I falsi miti sull’apprendimento

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Chi di voi non ha passato cinque minuti di pausa caffè per scoprire di avere la parte destra del cervello dominante, piuttosto che la sinistra? O che tipo di apprendimento debba preferire? Ma sarà vero? Ragioniamoci insieme.

Foto di A Health Blog usata con licenza Creative Common
Foto di A Health Blog usata con licenza Creative Common

La ricerca nelle neuroscienze, con la possibilità di avere delle accurate immagini di come il cervello attiva neuroni durante varie attività e circostanze, ha fatto passi da gigante nello spiegare certi meccanismi mentali. La maggior parte di questi risultati si trova nei rapporti scientifici, ma di quando in quando, specie quando sono particolarmente suggestivi o evocativi, questi raggiungono la divulgazione al pubblico. Tutto bene, se non fosse per il fatto che spesso, per mancanza di terminologia e conoscenza di base, come è normale, tali risultati possono essere interpretati male, e, a volte, dar luogo a colossali cantonate.

Un problema che recentemente ha ricevuto notevole attenzione, dalla comunità scientifica da una parte e pedagogica dall’altra, è proprio quello di capire e sviscerare quali “cantonate” sono state involontariamente perpetuate e ingigantite, fino a diventare delle vere e proprie teorie e metodi di insegnamento da parte del mondo dell’istruzione. L’intento non è tanto quello di attribuire colpe o malafede, ma proprio cercare di mettere in contatto i due mondi, e rendere soprattutto quello pedagogico meglio equipaggiato per utilizzare le scoperte neuroscientifiche.

In particolare, nel 2002, un progetto chiamato “Cervello e Apprendimento“, della OECD in UK, ha proprio provato a studiare i principali falsi miti che si sono col tempo creati sulla mente e il cervello al di fuori della comunità scientifica. Il progetto parla di “neuromiti” proprio per definire questi falsi miti generati da una cattiva interpretazione o cattiva citazione di fatti stabiliti dalla ricerca nelle neuroscienze, per farne uso nel campo dell’istruzione e altri contesti.

Un sondaggio fra gli insegnanti in varie nazioni e di varie culture ha rivelato che il livello di credenza in tali falsi miti era sorprendentemente alto, preoccupantemente alto infatti, cosa che ha fatto capire che probabilmente la formazione degli insegnanti al momento non consente loro di operare un livello di discernimento sufficiente su quanto viene letto in pubblicazioni neuroscientifiche.

Ma proviamo a vedere insieme i due falsi miti più diffusi, sono sicura li riconoscerete anche voi, se non altro per via dei vari test e questionari fra giornali e social, e capiamo quali sono i problemi nel perpetuarli.

Falso mito 1: Gli stili di apprendimento

Questo è probabilmente il falso mito più diffuso, sia nel mondo dell’istruzione sia fra il grande pubblico. Il mito vuole che ognuno di noi riesca ad imparare meglio se viene sottoposto a materiale informativo nello stile di apprendimento favorito, che sia visuale, auditivo, o cinetico.
Come viene applicato nell’apprendimento? Visto che diverse regioni del cervello hanno un ruolo cruciale nell’elaborazione di informazioni visuali, auditive o sensoriali, gli studenti dovrebbero ricevere stimoli diversi a seconda di quale parte del loro cervello lavora al meglio.
Da dove viene questo mito? Probabilmente dalla ricerca che ha dimostrato come, appunto, varie parti del cervello vengono “accese” a seconda di stimoli diversi.
Perché è un mito? Principalmente per via dell’interconnettività dei nostri neuroni, non siamo così “specializzati”, e infatti il nostro cervello funziona così bene proprio per via di come riusciamo a stabilire connessioni fra le varie sue parti.
Perché è un problema insistere nel mito? Perché, anche se può sembrare una cosa auspicabile riuscire a personalizzare in questo modo l’insegnamento, che diventa speciale e individuale per tutti gli studenti, in realtà, nello specializzare troppo, penalizziamo invece gli studenti, che quindi non vengono esposti a diversi tipi di stimoli, e dunque perdono l’occasione di stabilire nuove connessioni.
Cosa bisognerebbe fare invece? La reazione diversa del cervello ai vari stimoli, dovrebbe fornire spunti per diversificare il più possibile gli stili di presentazione del materiale, cosicché tutti possano sia ricevere l’informazione nel modo in cui meglio la recepiscono, ma anche e soprattutto allenarsi a ricevere informazione negli stili meno preferiti.
Quanto è diffuso fra gli insegnanti? Tanto. Il 96% degli insegnanti intervistati, e in tutto il globo, dall’Europa alla Cina, crede in questo mito.

