Il grande equivoco sui nativi digitali

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Nativi non vuol dire competenti: ragioniamo sugli equivoci intorno al termine “nativi digitali” ma anche su cosa i nativi devono aspettarsi da noi “immigrati”.

Ascolto mio malgrado il piccolo Ryan, nel sedile dietro il mio, al piano superiore dell’autobus per l’ufficio, mostrare degli adesivi alla nonna che viaggia con lui.

“Guarda, nonna, è lellow!” dice Ryan, tre anni forse quattro.
Y-ellow, certo”, dice la nonna, “dillo di nuovo? Y-ellow“.
Lellow!”.
La nonna ride, “Y-ellow, Y.., Y.., ripeti, Y..”.
“Ma io non so dire Y!”.
“Ma lo hai appena detto!” ride la nonna! Dai, ripeti Y-ellow!“.
Y…LLLELLOW“. La nonna scoppia a ridere.
“Guarda, siamo vicini a casa di zio Graham”, dice Ryan.
“Vero” dice la nonna, “ora dobbiamo scendere, mi raccomando reggiti forte al passamano quando scendiamo le scale!”.
Una volta giù, sento la nonna che ringrazia l’autista. Ryan le fa eco con uno squillante “Thank you!!” e scendono dall’autobus.

Nativi o competenti?

nativi-digitaliCome potrete probabilmente immaginare, quando si parla di “nativi”, la prima cosa che mi viene in mente è il linguaggio. La lingua che parlo ogni giorno, la lingua che ho lasciato a casa, la lingua che parlano i miei figli. E quindi i discorsi sui nativi digitali diventano per me molto salienti se centrati intorno alla metafora, appunto quella del parlante nativo, più che all’oggetto di cui si parla, il digitale.

Il piccolo Ryan è sicuramente un nativo, se si parla di lingua inglese, nessuno ha dubbi su questa affermazione. Mentre io non lo sono, per me l’inglese è acquisito. Solo che io so dire “Yellow” mentre Ryan no. Come la mettiamo allora?

Io sono abbastanza convinta che la metafora del parlante nativo applicata al digitale funzioni bene, ma solo se si è fedeli all’aderenza alla metafora stessa. E che gli svariati articoli a volte costernati che ci raccontano che, no, i ragazzi della nuova generazione sono infatti pericolosamente ignoranti su molte cose, altro che nativi, nascono dal fondamentale equivoco di confondere quello che è nativo con quello che è competente, il familiare con il forbito.

Perché Ryan è un nativo inglese e io no? Perché è stato immerso nell’inglese fin dalla nascita, e perché, rispetto a me, pensa in inglese (io ci arrivo, ma ci arrivo dopo, molto dopo). Perché tutto per lui si evolve intorno all’inglese, e perché la familiarità genera la elasticità necessaria per essere efficiente, per usare senza conoscerle certe regole di grammatica, per trovare scorciatoie nel linguaggio che lo rendano ugualmente efficace ma conciso. A Ryan viene spontaneo dire “uncle Graham’s” per riferirsi alla casa dello zio, mentre a me spesso ancora no, ancora parto in automatico con la traduzione dall’italiano, non uso “naturalmente” scorciatoie come il genitivo. Così come alle volte mi riesce forzato, e lo sbaglio ancora, ricordarmi della “s” alla terza persona singolare, e scambio “she” con “he“, problema che condivido con molti stranieri.

Ma è indubbio che conosco sicuramente molto più inglese in termini di competenza strutturata di quanto ne conosca, a tre anni, Ryan. So scrivere e comunicare e leggere cose molto più elaborate di quanto non faccia Ryan, adesso. Solo che questo non fa di me una nativa, mentre Ryan lo è. E si vede, e si sente, anche ora a tre anni.

Equivoci e luoghi comuni sui nativi digitali

Il grande equivoco quando si parla di nativi digitali, secondo me, forse proprio perché noi NON siamo nativi digitali, e non possiamo farne esperienza diretta, è proprio quello di aspettarsi competenza, laddove quello che esiste è familiarità. Sarebbe come pretendere che Ryan, a tre anni, solo perché nativo, possa leggere Shakespeare in modo fluente. O che sappia utilizzare figure retoriche. Non è chiaramente solo una questione di età ma di uso: se i nostri ragazzi hanno usato il digitale come Ryan ha usato l’inglese finora, e se non ci sono nonni, i genitori, la scuola, che intervengono a “correggere la pronuncia”, come possiamo pretendere che siano competenti? Perché mai dovrebbero esserlo?

