Il linguaggio svilito

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Quando chiediamo qualcosa a qualcuno è perché vogliamo sapere la risposta alla nostra domanda, o cerchiamo solo conferma dei nostri pensieri? Lo stile comunicativo che scegliamo è quello che ci definisce come persone.

Il mio pensiero per questo mese dedicato alla dignità nelle nostre relazioni va allo stile comunicativo. Per questo vorrei raccontarvi un controsenso che ho ripescato in un vecchio libro:
“Dove vai?” domanda il primo
“A Cracovia”, risponde l’altro
“Guarda che bugiardo – brontola il primo – Se dici che vai a Cracovia, vuoi farmi credere che vai a Leopoli. Ma io so che vai proprio a Cracovia. Perché menti dunque?”
(da Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905)
Per risolvere la fredda battuta occorre dare per scontato che il primo amico non solo sappia dove sta andando il secondo (a Cracovia) ma anche che dia per scontato che questi, nella risposta, gli dirà il contrario del vero.
Ma allora la questione sollevata dalla storiella è: perché il primo amico, in primo luogo, ha posto la domanda? In fin dei conti, sapeva già la risposta ma quel che ci sembra ancora peggio è che non era in realtà davvero disponibile ad ascoltare.
Il bello di questa storia è che è lontana, per modi e per stile, ma nello stesso tempo tanto vicina.
Penso a quanto ci accade di osservare nei talk show dedicati alla politica in cui non esiste uno scambio di opinioni ma una serie di domande da cui scaturiscono reciproche accuse ma anche a quanto spesso accade anche nelle relazioni che crediamo più strette: la domanda “Come stai?” non è fatta per dare spazio alla nostra risposta ma è solo un preludio a ciò che l’altro vuole che noi ascoltiamo.
Queste situazioni sono tristi in primo luogo perché fungono come finestre nelle nostre singolari angosce di solitudine: spazi in cui non siamo visti per come siamo realmente e non siamo ascoltati per quello che abbiamo da dire.
Sono anche un momento di distruzione del ruolo della parola e del linguaggio. In fin dei conti, il linguaggio è quella dote esclusivamente umana di creare mondi possibili portando, nel passaggio da un soggetto all’altro, tutta una ricchezza di immagini che vengono create dall’atto stesso del parlare. È un atto di creazione tessuto delle relazioni che in esso donano pezzi di racconto e pezzi di ascolto.
Quando l’atto del linguaggio non tesse più una relazione e l’altro non è più qualcuno che si pone pari a me e che può donarmi una sua opinione ma soltanto un fantoccio attorno a cui costruisco le mie domande, lancio le mie boutade e pretendo ascolto per me, ci stiamo privando di quella dote che ci rendeva unici e che, con il reciproco scambio di opinioni, ci costringeva ad arricchire il nostro punto di vista grazie agli aspetti divergenti al nostro punto di vista di cui gli altri erano portatori.
Il problema, allora, non è tanto che il secondo personaggio dello scambio di prima possa sentirsi solo e in trappola, impossibilitato a dire ciò che per lui è vero, ma che il primo si sia rinchiuso in una prigione fatta delle sue proprie convinzioni e che si rifiuti di vedere in quanto di nuovo ha l’altro da dirgli una via di uscita, da quella prigione, per essere più uomo di quanto non si sia creduto fino a questo momento.

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2 COMMENTI

  1. Una comunicazione distorta ed ambigua è fonte di conflitto e malessere. L’ho imparato a mie spese fin da piccola perché a casa mia questa era la qualità della comunicazione. Ne sono uscita scegliendo di cercando di capirne meglio I meccanismi, chiedendomi perché fosse così, cercando di fare mio un modo diverso di comunicare con il prossimo e ci sono riuscita diventando un’educatrice professionale ed in qualche modo un’esperta di comunicazione. Anni di studio, confronto, approfondimento, riflessione mi sono serviti non solo per crescere professionalmente, ma anche per autocurarmi ed emanciparmi da uno stile comunicativo dannoso. Ogni tanto mi chiedo se fosse l’unica strada, ma questa è un’altra storia….

    • grazie Claudia,
      hai aggiunto dei passaggi fondamentali al post.
      Anch’io sto lavorando e riflettendo molto su di me, i meccanismi comunicativi nei quali sono cresciuta, a cui mi sono adattata. Sto cercando di migliorare, per amarmi un po’ di più. Non so se sia l’unica strada, diciamo che non potendo al momento immaginarmi su un altro cammino cerco di liberarmi passando attraverso questo
      ogni tanto farei a meno volentieri di persone, comunicazioni, frasi tossiche che mi si appiccicano addosso e riecheggiano in me fino a diventare la mia criptonite. però già riconoscerle mi aiuta a distanziarmene .. un po’ più velocemente, e con questo provo a fare pace….

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