Il costo di essere umani

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Quando fai un lavoro che ti piace, ti sembra impossibile che al resto del mondo non importi nulla della materia di cui ti occupi.
Eppure non è nulla di diverso di quello che capita a me, visto che raramente chiedo lumi ai miei amici rispetto alla loro quotidianità che non sia un generico: “Come va al lavoro?”

Un po’ peggio è quando il lavoro che fai ha delle ricadute sociali per le quali sarebbe importante un’attenzione politica; eppure, salvo rarissimi casi, è davvero difficile trovare nei programmi politici riferimenti al mondo che tutti chiamano “sociale” (termine che sta iniziando a rappresentare una sorta di ghetto culturale). Eccezion fatta per la questione migranti, che però viene trattata come tutti sappiamo salvo poi passare a “maggiori urgenze” quando non è più funzionale allo scopo. A tal proposito vi invito a leggere questo approfondimento di Stefano Allevi che spiega bene la dinamica della questione.

Sulle persone con disabilità, ad esempio, non si sente nulla, a parte qualche notizia sporadica che magari ho commentato anche in questa rubrica in passato.
In Veneto però abbiamo avuto l’onore delle cronache per un bell’annetto. Motivo? La riorganizzazione dei Centri Diurni. Stessa sorte hanno avuto i colleghi che lavorano nel mondo della salute mentale.
I più puri di noi direbbero: “Bello, no? Finalmente un po’ di sensibilità!”
No, mi spiace!
Le questioni, complesse, che riguardavano la qualità dei servizi proposti, una standardizzazione auspicata da anni (che significa che tutti hanno diritto allo stesso trattamento su tutto il territorio regionale) e una visione lungimirante sul futuro di queste persone è stata ridotta ad una sola variabile: quanto costa?

Finché si parla di integrazione e di qualità della vita nessuno ha nulla da dire, siamo tutti d’accordo. Quando si arriva all’ultima riga del progetto, quella dei costi, tutti diventano esperti ed improvvisamente tutto può essere messo in discussione. Naturalmente se questi costi vanno ad incidere sui bilanci personali, familiari e comunali. Dagli amministratori locali (non tutti, per carità) al cittadino più distratto, tutti si sentono in dovere di dire la propria.
Non voglio dire che deve esserci fiducia incondizionata in noi tecnici, non sarebbe giusto. Io, anche in buona fede, dovendo far quadrare il mio bilancio familiare con uno stipendio, non sono neutro nel giudizio ed è giusto che io venga controllato.
Ma mi augurerei uno scambio, un po’ di umiltà nel cercare chi conosce, chi può spiegare le questioni, senza cedere sempre alla tentazione di fare a gara a chi la spara più grossa.
“Le parole sono importanti” diceva Nanni Moretti, ma in realtà anche i modi ed i toni e anche le parole che non si dicono sono importanti.

Nel bellissimo (e terribile) Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute, Marco Paolini tratta la questione della disabilità e della malattia mentale per come l’hanno trattata i nazisti. Oppure, se vogliamo rovesciarla, tratta l’olocausto partendo dall’inizio, da come è cominciato: con esperimenti di eugenetica fatti sulle persone con disabilità. Terribile, vero?

“Stai sostenendo questo peso”
Eppure si sapeva: giravano manifesti già prima della salita al potere di Hitler che “sensibilizzavano” la popolazione rispetto ai costi che le persone “che vivevano vite non degne di essere vissute” arrecavano alla collettività. Venivano propagandate cliniche a basso costo che avrebbero sgravato le famiglie dall’onere di gestire un figlio con qualche malformazione o malattia e i medici, in particolare i sostenitori dell’eugenetica, arrivavano a offrirsi volontari per lavorare in quelle strutture. Non sotto minaccia, non per paura.
Un lavoro semplice, pulito, su cui Hitler ha costruito parte del suo consenso; un clima che fa sparire i nomi e i volti e mette al loro posto i numeri. Pensiamoci quando leggiamo il costo di una comunità per disabili, o il numero degli sbarchi di migranti e quanto questo, si suppone, costi alla collettività.
Certi tipi di propaganda, magari, non ci convincono a diventare nazisti ma rischiano di predisporci a chiudere gli occhi e fare finta che in fondo vada bene anche così.

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