Un altro luogo comune che provoca non pochi fraintendimenti è quello che dice che “I ragazzi di oggi non sono interessati a capirne di più di internet, lo usano e basta”. Beh, sinceramente mi pare normale anche questo.  Non possiamo sapere cosa Ryan diventerà da grande, ma ci sono buone probabilità che continui ad utilizzare il suo inglese come una buona percentuale di noi usa l’italiano, quelli che non diventano linguisti, o scrittori, o fini dicitori, quelli che lo usano per la vita di tutti i giorni, con più o meno proprietà a seconda dei nostri studi, e delle nostre inclinazioni. Quello che di sicuro sappiamo è che l’interesse per la lingua, in quanto lingua, e non in quanto strumento per comunicare con il mondo, per ora non ce l’aspettiamo da parte di Ryan. Essere interessati all’inglese, o al digitale, è una scelta, foriera di uno studio approfondito. Ragionevolmente, solo alcuni percorreranno questa strada, non diventiamo tutti accademici della Crusca. Altrettanto ragionevolmente, anche chi non diventa accademico della Crusca, e infatti anche chi si ferma ad una conoscenza della lingua frammentaria, piena di svarioni e analfabetismi, rimane comunque un nativo, che riesce a situarsi nel suo mondo comunicativo spesso meglio di un immigrato, in molte situazioni di uso corrente.

Essere nativi è solo il punto di partenza

La chiave di lettura per me, di questa metafora del nativo digitale, è proprio accettare, da parte della società, e per riflesso (ma solo per riflesso) da parte dei ragazzi, che il digitale sia un argomento da approfondire, come la grammatica: ben vengano quindi quei programmi che inseriscono nella scuola fin da subito i rudimenti per insegnare ai nostri ragazzi una buona cittadinanza della rete, tanto per parlare di nozioni di base, partendo dalle nozioni con cui loro sono familiari, in quanto nativi.

Mi pare importante, cioè, più che additare i nostri ragazzi come superficiali o pelandroni, che approfondire la conoscenza del digitale diventi un dato di fatto, proprio come è un dato di fatto che un lessico da treenni non può essere socialmente accettabile una volta adulti, che ci sono le regole di grammatica, quanto meno, da imparare, e che è compito degli adulti, come genitori e come educatori, assicurarsi che questo avvenga, senza sentirlo come un’imposizione, o peggio una minaccia, la tecnologia che ci sovrasta e ci ingloba. Con un altro parallelo forse ardito, immagino che i nostri nonni o bisnonni nati all’inizio del secolo scorso non abbiano mai sentito come innata la necessità di avere un linguaggio della strada, ma ovviamente ora non possiamo prescindere dalle regole stradali, non sarebbe pensabile.

Il lavoro da fare quindi, per la società e gli educatori in particolare, è articolare bene quali sono le componenti “basiche” di questa lingua che i nostri ragazzi nativi avranno acquisito per familiarità, e come intervenire per correggere pronuncia e grammatica, sempre per continuare con la metafora.

Mi pare chiaro che queste componenti basiche esistano, che ci sono delle cose che possiamo ragionevolmente aspettarci dai nostri ragazzi, e cose che non possiamo permetterci di ignorare. Quando ho provato, con mio figlio, sette anni all’epoca, a barare su un giocattolo che desiderava dicendo “non so chi lo vende in città”, avrei dovuto aspettarmi la sua replica immediata: “cercalo su ebay mamma!”. Da insegnante, sono perfettamente cosciente che quello che dico in classe può essere confrontato con un video illustrativo pescato da youtube, è mio dovere rendermi conto che devo essere aperta a questo tipo di dialogo critico. E ci sono tante altre azioni e conoscenze e dinamiche che i nativi hanno acquisito e che usano tranquillamente per familiarità, da cui non possiamo prescindere.

In questo contesto, sono stata molto contenta del cambio di paradigma nel curriculum scolastico UK, quando si è passati, fin dalla primaria, dall’insegnamento di “tecnologia dell’informazione” all’insegnamento di “computer science”, o in sostanza, dall’uso del computer, ai rudimenti di programmazione e elaborazione dati, tanto per dirla in soldoni, cambiamento avvenuto proprio quest’anno scolastico. Mi è parso un importante riconoscimento di cosa vuol dire essere nativi: non ho bisogno di insegnarti certe cose, perché le hai vissute fin da piccolo, e mi concentro su nozioni più elaborate, la grammatica appunto.

