Essere mamma – della tua mamma

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Quando ero adolescente mia madre se ne uscì con questa perla di saggezza: “avere una figlia è tutta un’altra cosa, è un po’ come avere una mamma.” Ci sto riflettendo, mano a mano che invecchio, perché mi rendo conto che si avvicina il momento che accomuna molti figli di genitori ormai anziani: dover fare da genitori ai propri genitori. E non è semplice.

Quello che non è semplice non è la parte apparentemente più pesante, cioè l’accudimento fisico e il disbrigo di cose pratiche. Si, potrebbe essere imbarazzante la prima volta che devi lavare un genitore e ti rendi conto che finora non l’avevi mai davvero visto così nudo e inerme. È semplicemente molto faticoso doversi occupare di un’altra persona quando la tua vita è già nel pieno delle esperienze interessanti, il tempo non basta mai, i figli crescono, le responsabilità aumentano, le mamme imbiancano e anche tu, a dirla tutta, cominci a tirare fuori qualche acciacco.

Quello che è difficile è il ribaltamento di prospettiva: abituarti che la persona che dal tuo punto di vista, per una parte importante della tua vita era il tuo esempio, il tuo modello di riferimento, il tuo interlocutore privilegiato, insegnante e giudice e nido, non è più quello che ne sa di più per il tuo bene. Perché mentre un figlio o un bambino in fondo sono anche abituati a vedersi come quello che va seguito e consigliato, eh, mettiamoci nella prospettiva di un genitore: ero io a insegnarti a pulirti il culo e adesso pretendi di dirmi tu cosa devo fare per il mio bene? e se il mio bene non fosse quello che pensi tu? La parte peggiore, ovviamente, è nei casi sempre più frequenti in cui in effetti quello che pensi tu è la cosa migliore, ma deve farla quell’altro, quello che pensa ancora di saperne più di te.

Il medico dice a te per spiegarglielo con calma, e tu spieghi, con calma, e ti ritrovi uno che fa le bizze come i nostri figli a due anni. Che non vuole fare le analisi o le medicine. O che al contrario vuole analisi e medicine a tutto spiano, ma morire se limita i trigliceridi, gli zuccheri o l’alcol. Ovvio che ci si scompone un pochino in questo ribaltamento di dinamiche e di ruoli.

Forse la cosa più difficile a cui abituarsi è che invecchiando i lati spigolosi del nostro carattere si acuiscono, e nessuno diventa più facile, né noi, né tantomeno i nostri genitori.

Per non parlare del decadimento mentale. Mi ricordo da ragazza come mia cugina mi raccontasse la sofferenza provata quando la nonna anziana, che viveva con loro, non riconosceva più i nipoti. Lei lo aveva vissuto come un autentico trauma. La capii solo il giorno in cui, al funerale di mio padre, mi trovai a fare i conti con la mia impotenza di fronte a una nonna che cominciava a svanirsi, ma non me ne ero mai accorta prima, Ricordo che urlai, presi a calci porte e muri, mentre nella stanza accanto le vicine non si scomponevano minimamente, che durante il lutto questi in campagna sono comportamenti accettabili. Io invece mi vergognai, perché per la prima volta capii che né io ne mia nonna ci potevamo fare niente, e forse ero grata per non doverci passare con mio padre.

Occorre quindi pensarci ora e cominciare ad abituarsi a cambiare modalità di comunicazione, glissare, alleggerire, distrarre, mediare, insinuare il dubbio ma non imporre delle conclusioni, lasciare il tempo che ci arrivino da soli, fino a quando sono in grado. Perché le reazioni umane che un figlio, specie se stanco e preoccupato ha, come arrabbiarsi, spazientirsi, sconfortarsi, purtroppo non aiutano.

Due importanti lezioni nella mia vita recente me l’hanno data mio fratello e i miei cognati a proposito delle nostre madri, ancora giovani ma non più tanto, che io considero ancora così brave, in gamba, intelligenti e che ne sanno di cose, che ancora non riesco a scendere a patti con l’idea di trattarle da vecchie rimbambite (che peraltro non sono affatto, precisiamolo questo).

Queste lezioni potremmo riassumerle in:

  • udito selettivo (fattelo entrare da un orecchio e uscire dall’altro)
  • dare modo di digerire le cose non gradite (consigli tuoi, prescrizioni mediche, modi migliori di fare le cose) nei loro tempi, limitandoti a buttar lì qualche indicazione di percorso
  • mordersi la lingua (non troppo forte che poi fa male a noi)
  • ricordarci che prima o poi tocca a noi
  • fare peccati di omissione (non è che devi proprio spiegarle tutto, e puntualizzare tutto e dirle tutto e condividere tutto, glissare è una virtù, e si, tocca fare come facciamo con i bambini, inutile)
  • trovare modi per salvare la faccia, tutti. Non è piacevole per una persona che invecchia scendere a patti con i propri limiti fisici e mentali, non è bello dover chiedere aiuto per cose che prima facevi da solo con una mano legata dietro alla schiena. Consideriamo le cose dal loro punto di vista e lasciamo una via di uscita che permetta loro, con i loro tempi e modi, di arrivarci da soli, magari servendoci della spinta gentile (e no, non è manipolazione).

La cosa peggiore e ovviamente quella che fa paura a noi tutti a me l’ha fatta venire il cartone Alla ricerca di Dory. Questa povera stella che cerca qualcosa di importante, ma si scorda continuamente cosa, che va in giro alla ricerca dei suoi cari e non li trova, e chi le sta accanto deve metterci tutta la pazienza del mondo per ricordarle le cose senza ferirla, cercando di fare insieme un piccolo passo avanti. Io sono convinta che sia un cartone per noi genitori per imparare ad abituarci ai nostri genitori quando inizieranno a scordarsi pure loro le cose che hanno fatto e detto 5 minuti fa.

E questa è la cosa peggiore, perché noi i nostri genitori ce li vogliamo ricordare forti e onnipotenti ed è dura pensare che sono diventati così diversi. Ma ci tocca, cominciamo a scenderci a patti ora che le cose sono ancora accettabili, e magari siamo più sereni per pensarci.

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2 COMMENTI

  1. Ho sempre ammirato mio papà per le cose che riusciva a fare. Scolpiva il legno, faceva navi in bottiglia, disegnava benissimo, aveva una firma bellissima, quelle di una volta, estesa con un corsivo perfetto. Poi ha imparato a ballare. Poi a fare il mago, a fare giocoleria, gli animali con i palloncini, il clown per i bambini. Poi un giorno si è accorto che non riusciva più, le mani tremavano. Il Parkinson lo sta fermando ogni giorno un pò di più. Faccio ancora fatica ad ammetterlo, anche adesso che lo sto scrivendo, gli occhi si stanno gonfiando di lacrime. Vedere un uomo, che ha usato le sue mani per creare, non riuscire più ad usarle fa male. Sicuramente fa male più a lui. Ma hai proprio ragione i “nostri genitori ce li vogliamo ricordare forti e onnipotenti”.
    Un saluto
    Lorenzo

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