Perché un genitore non deve vedere Boyhood

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La recensione “definitiva” di Boyhood, film candidato a 7 Oscar, di grande impatto per chi ha figli in crescita.

boyhood_stillAvete presente il momento cruciale in cui si decide il film per la serata? Quello in cui si stabilisce se sarà una serata in famiglia, di coppia (perché solo a sentire il titolo i figli sono spariti) o addirittura solitaria (quel film te lo vedi da solo/a, tesoro)?

Ecco, allora sapete anche che ci sono dei titoli facili, altri impossibili, e altri ancora borderline.
Boyhood, nello specifico, è del tipo borderline.

Con quella faccia da ragazzino nel poster, mi attirava tremendamente. Sapere che avrei visto quel ragazzino espandersi nel giro di due ore mi attirava meno. Però che idea quella di far durare le riprese 12 anni per raccontare una storia di crescita e cambiamento con gli attori che cambiano e crescono con il film, e come fai a non vederlo? E però sai che roba pesante che deve essere?

Insomma dopo due settimane di tira e molla alla fine l’ho spuntata e abbiamo deciso che l’avremmo visto.
Uno dei figli s’è dato subito, l’altro si è addormentato a metà, il marito l’ha visto tutto ma sono sicura che intanto preparava qualche orrida vendetta cinefila.
Io, alla fine, non ho saputo dare un giudizio, per cui ho lasciato passare qualche giorno, ho ascoltato pareri, e ho aspettato di metabolizzarlo.

Il verdetto? Forse non mi è piaciuto nel senso classico del termine, però non faccio altro che pensarci. Perché se sei un genitore, e vedi “Boyhood”, non rimani indifferente, questo è sicuro. Quindi se volete stare tranquilli non guardatelo. Se invece siete il tipo temerario che non ha paura di girare il coltello nella piaga, andate pure.

Io vi dico perché un genitore non deve vedere “Boyhood”, se poi per gli stessi motivi bramate di farlo posso sempre dire che ve l’avevo detto.

“Boyhood” non è una storia

Come, direte voi? Già non ci avevi proprio entusiasmati, ora ci dici che non è neanche una storia? Ebbene sì, non è una storia nel senso tradizionale del termine, che parte da un presupposto, raggiunge un climax, i personaggi evolvono, e alla fine si tira una conclusione, per quanto discutibile e complessa. Qui invece assistiamo a singole scene della vita dei membri di una stessa famiglia scomposta e ricomposta varie volte (i due genitori sono separati e nel tempo la madre si risposa e si risepara, il padre si risposa e ha una bambina), ma non c’è un intreccio, una trama. E’ come se, un anno dopo l’altro, li vedessimo vivere da una finestra, e dovessimo indovinare noi, da soli, cosa può essere successo nel frattempo. D’altronde una storia non è altro che il tentativo di ricostruire in un’immagine sensata i pezzi confusi e sparsi che abbiamo a disposizione. Quando raccontiamo la “nostra” storia è quello che facciamo. La “nostra” vita, invece, è più simile ad un puzzle venuto male.

“Boyhood” ti fa invecchiare di 12 anni in 2 ore

Se come me sapete cosa vuol dire vedere il proprio figlio crescere di 20 centimetri nel giro di un anno, e ritrovarvi in casa un tipo col vocione che si fa la barba con il rasoio del padre (o anche con il vostro, se non lo nascondete), piangerete come fontane. Se avete figli piccoli, piangerete ancora di più. Ma se avete più di 40 anni, o addirittura più di 50, i cambiamenti del figlio passeranno in secondo piano rispetto a quelli dei due attori (Ethan Hawke in due ore passa da 32 a 44 anni). Se siete una donna ottimista e positiva (siatelo) noterete che Patricia Arquette è più gnocca dopo che prima (cosa fa una dieta e un buon taglio di capelli signora mia).