Noi siamo gli expat digitali?

Ma quindi se i nostri ragazzi sono come Ryan, noi chi siamo? Beh, noi siamo i trapiantati, gli expat 🙂 che cercano di crescere figli bilingue. Siamo traghettatori anche qui. Abbiamo il dovere di saperla almeno un pochetto questa lingua, se vogliamo, e dobbiamo volerlo secondo me, far le veci della nonna che sillaba “Y-ellow“. Perché, se è bello mantenere la lingua di origine, ed è senz’altro bellissimo farli crescere bilingue, non possiamo fare finta che la lingua in cui sono immersi non esista.

Sono quindi un po’ scettica con chi sostiene di non voler saperne nulla a priori. Mi paiono un po’ come immigrati trapiantati che sanno di poter fare a meno tranquillamente di usare la lingua del posto, perché magari tutte le interazioni lavorative e sociali avvengono in una lingua a loro nota. Ho esperienza di colleghi ad esempio, trapiantati in ambienti dove la lingua corrente è inglese, che sono riusciti a vivere per anni e anni senza sentire la necessità di imparare la lingua del posto, che sia olandese o francese o svedese. Il problema maggiore in questi casi non è tanto il non poter comunicare con gli altri, quella è una scelta individuale in fondo e legittima, ma che invece le inevitabili interazioni, informazioni, comunicati, nella lingua del posto suscitano molta ansia, per non dire sospetto. Tale scelta diventa meno legittima se ha impatto su altri. Se non capiamo il funzionamento della bacheca Facebook, possiamo facilmente equivocare e trarre conclusioni affrettate sul comportamento dei nostri ragazzi sui social. Come spiegava l’ottimo post di Massimo Giuliani su ragazzi, internet e limiti, “si dice “adesso basta” perché si sa di cosa si parla, non perché si è spaventati.”

Due parole sulla “netiquette”.

E infine, crucialmente, così come, oltre alla grammatica, è importante aver bene in mente anche l’uso corretto, e l’uso appropriato, della lingua, nel digitale dobbiamo noi capire e rispettare le regole, prima di tacciare i nostri ragazzi di ignoranza o pigrizia.

E lo so che non è semplice e non ci viene naturale, a volte le parolacce nella lingua acquisita ci sembrano meno disdicevoli che nella lingua originale. E quindi ci troviamo a dire cose che non diremmo mai nella nostra lingua madre. E deve essere proprio complicato da capire, se anche grandi organizzazioni, come apprendiamo da recenti fatti di cronaca, a volte non vedono quello che dovrebbe essere buon senso comune.

Solo che, ancora una volta, quando ci sono i nostri figli a farne le spese, dovremmo cercare di agire su noi stessi, è nostro dovere in quanto generazione adulta. Così come evitiamo di essere sboccati e stravaccarci sul divano a cinta aperta e rutto libero in pubblico, cerchiamo di mantenere la stessa dignità online: cerchiamo di fare in modo che i ragazzi che ci vedono online, che sia rispondere sui blog, o commentare sui giornali, o produrre materiali, abbiano un senso ben chiaro di cosa sia accettabile e cosa no.

Come il piccolo Ryan, facciamo in modo che ci sentano ben presto dire “thank you” prima di scendere dall’autobus.

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2 COMMENTI

  1. Questo post è un capolavoro.
    Perché dice ciò che io penso ma non riesco a dire a chi cerca di convincermi del contrario, così me lo stampo e la prossima volta che mi imbatto in un “tonto” o una “tonta” (più numerose) digitale, non parlerò ma mostrerò lo scritto e glielo regalerò, così avrà modo di tornare a leggere dove non avrà capito, perché a volte leggiamo ciò che vogliamo leggere.
    Grazie!

  2. Grazie per aver messo così bene in fila tutti i miei pensieri sparsi sulla’ argomento, perché così mi sono chiarita concettualmente delle cose che sento e faccio automaticamente, ma che non saprei spiegare. E ancora più grazie per aver citato l’ esempio del Corriere, perché da quando ho cominciato a leggerne la domanda che mi faccio è proprio: non può essere che siano davvero cosi` ignoranti da appellarsi alla buonafede, sono un grosso gruppo editoriale con una presenza forte anche online, può essere che hanno ignorato le basi? Insomma io fin dall’ inizio in questa storia di rubare immagini da internet per pubblicarle a pagamento l’ ho vista come un atto di malafede, adesso capisco un po’ anche il punto di vista che dici tu.

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