Farsi uomo

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Come si diventa uomini quando il passaggio dall’età dell’infanzia a quella adulta non è segnato in modo chiaro come nel caso delle donne? La virilità deve essere messa alla prova ripetutamente, dimostrata agli altri e a se stessi attraverso una serie di passaggi più o meno obbligati fino ad aderire all’unico modello di riferimento proposto. La conoscenza di questo processo è l’unica arma che abbiamo per poterne uscire in modo differente.

Le ricerche a livello nazionale sugli stereotipi di genere sono ancora poche e di corto respiro, non potendo contare su una struttura nazionale né su un forte interesse istituzionale in questo senso, ma le molte iniziative sul territorio hanno prodotto comunque, negli anni recenti, risultati analoghi. Abbiamo una situazione piuttosto sorprendente: quella età generalmente identificata come la più facile alla ribellione generazionale, al sovvertimento dei valori ricevuti in eredità, alla messa in questione delle credenze tradizionali, per quanto riguarda gli stereotipi di genere si scopre aderente ai sessismi più comuni, del tutto in linea con quella società di cui dovrebbe incarnare la spinta più sovversiva.

Anche nei giovani ribelli albergano stereotipi vecchi e arcinoti, molti dei quali legati a quel sentimento potente, affascinante e irresistibile che rappresenta forse in toto l’adolescenza, perché ne è la scoperta più importante verso la vita adulta: l’amore. E chi è stato a dire già tutte quelle cose riguardo il rapporto con l’altro sesso, se l’amore rappresenterebbe una scoperta?

Ebbene, anche riguardo l’amore gli adolescenti non arrivano affatto impreparati: sono già anni che il «discorso amoroso», per riprendere l’espressione barthesiana, risuona nelle loro orecchie dalle chiacchiere con i coetanei, dalle domande agli adulti, dalle letture e dalla frequentazione dei media, soprattutto televisione, web e cinema. Per cui, anche prima della prima esperienza d’amore, essi hanno già dei forti pregiudizi, tra cui, per esempio, il luogo comune che il primo amore non si scorda mai. Il quale, sarebbe il caso di dirlo finalmente, è un bel dispositivo ansiogeno e castrante, in molti casi.

Farsi uomo

Va ricordato che si arriva all’adolescenza, ancora nella maggioranza dei casi, se si è uomo, ragazzo, dopo anni di sfottò per ogni aspetto sentimentale della propria indole – in quanto modo poco maschile di porsi. Quel primo amore corrisponderà probabilmente alla prima esperienza sessuale con un’altra persona. Ma non nel senso che l’esperienza sessuale sostituirà quella sentimentale; bensì che quella sentimentale verrà proprio abbandonata per molto tempo per poi essere ripresa, forse, chissà quando, e rimpiazzata nel pensiero e nell’azione dall’obiettivo numero uno del maschio che vuole crescere: il sesso. Ma, che sia chiaro, l’obiettivo non è tanto l’atto sessuale in sé quanto il desiderio di dare una chiara indicazione della propria mascolinità. Inizia quindi nell’adolescenza, quando si è giovani, il percorso verso il raggiungimento della virilità; ed è curioso notare come si tratti di concetti inventati da una specifica cultura. Non mancano gli studi sociali che ne datano la nascita – nel senso della piena consapevolezza di quella età come qualcosa di definito e quindi al quale imporre precisi valori e mode – in un momento preciso dell’Occidente.

Qualunque sia la forma scelta per conformarsi da parte del ragazzo che vuole farsi uomo, la virilità è esterna: si dà nell’espressione, nella relazione, in tutto ciò che espande il corpo e la mente maschili e che gli fa lasciare tracce nel mondo esterno e negli esseri umani che incontra. Con una differenza fondamentale: mentre la femminilità ha quel segno inevitabile che bisogna solo attendere una tantum come ingresso nella sessualità compiuta (il ciclo mestruale), la virilità non ha niente di così definitivo, quindi andrà ripetutamente messa alla prova, constatata, dimostrata pubblicamente e a se stessi. Non ci vuole molto a capire che una maschilità schiacciata in questo modo sulle continue prove di virilità, vissuta nell’età degli sconvolgimenti ormonali, dei dubbi esistenziali, delle sollecitazioni ambientali verso desideri più grandi da realizzare, generi uno stato di ansia continua e quasi insopportabile.

