L’estate dell’indipendenza

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vivere da soliEra l’estate del ’99, l’estate della mia casa da solo, della mia prima casa.

In famiglia la presero malissimo, quella decisione: ci sentivano una condanna verso il loro ambiente, la loro casa, la loro storia. In parte lo era anche, ma era più il mio desiderio di fare le cose da solo. Non perché c’entri qualcosa la solitudine, quella c’era già, quanto l’indipendenza, che allora mi pareva un valore da conquistare.

Nel vivere da soli s’imparano una serie di cose che ritengo indispensabili per poi vivere civilmente insieme ad altri – non c’è altro modo, temo. Il valore della pulizia non puoi capirlo finché non pulisci tu, caro amico che ti disinteressi di centrare il water col tuo idrante. Il valore di saper cucinare non lo puoi capire finché non finisci all’ospedale dove dei gentili medici ti spiegano che una dieta di soli conservati freddi (alcolici inclusi) è tanto rapida da preparare quanto poco salutare. Il valore del mettere le cose al loro posto lo impari solo quando cammini sbadatamente su qualche tuo bene prezioso, distruggendolo.

E impari il valore dei rapporti umani, che diventano subito – “davvero vivi da solo?” – quantitativamente moltissimi mentre la loro qualità media si abbassa sensibilmente; finché non ti ritrovi, a volte, casa invasa da persone con le quali scopri di non avere nulla a che spartire. Mentre poi a pulire sei sempre tu, ovviamente. Una gran bella palestra pure per i sentimenti, non c’è che dire.

Allo stesso modo la tua casa sistema gli affetti come la casa con i tuoi genitori dentro non potrà mai fare. La fine di mille legami e di tante piccole abitudini costringono a ripensare la reale importanza di una presenza, o anche solo di una telefonata. Può sembrare crudele imparare dall’assenza ma, fatti alla mano, ci sono poche altre esperienze più formative. Ahinoi.

Ah, dimenticavo: scoprii anche l’esperienza di “tornare a casa” – dato che era la mia casa. Ha un altro sapore, rispetto a quando non è la tua.

In questi giorni in cui la mancanza di un impegno quotidiano fa scontrare i miei figli con la loro volontà di fare mille cose diverse e l’impossibilità logistica di accontentarli, vedo e sento dei segni d’insofferenza che sono – lo so, come non potrebbero esserlo? – l’inizio di un percorso di indipendenza, d’altronde naturalmente già cominciato da un pezzo. Lo sento da tante parole, da qualche sbuffo, da una tensione generale molto salita: sarà la noia? Sarà la fine di una routine? E’ linizio di qualcosa che li porterà, un giorno, in una casa loro, in una vita “loro”, un cammino fatto di tante tante piccole indipendenze quotidiane.

E’ l’inizio di un altro compito molto complicato per un padre: maneggiare l’indipendenza dei figli. Un compito molto estivo: fa caldo, c’è il sole, c’è voglia di uscire, andarsene fuori e non stare a sentire nessuno. Ce l’hanno anche a tre anni, ho notato.

(foto credits @ Zepfanman.com )

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3 COMMENTI

  1. The summer of 99!!
    Anche per l’anno dell’indipendenza: un mese da sola a Monaco e poi erasmus a Barcellona !!
    Quante conquiste
    E vero che si apprezza il valore di tante cose con la loro assenza o dovendosele fare da soli!!

  2. È sempre stato il mantra di mia madre, che almeno a 18 anni, almeno per un periodo, i figli devono imparare ad arrangiarsi da soli. Persino il servizio militare le sembrava meglio di stare a casa con la mamma. Sono cresciuta deviata, che dirti.

    Ora tutto questo lo vivo con le botte di indipendenza di figlio grande a 11 e 12 anni: durante il desideratissimo soggiorno dal suo amico Alessandro l’ anno scorso e dai nonni quest’ anno (se l’ è scelto lui, voleva stare una settimana dai nonni senza fratello, al massimo un’ michetta che lo raggiungerà domani per qualche giorno), si organizza e fa le valige da solo. Poi ogni due per tre ci chiama su Skype o al telefono per ricordarsi e ricordarci che siamo ancora un’ unità.

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