Esserci

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Il rapporto dei papà con la psicologia dei figli e con la loro sfera emotiva oscilla troppo spesso tra due estremi. Esserci è la chiave del rapporto più equilibrato

benessere-psicologico
Quando si parla di psicologia, vedi spesso i padri ondeggiare tra due comportamenti estremi. Uno lo rende un’imitazione non ironica di Woody Allen: si sente dentro tutti i problemi codificati dalla pratica analitica, dà ragione a tutte le teorie che “spiegano” il comportamento dei figli, è pronto a iniziare tre terapie insieme più quelle per la prole. L’altro estremo lo trasforma in un seguace dell’empiriocriticismo: la psicologia non esiste, descrive cose che non esistono e tenta di spiegare con fantasiose teorie indimostrabili cose facilmente spiegabili concatenando semplici fatti concreti.

In entrambi i casi, il benessere psicologico dei figli non è raggiungibile: o perché, nel primo caso, l’approccio di cura è troppo opprimente, trasformando tutto ciò che fanno i pargoli in un sintomo grave; o perché – secondo caso – niente di quello che fanno i bambini esprime qualcosa di “interiore”, in quanto di questa interiorità non c’è bisogno per spiegare i loro desideri e i loro comportamenti. In entrambi i casi, il bambino o la bambina oggetto di queste attenzioni riceverà poco rispetto dal suo genitore: o nella forma di un impotente accanimento, o come un’indifferente sicumera.

Non c’è bisogno di aver studiato molto per capire che il benessere psicologico dei bambini ha perlomeno due aspetti di cui tenere conto: uno relazionale, che risponde dell’equilibrio dei suoi rapporti con le altre persone nella sua vita, e uno autonomo, per dire così, che risponde dell’idea che ha di se stesso.
Per quanto piccolo e non sempre in grado di esprimersi dettagliatamente o con proprietà, un bambino o una bambina sono persone complete, non miniature di adulti o loro versioni mancanti di qualcosa. Nei riguardi della loro psicologia – qualunque considerazione abbiamo di essa – si deve loro il rispetto.

Certo è difficile averne, a giudicare dai luoghi comuni da combattere. Ancora tanti sono i padri che prendono le decisioni in famiglia; ed è complicato prenderle riguardo la psicologia, se ancora tanti credono che sia roba per matti, che siano ciarle basate sui sogni, che basti chiacchierare con un amico – nel caso dei bambini e delle bambine, con la mamma. E’ ancora molto diffusa questa insopportabile separazione di competenze tra il padre pratico, razionale, “fattuale” e la madre dialogica, emotiva, esperta dell’introspezione. Per il benessere di tutti, e della psicologia come disciplina, sarebbe il caso di piantarla con questo atteggiamento.

Intanto, per non sbagliarsi, credo che i padri abbiano un compito fondamentale per la psicologia dei loro figli e figlie: stare loro vicino – né troppo, né poco. Esserci quando serve, e qualche volta quando non richiesto; esserci per parlare di quelle cose che loro ritengono essere quelle di cui parlare con te, e non sempre il contrario; esserci qualche volta per seminare, altre per raccogliere; esserci per prendersi l’amore ma ogni tanto pure gli sfoghi. Stare vicino a loro come padre.

Non penso che sia facile, ma credo che sia la strada migliore per il benessere psicologico reciproco.

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2 COMMENTI

  1. Grazie a te CloseTheDoor, anche per delle domande così pesanti. Pesanti perché affondano il dito nella piaga. Passo a spiegarmi.
    La mia attività politica – volontaria, non partitica – mi porta a conoscere soprattutto uomini così, coppie così, come ho descritto. Questa esperienza mi fa capire che “noi” – io, te, i lettori di un blog come questo – siamo una piccola elite semplicemente perché vogliamo informarci, sapere, scambiare esperienze. Al di là di qualunque orientamento personale – politico, culturale, caratteriale – questo desiderio sociale non è una dote comune alla maggior parte delle persone. Quello che io constato è che la maggior parte delle persone “si fa gli affari suoi”, ripetendo schemi comportamentali e luoghi comuni culturali che ha appreso senza mai metterli in questione, essere curiosi, criticare costruttivamente, cercare alternative più sane o semplicemente più divertenti e piacevoli. L’espressione comune delle decisioni (“abbiamo deciso che…”), l’ho vista usata più in maniera difensiva che propositiva, e comunque non spiega cosa ha portato a quella decisione comune – e ciò non lo vedo incoerente con l’affiorare degli stereotipi, quando poi si parla “a tu per tu” coi singoli.
    Con questo non è che voglia apparire (o farti apparire) per forza tra gli splendidi e fichissimi; ma rimane l’amarezza facilmente verificabile che basta un semplice atteggiamento di apertura e di curiosità per essere al di sopra di una vasta maggioranza; la quale non ci pensa neanche, per esempio, a domandarsi sulla base di cosa i propri ruoli genitoriali sono ‘così’ e non altrimenti. E crede che pensarci, rifletterci, sia tempo perso, “pippe mentali” o simili.
    Ovviamente ammetto una mia personale distorsione in ciò che osservo, essendo più pronto a vedere certi aspetti negli uomini piuttosto che nelle donne. Rimango convinto, comunque, che polarizzare i ruoli sia un atteggiamento sbagliato, a prescindere da chi li assuma, perché sostanzialmente impedisce un sano comportamento dialogico, e di crescita per il gruppo familiare in sé.
    Spero di averti risposto, in qualche modo 🙂

  2. Ciao Lorenzo, grazie del post. Una domanda: questa ”casistica” di modalità decisionali che delega le decisioni materiali al padre, come la vedi? Cioè sono persone che ti capita di incontrare nelle cerchie delle tue conoscenze oppure ti riferisci a qualcosa di più generale? Personalmente io vedo fra le coppie che conosco un atteggiamento abbastanza paritario, le coppie parlano delle loro decisioni sui figli sempre al plurale “Abbiamo pensato che, abbiamo deciso che…” e non riesco a vedere una divisione di genere pesante nel modo di relazionarsi ai figli. Tutto cambia quando si scende sul piano della discussione – online ma anche di persona – in cui istantaneamente scatta il luogo comune, forse le aspettative di cui sono caricati i genitori.
    Altra cosa è l’atteggiamento ambivalente verso la psicologia, quello temo che sia generalizzato fra i genitori e non tipicamente maschile. Quantomeno, il padre che si considera l’artefice del benessere dei figli perché lo dice Freud, lo devo ancora incontrare – mentre sono moltissime le mamme che entrano in questo loop mentale (e sto lottando per non entrarci anche io, chissà se invece ci sto annegando, ohibò).

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