Famiglie di fatto. Meno ipocrisie, più equità.

Il nuovo metodo di calcolo dell’ISEE mette in luce, ancora una volta, le contraddizioni legislative sulle famiglie di fatto

foto di Jack Fussel utilizzata con licenza Creative Commons
foto di Jack Fussel utilizzata con licenza Creative Commons

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta nelle contraddizioni del nuovo ISEE: dovevo portare dal dentista mia figlia e mi hanno chiesto i redditi del padre delle bimbe, la targa della sua auto, documentazione relativa alla sua abitazione. Anche se lui non vive con noi e, di fatto, il suo tenore di vita è indipendente dal nostro, per una scelta condivisa, per un equilibrio che per ora abbiamo trovato senza bracci di ferro tra avvocati, in cui le bambine sarebbero sempre risultate perdenti (naturalmente è un equilibrio precario, ci si prova).
Non voglio addentrarmi in una riflessione sui benefici, per le casse dello Stato italiano, di considerare i genitori naturali come parte dello stesso nucleo familiare ai soli fini di stabilire l’importo delle prestazioni a sostegno del reddito.

Vorrei ragionare invece sul fatto che le coppie di fatto esistono, sono tante, pagano le tasse, ma non godono di alcuni diritti fondamentali.

Un esempio a caso: quando il babbo delle mie bambine ebbe un grave incidente mi fece chiamare da un amico, l’ospedale invece mi chiese il numero di un parente “vero” cui comunicare le emergenze. Parente con cui, fortunatamente, ero in ottimi rapporti. Se non lo fossi stata, l’ospedale mi avrebbe comunicato eventuali emergenze? Forse sì, ma a discrezione del personale. La legge non mi avrebbe tutelato. Eppure avevamo tre figlie riconosciute da entrambi e vivevamo assieme. Eppure oggi, che non viviamo più assieme, mi si viene a richiedere il suo reddito, la targa della sua auto, per poter mandare mia figlia dal dentista pubblico.

Le famiglie di fatto, per via della totale noncuranza della legge, finiscono per godere anche di alcuni privilegi, per esempio il fatto che gli assegni al nucleo familiare non tengono in considerazione il reddito del convivente non sposato del richiedente. Ci sono coppie di fatto nelle quali la persona con minore reddito riceve alti assegni, quando magari il/la convivente guadagna bene e il tenore di vita complessivo della famiglia è alto. Ci sono anche famiglie di fatto che sulla seconda casa godono degli stessi sgravi che si hanno per la prima casa, solo perché hanno residenze separate.

Sposarsi non è obbligatorio, e allora perché se decidi di non sposarti o se nasci all’interno di una famiglia “naturale” o “atipica”, ti ritrovi cittadino di serie B (con la frustrazione, ma anche le zone d’ombra di cui approfittare)?

Mi chiedo se lo Stato non può stipulare anche con noi famiglie “atipiche” (la maggior parte delle persone che conosco e, credo, una percentuale considerevole delle famiglie italiane) un patto sociale.

Forse, se definissimo un concetto di famiglia ampio e accettato in tutti i potentati burocratici, noi e i nostri figli avremmo gli stessi diritti, ma anche gli stessi doveri. Forse così non si creerebbero delle zone grigie, per cui per qualcuno potesse trovare conveniente la decisione di non sposarsi, a scapito della comunità. Lo Stato ci guadagnerebbe economicamente, ma soprattutto ci guadagnerebbe in equità e senso di appartenenza. Perché la mia famiglia monoparentale e le famiglie omogenitoriali e chi, per qualunque motivo, scelga di vivere con persone che non sono né il coniuge né i figli generati con il coniuge, si sentirebbe parte di una comunità giusta e accogliente, che non lo lascia ai margini dello Stato di diritto.

Forse la “furbizia” di tanti verrebbe meno; nessuno deciderebbe di non sposarsi per avere assegni familiari più alti; le prestazioni a sostegno del reddito sarebbero più eque. Lo stile di vita di una famiglia potrebbe davvero essere individuato (anche dal fisco), se solo lo Stato si decidesse a formulare il concetto di famiglia sull’evidenza che la famiglia non è quella santificata nel matrimonio, ma spesso è composta, molto più prosaicamente, dalle persone con cui condividi lo stipendio, a prescindere dal genere e dall’indirizzo di residenza.

