Facebook, bambini scomparsi e responsabilità sociale

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bambini-scomparsiAnna ha 5 anni, i capelli scuri e un dolce sorriso con le fossette. E’ scomparsa mentre era al supermercato con i nonni. Gira una catena su facebook corredata di foto, un numero di telefono privato e la preghiera di diffusione. Aiutiamo i genitori a ritrovare Anna! E’ terribile. Si sarà persa? L’avranno rapita? E’ caduta in un pozzo? Bisogna ritrovarla.

La condivisione di una foto di bambini su un social network è una delle cose più pericolose, e che richiede maggiore consapevolezza e responsabilità sociale.
Ultimamente mi è capitato di leggere un post sul blog di Giovanna Cosenza che mette in guardia i genitori incauti che pubblicano foto e informazioni sui figli su facebook senza settare la privacy, rendendoli facili vittime di presunti pedofili che navigano la rete alla ricerca di queste informazioni. La tesi del post è che rendendo pubblici dettagli su scuola, nomi di parenti e amici e foto di un bambino è più facile per un pedofilo recuperare informazioni utili per l’adescamento. Mentre da un lato non vedo la necessità di scrivere certe cose pubblicamente, dall’altro mi sento un po’ in difficoltà a seguire questo ragionamento perché mi suona come il classico al-lupo al-lupo, più che un problema reale. Forse perché credo che i pedofili che adescano bambini piccoli si trovino più facilmente nella vita reale, ai giardinetti, o nascosti tra parenti e amici, e non credo che il rischio associato a questa incauta pratica di genitori orgogliosi dei propri figli sia estremamente elevato.
Per me ci sono altri pericoli ben più insidiosi e concreti legati alla pubblicazione senza protezione di privacy di foto dei bambini online.

La foto di Anna con l’appello disperato dei genitori fa velocemente il giro del web. Milioni di adulti condividono l’appello preoccupati e commossi. Un giorno Maria, una donna di 35 anni che vive nel nord, avvista Anna nella sua città e riconosce la bimba della foto che ha condiviso qualche giorno prima sul suo profilo facebook. E’ commossa e felice di poter contribuire a ritrovare quella povera bambina.

Alla scuola dell’infanzia di mio figlio ci hanno fatto firmare una liberatoria per avere la possibilità di fotografare, e pubblicare foto di nostro figlio. Ci hanno inoltre caldamente invitato a non pubblicare foto di altri bambini della scuola.

Anna, la bambina scomparsa al supermercato, in realtà è stata allontanata d’ufficio da un genitore violento. Anna ha assistito sin dalla nascita quotidianamente a scene di violenza famigliare, e dopo anni di tormenti la madre di Anna ha ottenuto l’affidamento totale della bimba e le è stato permesso di cambiare nome e vita trasferendosi in un’altra città. Il padre vuole ritrovare le sue vittime e pubblica un appello disperato su facebook.

Un appello disperato di un genitore per la scomparsa di un figlio ci inspira empatia e compassione, ma la sua condivisione può facilmente trasformarsi in una tragedia. Così come la semplice pubblicazione di una foto di compleanno con gli amichetti può girare velocemente nel web e mettere in serio pericolo un bambino che fugge da una situazione di violenza.

Maria apre il suo profilo facebook alla ricerca del numero di telefono da chiamare. Scorre velocemente la sua timeline e nel frattempo chatta con la sua amica Gloria sull’accaduto. “Ricordi quella bambina, Anna, scomparsa al supermercato? Credo di averla vista stamattina in centro. Sto cercando il numero di telefono da chiamare.”

Facebook se usato bene può creare cose molto belle, ma è importante essere consapevoli dell’uso che se ne fa e dei rischi connessi ad esso. Soprattutto se ci sono di mezzo dei bambini.

Gloria e Maria chattano una buona mezzora, e alla fine decidono che forse è meglio controllare con la polizia. Maria chiama e la polizia conferma che la bambina della foto non corrisponde a nessun bambino ufficialmente scomparso. Maria è contenta di non aver chiamato il numero indicato sull’appello.

