Essere noi stessi e fuggire

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Fuggire non è considerata una bella azione.
Sembra quasi il segno dell’incapacità ad agire in modo adeguato nei confronti di una situazione difficile: una scelta che va quindi condannata perché immagine di incapacità e inadeguatezza, da vivere con colpa e vergogna. Fuggire è segno di mancanza di coraggio, di abbandono della lotta, di fallimento. Come tale, non ha grande spazio in questo momento in cui sembra necessario apparire perennemente vincenti, al top, sorridenti ed esultanti, senza mai mostrare gli attimi di sbandamento e difficoltà che hanno portato fino a quel top.
I tempi in cui stiamo vivendo ci suggeriscono anche che fuggire possa essere l’unica scelta a cui siamo costretti, perché la situazione è davvero superiore alle nostre forze. In questo caso, a voler essere evitato dalla nostra mente è il pensiero della nostra impotenza, fragilità e debolezza: rifiutiamo di immaginarci in una situazione di tale sofferenza, inconsapevoli e incapaci di riconoscerci la capacità di farcela anche se vincolati in una situazione spiacevole.

Illustrazione di Rafael Edwards utilizzata con licenza Flickr CC

Il desiderio di fuga è una sensazione, insomma, doppiamente difficile: sintomo di un momento di conflitto o paura verso un agente esterno o interiore da cui siamo sopraffatti e sensazione ostracizzata nel giudizio degli altri.
Come può diventare un momento di libertà, per noi stessi?

Primo: la fuga a volte è legittima

La reazione – istintiva, naturale, propria – nei confronti di un attacco può essere di tre tipi: attacca, fuggi, fingiti morto. Il nostro cervello è attrezzato a prendere la decisione molto velocemente: sulla base dei dati in suo possesso, deve decidere se il pericolo che si trova ad affrontare è troppo grande per le nostre forze per poterlo affrontare, se è troppo veloce per potervi fuggire, se e come deve e può evitare il conflitto. In pochi secondi deve elaborare, con pochissime informazioni, quale sarà la decisione che gli garantirà la sopravvivenza.
Se proviamo il desiderio di fuggire, lasciamo un attimo da parte quello che può essere il giudizio degli altri: abbiamo i nostri buoni motivi.

Secondo: bisogna starci dentro

Qualunque sia la fuga auspicata, desiderata, il luogo “verso cui” il nostro istinto ci farebbe andare e qualunque sia il luogo, il motivo, la situazione “da cui” fuggiremmo, il vero punto focale è il luogo o il momento in cui la nostra mente “scatta” a sollecitare l’urgenza di mutare – improvvisamente – la nostra condizione o il nostro comportamento.
In quel punto, non importa se collocato nel tempo o nello spazio, indipendentemente da quella che sarà la scelta che faremo, è racchiuso quel frammento di consapevolezza che può darci gli indizi necessari per conoscere un’ulteriore e successiva evoluzione del nostro stare o del nostro comportarci.
Se riusciamo a fermarci in ascolto, lasciando fuori quello che – in conseguenza alla nostra scelta – potrebbe essere il giudizio altrui, l’ostracismo, persino la lotta o la condanna che potremmo pronunciare contro noi stessi sulla base dei nostri valori, possiamo rintracciare in quel desiderio i sintomi e i segni di “ciò che non va” o di ciò che non stiamo vivendo anche se è parte sostanziale e necessaria alla nostra anima (nel senso più laico del termine).
Se sentiamo forte il desiderio di fuggire, è il momento di dirsi, come direbbe l’allenatore di mio figlio: “Stoppa e ragiona”.

Terzo: comunque vada, è un successo

Ho sempre scritto in questa rubrica che non si possono giudicare le sensazioni e le emozioni, ma solo le scelte e le azioni. In questo caso, vi chiedo uno sforzo ulteriore: vi chiedo di non giudicare neppure le scelte e le azioni che vengono prese dopo l’istante di “stoppa e ragiona”.
Mi spiego meglio: anche intuito il motivo profondo che ci fa sentire pungente e forte il desiderio di fuggire, anche elaborato attraverso il pensiero e magari le sensazioni (ho sempre il ricordo dei profumi e dei colori così vivi nella descrizione di Supermambanana quando ci chiedeva “Qual è la vostra Queen Square?” – un luogo in cui io, per come sono fatta, proiettavo tutti i desideri e le fughe che mi sono negata), bene, anche fatto tesoro di tutta la consapevolezza, può benissimo essere che voi o qualcuno che conoscete prenda una decisione incoerente con quella che sarebbe la sua evoluzione. In qualche caso, sarà di fuggire nel senso di applicare una strategia di evitamento, in altri casi sarà di non fuggire, di rimanere per coerenza con le aspettative sociali piuttosto che ascoltare l’intimo desiderio di cambiamento.

In entrambi i casi, perdoniamoci la scelta fatta. Che sia consapevole o meno, la scelta è solo il sintomo del fatto che nel bilancio realizzato dalla mente, non ci sono energie sufficienti per compiere il cambiamento: possono essere energie fisiche, materiali o anche semplicemente emotive.
Quello in cui ripongo la mia speranza, però, è che l’esercizio di consapevolezza rispetto ai motivi e alle sensazioni del fuggire, lasci in noi un ricordo “storico” sul quale basare l’evoluzione e il cambiamento che saremo capaci di fare domani, sia che significhi fuggire verso, sia che significhi smettere di fuggire da.
Questo perché esercitarsi alla consapevolezza, anche delle emozioni più difficili, significa esercitare il potere dell’immaginazione, uno dei più potenti poteri della mente umana, di sanare quelle che sono le condizioni del nostro vivere che ci fanno soffrire. Come scrisse Viktor Frankl, in “Uno psicologo del lager”:

“nella situazione esterna più misera che si possa immaginare, nella condizione di non potersi esprimere attraverso l’azione, quando la sola cosa che si possa fare è sopportare il dolore con dirittura, sopportarlo a testa alta, ebbene, anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa, nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che porta in sé.”

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