Amore e gerarchie cercando la propria identità

Ansia che inevitabilmente si trasforma, in un ragazzo, non solo nel rapporto con l’altro sesso ma verso qualunque altro genere e orientamento diverso dal suo, come una paura del diverso. La libertà delle relazioni è impedita, in questa educazione virile, fin dall’inizio. Il modello machista a cui aderire il prima possibile, e con la maggiore evidenza possibile, è chiaro: il modello di virilità è uno solo possibile, cioè il maschio eterosessuale vincente. I rapporti sono immediatamente posti non come alla pari, per una reciproca scoperta, ma antagonistici, per una reciproca gerarchia: gli altri generi sono o sopra o sotto, mai alla pari. Alla pari c’è solo il rapporto cameratesco – di nuovo, virile – con altri maschi eterosessuali, e la sua continua verifica: oltre questo, solo un posizionamento al di sotto in una scala di potere per le donne, in quanto oggetto di quel potere, e tutti i rimanenti casi al gradino più basso come agenti inquinanti e disturbanti per quel potere: gay, lesbiche, trans, bisex, e qualunque altra cosa non-etero. È un problema educativo serio, profondo e ben strutturato nella società italiana, che ancora rifiuta in maniera burocratica, attraverso un mondo politico sordo e incompetente, e in maniera popolare, attraverso una diffusa cultura maschilista, una educazione diversa, una educazione alle differenze.

Foto Torrey Wiley utilizzata con licenza CC BY 2.0

L’ipocrisia dei modelli di riferimento

Quella scoperta di sé e dell’altro che dovrebbe giustamente passare per un esame critico dei modelli imperanti, e per un apprendimento degli strumenti atti a compiere quell’esame critico, è invece sostituita da una forzata adesione allo stato di fatto, senza che nessun adolescente sia mai messo in grado di maturare socialmente le proprie inclinazioni e i propri desideri. E lo stato di fatto è – per tradizione, per convenzione, per comodità, per ignoranza, per paura – l’eterosessualità gerarchicamente disposta con l’uomo che agisce il potere nella relazione e la donna che lo subisce. Il resto non è considerato normale, non è naturale, non è ammissibile. Il risultato è evidente e sotto gli occhi di tutti: l’adolescenza diviene così, per antonomasia, l’età ipocrita. Quello che un ragazzo scopre dell’altro sesso è ciò che si sapeva già da sempre: quello che ne dicono altri maschi – più grandi, più vecchi, «più esperti», insomma più in alto nella gerarchia. Una vera relazione di reciproca conoscenza non c’è, non è possibile, non è prevista. L’ipocrisia massima la si vede bene in quelle situazioni sociali dove la tensione alla reciproca scoperta è alta, ma la paura di scoprirsi è ancora più forte e impedisce il dialogo – una famosa scena ambientata in una discoteca nel film Trainspotting (Danny Boyle, 1996) l’ha ben raffigurata: i ragazzi, insieme e in disparte, parlano inquieti e scatenati delle ragazze, e queste ultime, altrettanto intense e dubbiose, dei ragazzi, ma al momento del reciproco incontro fingono di parlare d’altro. Eppure tutti e tutte sono l’un per l’altro oggetto d’interesse e di discussione, parlarsi e aprirsi sarebbe la cosa più ovvia e salutare per vivere il reciproco desiderio; invece la gabbia patriarcale impone un ruolo già definito – i maschi parlano di sport, le femmine di shopping – perché ciò che va esibita è la sicurezza di sapere già tutto dell’altro e dell’altra.

Questa ipocrisia la si è appresa bene già da tempo, come naturale eredità dell’educazione basata su stereotipi ricevuta in precedenza. In tutti questi casi, l’intenzionalità del soggetto non ha quasi nessuna importanza, dato il condizionamento generale subito in una società patriarcale. L’ipocrisia è nell’aria.

Tratto liberamente a cura dell’autore dal libro “Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni” di Lorenzo Gasparrini, Editore Settenove

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1 COMMENTO

  1. Lorè questo devo farlo leggere al quindicenne, perché riprende discorsi avviati da tanto tempo, ma più generici (ultimamente mi fa dei pipponi sul femminismo che non li vuoi sentire) ma appunto li riprende come fai tu e non come ne parliamo noi, e credo che questo cambiamento di voce possa funzionare meglio. Il libro intero non so se lo leggerà mai a meno di tradurlo, in italiano fa troppa fatica, ma qui ci lavoreremo. Grazie.

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