Maria torna su facebook e scrive un appello a tutti suoi amici:

“Quando un bambino scompare la polizia ne è al corrente. Non condividete mai avvisi su facebook di bambini scomparsi se non sono corredati dell’invito di chiamare la polizia. Non chiamate mai un numero di telefono privato nel caso in cui riconosceste un bambino segnalato come scomparso su un social media o su un annuncio qualsiasi. In caso di dubbio controllate sempre con la polizia.”

Vuoi fare lo stesso anche tu?

Anna, Maria e Gloria sono personaggi di fantasia.

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16 COMMENTI

  1. Potete mettere tutte le privacy che volete su facebook, ma quando pubblicate foto, qualsiasi, facebook ne può disporre come vuole. Basta leggere le condizioni quando ci si iscrive.

    • @Chiara mi sai indicare in che punto delle condizioni di facebook c’è scritta questa cosa? Io l’ho sempre interpretata nel senso descritto da supermambanana, ossia che si tratta delle foto del profilo, e quindi pubbliche.

  2. Tutti ma proprio tutti gli utenti di Facebook, prima di condividere qualunque link in cui si lancia un allarme, possono trovare info interessanti a questa pagina

    https://www.facebook.com/StopBufale

    in cui sono documentate varie “bufale” di Internet, dalle più sciocche alle più crudeli, che includono appunto la circolazione di foto di bambini dispersi o gravemente malati.

    Il sito corrispondente è

    http://www.eclisseforum.it/

  3. Ma certo, avevo inteso, anzi scusate se sono andata OT: è che Facebook è alla portata di tutti e non tutti hanno abbastanza sale in zucca per utilizzarlo (come molti altri strumenti, peraltro).
    C’è chi parte dal postare indiscriminatamente foto (ne posto anch’io ogni tanto eh, non sono così talebana!) e finisce col mandare sms a tutti i propri contatti per cercare sacche di sangue, o trovare casa a cuccioli di Labrador che altrimenti verranno uccisi, e così via (storie realmente accadute).

  4. Marianna, non credo sia esattamente cosi’, ma mi appello a chi conosce meglio le condizioni di uso: innanzitutto non riguarda “tutte” le foto che metti su facebook, ma quella che stai usando come tua foto profilo in un certo momento, e quello che accade e’ che se tu per esempio metti il mipiace ad una pagina di un marchio, facebook puo’ “diffondere” quest’attivita’ nella colonnina a destra (“a supermambanana piace la Nutella!”) corredandola con la tua foto profilo, credo che questo sia l’unico uso “per pubblicita” che facciano delle foto, e solo, appunto, di quella del tuo profilo, che per definizione e’ l’unica pubblica.

  5. Una notte, da incinta, ho sognato la faccia di mia figlia su un cartellone pubblicitario, senza il mio permesso. Non ho mai postato foto di mia figlia. Per quanto invece riguarda le catene, ai miei albori facebookiani controllavo le catene, su siti che sbugiardavano bufale e simili (i siti dei quotidiani non aiutano granchè, spesso pubblicano le bufale senza controllare). Beh, ho totalizzato un 100% di messaggi falsi in qualche mese, e ora semplicemente lascio perdere senza nemmeno controllare. A meno che non si tratti di qualche appello fatto da persone che conosco personalmente su cose che li riguardano personalmente, tipo ho raccolto un cane abbandonato sull’autostrada ma il mio gatto gli ha già fatto il naso a pezzi qualcuno lo può tenere, o roba simile. E non mi sento affatto senza coscienza sociale per questo.
    Condivido assolutamente sul rivolgersi alle forze dell’ordine in caso di qualunque mezzo dubbio.

  6. Bellissimo post, valido in generale per qualsiasi campagna/appello che ogni giorno troviamo sulla nostra bacheca. Prima di condividere un qualsiasi contenuto è doveroso leggere, approfondire e se necessario verificare le informazioni.
    Non condivido invece appieno il discorso sulle foto dei figli su facebook. Ammetto di non conoscere nel dettaglio il regolamento del social, ma mi pare di aver capito che pubblicando le immagini sul nostro account si concede a Facebook il diritto di utilizzarle (per esempio nelle pubblicità).
    Probabilmente le foto pubblicate non attireranno frotte di pedofili come avverte il post di Giovanna Cosenza, ma al di là di tutto penso che mettere on line le foto dei nostri figli sia un po’ come violare il loro diritto alla privacy, anche se siamo i loro genitori.