Se l’Italia non vuole scegliere la strada dei diritti per giustizia, lo faccia almeno per calcolo. L’Italia non può più permettersi i privilegi, e visto che non vuole toglierli ai parlamentari, li tolga a noi famiglie di fatto, riconoscendoci senza ipocrisie ;), riconoscendo ai nostri bambini gli stessi diritti, quelli che, almeno nel mio caso, sta riuscendo a erodere, dopo anni di anarchia.

Le nostre sorelle femministe degli anni 70, quando chiedevano pari dignità tra i figli legittimi e i figli naturali (cosa che venne parzialmente recepita da una revisione del diritto di famiglia degli anni 70), non stavano forse chiedendo che la legge, di fatto, non penalizzasse la loro capacità riproduttiva?

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5 COMMENTI

  1. Nel nostro comune, già da parecchio, per “genitore single” ai fini dell’assegnazione all’asilo nido (posti limitati) vogliono una sentenza di separazione. Non basta non essere sposati o avere diversa residenza; e non basta una dichiarazione, vogliono vedere le marche da bollo.
    Era ora, oserei dire; perché si è famiglia anche solo vivendo insieme, e il Comune lo sa.
    Viceversa, quando mi sono trovata senza lavoro a 32 anni, “rischiavo” che avessero le detrazioni per me i miei genitori, nonostante vivessi da 8 anni con il mio compagno da cui aspettavo la seconda figlia. Medioevo.

  2. @hermione: il mio obiettivo non è comunque scagliarmi contro chi si approfitta di queste situazioni, perché spesso questa gente NON fa la furba ma semplicemente applica la legge. Pensa agli anf: se non vogliono il reddito del tuo compagno, che fai, li obblighi a cambiare il modello di richiesta?
    Inoltre, stare ai margini dello stato di diritto ha anche un bel po’ di svantaggi. Pensa alle coppie omosessuali e ai relativi figli non riconosciuti dalla legge come figli di entrambi, oppure pensa anche solo al mio caso, che ho citato all’inizio del post: lo stato, per “sgamare presunti furbi” (che finora ha ampiamente tutelato) impone alla mia famiglia (composta da me e le bambine: uno stipendio, una casa, una macchina) di dichiarare due stipendi, due case, due macchine. Mi abbassano gli anf e discriminano le mie figlie e continuano ad appoggiare il gioco del più furbo, perché coloro che lavorano in nero, tanto per fare un esempio, continueranno a risultare molto più poveri di me.

    • So bene che usufruiscono solo di leggi esistenti, non ce l’ho con loro. Solo vorrei una pubblica amministrazione che, anziché trattare il cittadino come uno che vuole sempre fregare il prossimo (che poi, per carità, l’Italia è piena di furbi), e quindi obbligarlo a dimostrare di essere in buona fede, si ponga nei confronti del cittadino chiedendosi “allora, che possiamo fare perché tu goda dei tuoi diritti senza troppe complicazioni?”.

  3. Ho una coppia di amici sposati, conviventi in città. Lui, però, per motivi di lavoro, ha mantenuto la residenza nel paese natìo, a casa dei genitori, dove ha l’ufficio. Per il Comune, se vogliono iscrivere la figlia al nido comunale della città in cui vivono, devono pagare la tariffa più alta, a prescindere dal reddito, perché uno dei genitori non risiede in città. Questo per evitare frodi, dice il Comune, perché ci sono molte coppie che vivono nei paesi limitrofi e che usano escamotage per mandare i figli nei nidi della città.
    Un’altra coppia di conoscenti non sposata che vive, insieme, in un paese limitrofo alla città di cui sopra. Lei risiede fittiziamente ancora in città, a casa con la madre, e per questo motivo ha potuto iscrivere entrambi i figli al nido in città, usufruendo di tariffe agevolate, perché risulta madre single.
    I miei amici, per la cronaca, hanno mandato la figlia al nido privato, perché costava meno di quello pubblico.
    Sono d’accordo con te, direi che è ora di trovare un meccanismo per cui, a parità di condizioni, abbiamo tutti gli stessi diritti e gli stessi doveri. Lo Stato non può entrare a casa nostra per sapere con chi viviamo, ma forse dovrebbe darsi una svegliata.

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