendimento, cambierà anche la modalità. Per ora ho deciso di fidarmi e affidarmi a lui per quella parte di vita che in effetti è sua al 100% e che affronta da solo ogni giorno varcando la porta della scuola. (Al momento io risulto utile solo in occasione di “inventa un tema” e “colora i disegni” … mi va di lusso!)

  10. mio figlio è come me: ansioso e preferisce fare tutto subito per poi dedicarsi tranquillo e rilassato alle sue attività preferite. E’un bravo organizzatore (come me) e divide bene i compiti per il fine settimana (un tot al sabato, un tot alla domenica ecc ecc). E’ in prima media e l’ha affrontata serenamente e con buoni risultati.
    mia figlia è completamente diversa. Preferisce divertirsi e rilassarsi prima. Arriva a fare i compiti anche dopo cena, quando io non ho mai dico mai studiato dopo cena in tutta la mia vita, salvo in casi estremi al liceo o all’università. Il problema è che lei vuole che l’aiutiamo nei compiti orali (storia, scienze, geografia) perchè sente il bisogno di qualcuno che la ascolta mentre legge e di qualcuno che la ascolta mentre ripete con parole sue la lezione….io dopo cena sono cotta, per non parlare di mio marito….molte volte ciondoliamo con la testa sul divano, tenendo il suo libro sulle ginocchia mentre lei percorre a grandi passi il soggiorno ripetendo la lezione…Lei è in terza elementare, ha appena iniziato a studiare “sul serio”. Insomma i suoi tempi non coincidono con i miei…spero che tra qualche anno riesca studiare da sola, senza “pubblico” chissenefrega se lo fa dopo cena o durante la notte 😉

  11. Se mi permetti,io non sono d’accordo! La vita non aspetta certo il nostro bioritmo,capisco la colazione,ke e’ una scelta leggera,ma fare i compiti seguendo il bioritmo,non so….purtroppo ,condivido il pensiero ke fare il genitore cattivo stanca,pero’ e’ meglio ke i bambini capiscano di avere doveri e piaceri sin da piccoli..come dico a mio figlio c’e un tempo x studiare,ke e’ quasi imposto, se poi al pomeriggio hai anche sport e’ veramente impensabile fare i compiti alle 17 30! Se li lasciamo fare di testa loro,si adattano troppo e in terza,quarta elementare non penso abbiano la maturita’ di capire…e’ ovvio che cerchino di rimandare il piu’ tardi possibile il momento dello studio..ma questo ovviamente e’ solo un mio pensiero.

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