  7. Serena, e anche Supermambanana, è vero, il centro del post riguarda la condivisione degli appelli su fb e non quella delle foto dei propri figli, ma a me personalmente sono tornate utili entrambe le sottolineature. Nel primo caso, perchè effettivamente non mi ero mai posta la domanda se queste ricerche di bambini perduti potessero nascondere qualcosa sotto, ma ho sempre ragionato, come dite voi, con la pancia, immedesimandomi nel dolore di una madre/padre. Nel secondo caso, perchè invece la domanda su quali potessero essere i reali pericoli della condivisione di foto di minori su fb (con le dovute impostazioni di privacy) me la sono posta più volte, non riuscendo a trovare risposta. E oggi invece l’ho trovata grazie al vostro post. Non ne deriveranno paranoie, ma mi sento più consapevole dei possibili rischi, pur ritenendo che sia vero ciò che dite, e cioè che ascoltare una conversazione di nascosto ai giardinetti può essere potenzialmente più pericoloso

  8. pero’ Mafalda (e Gio, anche io come te) il messaggio principale per me non e’ tanto ‘non mettete le foto su facebook’, qui si sta parlando di chi le mette con uno scopo equivoco, semmai il messaggio e’ non abboccate alle catene, e se le catene parlano di bambini, state doppiamente attenti e pensate con la testa, non con la panza 🙂

  9. Confesso, sono una di quelle mamme che mette le foto dei figli su fb. Certo, ho l’impostazione massima di privacy, ma suppongo che un informatico bravo possa tirar fuori dal mio profilo ciò che vuole. E poi c’è il blog, che come molti mummyblog è incentrato sui figli, la casa, i luoghi familiari. Non ho mai pensato che ciò potesse costituire un pericolo, forse perchè le cose brutte sembrano sempre accadere agli altri, essere lontane da noi, ma da oggi sono più consapevole dei rischi che si possono correre. Quindi, grazie per questo post. Lo faccio girare, che questo sì che non fa danni!

    • @Gio @Mafalda vi ringrazio per il commento, però oltre al fatto che io dico appunto di non farsi venire paranoie su questa cosa delle foto dei propri figli condivise su facebook, a patto di metterci la privacy giusta, il punto del post è un altro. Io vorrei veramente che la smettessero le condivisioni di appelli per ritrovare bambini scomparsi, fatti senza usare la testa, proprio per le conseguenze che possono portarsi dietro, che sono molto, ma molto più concrete di pedofili che hackerizzano il profilo alla ricerca di informazioni sui figli di altri. Mentre gli basta mettersi fuori il giardinetto della scuola e fotografare tutti i bimbi che vogliono, e raccogliere informazioni con le orecchie, come molta meno fatica.

  10. Sono perfettamente d’accordo, è da anni che lo dico. E ho pure un blog, quindi non sono una persona “riservata” in senso stretto, eppure di foto o particolari sulla mia bimba pubblico molto poco.
    Ma ci sono persone che se non condividono le proprie creature col resto del mondo non stanno bene.
    Poi voglio vedere quanto sarà felice la creatura quando avrà quindici anni e si ritroverà postata dappertutto, con le chiappe al vento.

  11. Grazie per questo post, Serena.Verificare l’attendibilità di un appello accorato è nostra responsabilità, per un uso consapevole di Facebook e soprattutto della nostra capacità di pensiero.

  12. Perfettamente d’accordo.

    Aggingerei che a volte basta cercare un attimo su google per vedere che l’appello che si sta girando è stato già controllato e spesso sbugiardato.

  13. Sono d’accordo con te, sotto tutti i punti di vista. La diffusione degli appelli sui social è una questione molto delicata, di cui spesso alcuni individui si approfittano. Tanto più se riguarda i minori, a mio parere andrebbe sempre e comunque evitata.

    Sulle foto e l’incitamento alla pedofilia: non trovo il nesso, ho molta più paura della gente che gira per strada.

    In fondo l’utilizzo dei social va di pari passo con l’utilizzo del cervello, e in molti casi purtroppo la seconda parte è dichiarata “non pervenuta”. Ma non è mica colpa di Facebook.

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