Falso mito 2: La parte destra e sinistra del cervello

Questo mito dice che le predisposizioni di ciascuno variano al variare di quale dei due emisferi, il destro o il sinistro, è quello dominante. Si associa spesso l’emisfero destro con l’intuizione e quello sinistro con la logica, cosa che spesso viene estesa a binomi tipo comunicazione verbale/non verbale, analisi/sintesi, intelletto/ragione, scienza/arte e simili. Ci si spinge anche ad attribuire diversi tipi di personalità, non solo attitudini intellettive.
Come viene applicato nell’apprendimento? In modo simile al mito 1: se si riesce a priori a determinare quale parte del cervello è dominante, si può caratterizzare gli studenti in base a questa informazione, e adattare il materiale educativo di conseguenza: istruzioni verbali per i sinistri, dimostrazioni pratiche per i destri; o parole e spiegazioni per i sinistri, immagini e manipolazioni per i destri. O si adattano i modi di verifica: quiz e scelte multiple per i sinistri, domande a risposta aperta per i destri.
Da dove viene questo mito? Le origini vanno indietro all’800, da analisi post mortem dei cervelli di individui con problemi di linguaggio, o individui cui era stata operata una interruzione delle connessioni fra gli emisferi, per il trattamento di condizioni come l’epilessia, che evidenziarono una lateralizzazione per certe attività, soprattutto il linguaggio. Più di recente, il mito sembra aver trovato corroborazione nelle immagini dell’attività neuronale che hanno mostrato che l’attività del cervello viene distribuita fra diversi compiti nel corso della giornata, evidenziando dei “punti caldi” di attività in zone precise.
Perché è un mito? Perché, ad un occhio non esperto, questi punti caldi, che sono da interpretare in termini statistici e di “soglie” di attività, appaiono come vere e proprie “isole” di attività, in cui tutto accade in un particolare momento, mentre altrove non accade nulla. Tale nozione, che evidentemente è suggestiva ancora oggi, porta alla semplificazione di considerare l’attività cerebrale fra i due emisferi come indipendente, e andando ancora oltre, a caratterizzare individui come utilizzatori di un emisfero piuttosto che un altro, di preferenza.
Perché è un problema insistere nel mito? Perché la teoria che esistano diversi tipi di “intelligenza”, linguistica, musicale, comunicativa etc, ancora una volta fornisce una visione molto limitata della complessa attività intellettuale che invece ci appartiene, e causa una eccessiva “specializzazione” degli studenti, e precoce indirizzamento verso particolari discipline. E, ancora più importante, sminuisce e banalizza le varie discipline stesse: anche se ci sono dei tipi di compiti che fanno “accendere” di più l’emisfero destro o quello sinistro, è stato mostrato che in questi stessi compiti riusciamo meglio proprio quando tutti e due gli emisferi sono utilizzati. E quindi per ciascuna disciplina serve il cervello in toto: ad esempio nel linguaggio, se l’emisfero sinistro si specializza nel percepire come i suoni formano le parole e come la sintassi viene creata, non riesce a svolgere da solo il compito di comprensione della lingua, perché l’emisfero destro serve a percepire il ritmo, l’intonazione, gli accenti. Con soltanto l’uno, o soltanto l’altro, avremmo delle capacità monche. Nè tantomeno l’uso di un linguaggio può essere ridotto solo ad una attività, o l’altra.
Cosa bisognerebbe fare invece? Come detto in precedenza, l’obiettivo dovrebbe essere quello di cercare di esporre gli studenti a quante più discipline possibili, e insegnare potenziando i punti di debolezza, non cercando di evitarle e considerare solo i punti di forza.
Quanto è diffuso fra gli insegnanti? E’ il secondo falso mito più creduto, dal 78% degli insegnanti.

