Guarda che bello

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bellezza-paternitàCosa comunico a mio figlio quando gli dico “guarda che bello…”?

In un certo senso, tutte le volte che lo faccio, gli sto insegnando cos’è la bellezza. Però, se lui mi chiedesse direttamente cos’è la bellezza, avrei i miei grossi problemi a spiegarglielo, e non solo per questioni di lessico o di definizioni. In più, spiegarla non è certo divertente come godersela, la bellezza.

Come ha detto Silvia, i bambini e le bambine si meravigliano più spesso e più profondamente di noi. Se da un lato questo è molto ovvio, avendo loro molta meno esperienza del mondo di noi, dall’altro è vero che quello sguardo poco abituato alla realtà circostante vede cose che a noi possono facilmente sfuggire. Lo stupore per lo spettacolo davanti ai loro occhi permette a ciò che li impressiona di rimanere a lungo nella loro mente, nei loro ricordi, nelle loro abitudini; ed ecco che la meraviglia, anticamera della bellezza, appare come un potente mezzo di conoscenza. Per tutti e due, padre e figlio o figlia.

Sì perché essendo in due a sentire la bellezza – io che gliela indico e lui o lei che la guardano con me, o viceversa – c’è sempre qualcosa da imparare per tutti. Io sarò sicuramente sorpreso, meravigliato dalle sue considerazioni tanto quanto lui – spero, perché la bellezza è anche un rischio – sarà felicemente impressionato da ciò che vede. Tutti e due saremo felici di essere lì, nella bellezza, insieme, disinteressatamente, senz’altro scopo che sentirci bene.

Com’è rivoluzionario e sovversivo un tempo sottratto al dovere, alla prestazione, all’obiettivo da raggiungere, per dedicarlo solo alla bellezza. Momenti che diventeranno, con un po’ di fortuna, “quei bei momenti”. Cose belle a loro volta, perché proprio la bellezza si sperimentava: un sentimento disinteressato fuori dal tempo, il puro piacere di essere lì e scoprirsi l’un l’altro.

Quando torno in luoghi per me bellissimi con mio figlio, o quando cerco oggetti o immagini che ho sempre considerato belle, nel farle vedere a lui sto dicendo anche qualcosa di me. Qualcosa che può piacere allo stesso modo o no, e devo essere pronto anche ad accettare un no: perché ciò che sento bello non lo devo mostrare per vantarmi o per cercare conferme, ma per sperare di poter condividere quel piacere.

In più, quando dici a tuo figlio o a tua figlia “vedi che bello…”, gli stai dicendo anche che sei felice di stare lì con lui. Al di là della cosa che stai indicando, c’è qualcosa che sta succedendo, e che non succede altrove o in altri momenti. Succede solo nella bellezza.

Ecco che tutte le cose che lui mi indica come belle – quell’albero quel ponte la luna quell’automobile questo libro il disegno il vestito quel giocattolo la canzone – diventano anche le tracce del nostro rapporto, le briciole di Pollicino che quando ci servirà potremo ritrovare e ripercorrere. Imparo da lui che “bello” serve a comunicare un sentimento per il quale probabilmente non ci sono parole migliori, e spero tanto che anche lui, quando mi dice “guarda che bello, papà” mi stia dicendo che è felice di essere lì con me, adesso, davanti a quella cosa bella.

– di Lorenzo Gasparrini

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7 COMMENTI

  1. Mi fai rivivere le passeggiate che facevo nei boschi con mio padre per prendere funghi.e lui si entusiasmava ad ogni passo e diceva “e questo? È poco bello? E questo?” Indicando un tronco o un coleottero o l’acqua che gocciolava dalle rocce. A me sembrava tutto magico.
    Chissà se riuscirò a comunicare le stesse cose alle mie bimbe.

  2. Lorenzo, ottimo post.
    Il problema è quando vedo qualcosa che mi piace tanto (ad esempio una strada tra le colline che non ho mai visto prima) e a loro non interessa, magari perché sono impegnate a chiacchierare, o litigare. In quei momenti mi sento un po’ sola: quando mi riempio di bellezza, l’unica cosa che vorrei è condividerla.

  3. A proposito di ‘bello’, adesso che sono all’estero e ho bambini che imparano italiano e svedese, mi sono resa conto di come l’italiano usi l’aggettivo ‘bello’ spesso e generosamente, anche per accezioni che non implicano pregi estetici del soggetto. Un bel libro, una bella persona, una bella lavata di capo , una bella vacanza. Per noi *bello* non significa solo esteticamente gradevole, ma anche *apprezzabile*, *degno di nota*, *godibile*. Lo svedese, per dire, non usa *vackert* allo stesso modo. E mio figlio adesso dice -in italiano- “tu sei bella”, quando intende “mi piace stare con te”.

    (é lo stesso commento che ho postato su Fb da Serena)

  4. Stupirsi dello stupore dei bambini, ammirare la loro meraviglia e al contempo educarla, guidarla, suscitarla. Perchè quando cresceranno non la perdano, e continuino a guardare il mondo cercando il Bello, la Bellezza. E ritrovare in questo l’amore dei genitori.
    Importante poi non dimenticare che “Qualcosa che può piacere allo stesso modo o no, e devo essere pronto anche ad accettare un no: perché ciò che sento bello non lo devo mostrare per vantarmi o per cercare conferme, ma per sperare di poter condividere quel piacere.”
    Grazie per la riflessione.

  5. Lorenzo solo tu riesci a dire in parole così semplici concetti che sono semplicissimi quando li provi e li vivi, è vero come dici tu, ma se ci volessimo mettere a guardare cosa c’ è dietro il concetto di bellezza, ci sarebbe da svenire. Il bello è che tu sei quello che ha gli strumenti per fare discorsi complessi sulla bellezza, e riesci a renderli tanto semplici. Chapeau.

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