“Boyhood” ti spiega che forse il tuo ex non era quello schifo che avevi detto alle amiche

La mamma del film ha una capacità veramente sorprendente di trovare dei mariti pessimi. O meglio, all’inizio sembrano più che decenti, poi cominciano a bere, si deprimono e infine impazziscono. Siccome non vediamo tutta l’evoluzione ma solo alcuni momenti salienti, a un certo punto mi è venuto il dubbio che lei c’entrasse qualcosa. Anche perché il primo, il padre dei due ragazzi insomma, che all’inizio al contrario degli altri sembra un disastro, migliora con il tempo, si rifà una vita amorosa stabile e tranquilla, e insomma alla fine ti dici che c’è (forse) speranza per tutti.

“Boyhood” ti sbatte in faccia che pure se ci vivi insieme tutta la vita non sai niente di quello che pensano i tuoi figli

Nelle storie classiche, anche quelle più ermetiche ed involute, a un certo punto un dialogo, un’immagine, uno sguardo, ti fanno capire cosa sta pensando il personaggio. Qui no. Non lo sai mai. I due figli li vedi ridere, piangere, fare cose, ma quello che davvero pensano è un mistero totale.

“Boyhood” ti fa capire che pure se hai fatto di tutto per destabilizzare i tuoi figli quelli possono anche crescere stabili.

Ok, questa sembra una cosa positiva. Ma se ti viene in mente che può valere anche il  contrario sei finito.

“Boyhood” ti dice che quello che fai di buono nella vita non sempre è quello che pensi

C’è questa mamma che a volte sembra una fallita, perché davvero con gli uomini ha fatto un macello, ha cambiato casa città e lavoro infinite volte, ha passato la vita a sbattersi per dare un futuro ai figli e poi si ritrova d’un tratto sola (allerta sindrome da nido vuoto in arrivo) a chiedersi il perché di tanto sbattimento. Però quelli che la conoscono dicono tutti che è una gran donna, e hanno ragione perché in effetti è una gran donna, è una che non si è mai arresa, che ha studiato e fatto carriera, pagato tasse e mutuo, e soprattutto ha dato una speranza a un sacco di gente. Io credo che la scena in cui l’operaio messicano al quale lei aveva consigliato di studiare, la ringrazia per quell’incoraggiamento, per aver visto in lui quello che sarebbe potuto essere e che è diventato (direttore di un ristorante), e soprattutto lo stupore di lei, lo stupore dei suoi figli, ecco mi ha fatto pensare che nella vita conta pure cosa trovi quando ti guardi indietro, e non sempre è quello che pensi, nel bene o nel male.

E adesso fate come vi pare.

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6 COMMENTI

  1. Io invece, che di figli ne ho due e piccoli, sono di quelle alle quali piace andare a toccare il dente che ti fa male (o girare il coltello nella ferita che dir si vuole) e mi hai convinta ancora di più: voglio vederlo! Mi sa che lo farò in solitudine, sul divano di casa, piangendo lacrime silenziose! Grazie…per la spinta!

  2. Per il penultimo punto mi dico sempre “non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice” (tom robbins).

    Mi hai fatto venire voglia di andarlo a vedere! Ma mi sa che aspetterò un po … Sono andata al cinema la prima volta dopo 4 anni … E ho visto i pinguini di Madagascar!!! E ero talmente contenta di essere in un cinema che me lo sono pure gustato!!!

    Grazie della recensione!
    V

  3. Mah, io non lo vedrò, non voglio sciuparmi la sorpresa con i miei figli 🙂
    Penso proprio che optero’ per Shaun th sheep!!!

  4. oddio, io di figli ne ho tre e l’ho amato. in tanti mi hanno detto di averlo trovato noioso (“non succede niente”, appunto) e io sono caduta dalle nuvole! devo essere perversa, tra l’altro, perche’ preferisco la madre all’inizio, magra e con i capelli lunghi!

  5. È una recensione bellissima, bellissima.
    Non andrò a vedere il film, mai, ché di paturnie mi bastano le mie e di rimpianti e rimorsi ne ho da vendere (per tacere delle nostalgie indefinite che prendono allo stomaco, di notte, quando guardi i figli dormire e ti accorgi che sono cresciuti a tua insaputa).
    Ma l’ultimo punto citato, il far qualcosa di buono mentre si è concentrati a fare altro, sento che risuonerà a lungo dentro di me come una promessa.
    Che bello, Anna

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