Usiamo solo una piccola parte del cervello … e altri miti

Ci sono molti altri falsi miti che sono duri a morire, grazie anche alla cultura popolare: il famoso mito del cattivo uso delle nostre risorse cerebrali, secondo il quale noi utilizziamo solo il 10% del cervello, cosa che in un certo senso suona come un’offesa nei confronti della nostra stessa razza umana (perché ci saremmo evoluti in questo modo, e perché utilizziamo tutte queste energie per nutrire il cervello, se non utilizzassimo tutta questa massa cerebrale?), e che ha una diffusione 50/50 fra gli insegnanti, viene costantemente rinforzato da letteratura o cinema, ultimo della serie il film di Luc Besson, Lucy, uscito l’anno scorso.

Altri miti sono forse più innocui, come l’idea che caramelle e bibite gassate facciano calare l’attenzione, altri ancora causano ansie non dovute, come l’idea che solo nei primi tre anni di vita il cervello sia ricettivo al meglio, e quindi i primi tre anni gettano le fondamenta per tutto quello che accadrà dopo. Ma altri sono sicuramente più pericolosi, come le varie concezioni su ADHD o dislessia o altri disordini, che secondo alcuni, dal momento che esistono modi per allieviarne i sintomi, non devono essere davvero condizioni, ma solo percezioni della mente.

Appare chiaro quindi che ci sono enormi potenzialità e possibilità dall’applicazione di scoperte nell’ambito delle neuroscienze nell’ambito pedagogico, ma bisogna fare in modo che il canale di comunicazione sia aperto, e non ci siano equivoci. Per fortuna ci si sta muovendo in questa direzione, e sono sempre più gli studi che si propongono esattamente di lavorare fra i due campi, capire come si possono importare in maniera efficace questi risultati.

Una serie di progetti in UK sta partendo quest’anno, con finanziamenti di molti milioni di sterline, e che coinvolgeranno più di 60 mila studenti, in molte direzioni e a molti livelli. Ad esempio, uno studio nelle scuole primarie proverà a capire come insegnare concetti contrari all’intuizione. O, in scuole secondarie, se è vero che i teenager “funzionano meglio” se la giornata scolastica comincia più tardi, e quindi possono dormire di più. O ancora, se sessioni di esercizio aerobico ripetuto durante la settimana scolastica aiutano l’apprendimento, allungando lo span di attenzione, e facendo crescere al contempo materia bianca e grigia. O ancora se l’introduzione di incertezza sul voto finale, con questionari per cui il punteggio per ogni risposta viene determinato in base ad una “ruota della fortuna”, fanno aumentare i livelli di dopamina, e quindi l’attenzione, nell’apprendimento.

Ma soprattutto la maggiore consapevolezza sui falsi miti fa ben sperare che risultati scientifici, passati e futuri, vengano comunicati in modo inequivocabile, sia per rendere giustizia alla ricerca in sé, la cui comunicazione viene a volte soffocata dal mito, sia per fare in modo che gli insegnanti possano davvero avere tutto l’armamentario necessario per un apprendimento efficace e piacevole per tutti.

Ah, e a proposito: mi spiace, ma, no, non siamo neanche multitasking, purtroppo 🙂

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3 COMMENTI

  1. Buongiorno, ritengo che essendo dei miti rimangono tali. Gli insegnanti li ritengono miti e perciò non li attuano. Penso che ogni “mito” ha in sè una parte di verità, ma quesa fa paura perchè significherebbe riuscire ad essere attenti al bambino che un insegnante ha di fronte. Significherebbe essere già avanti se si conoscessero questi miti…Mi spiace ma nelle scuole italiane io non vedo che esistono…

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