Emozioni difficili: conoscerle con i personaggi dei libri

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Come possono aiutarci i libri e le letture a fare conoscenza con le nostre emozioni?

Setting for a Fairy Tale, 1942 – di Joseph Cornell  Opera esposta presso il Guggenheim Museums and Foundation – New York
Setting for a Fairy Tale, 1942 – di Joseph Cornell
Opera esposta presso il Guggenheim Museums and Foundation – New York

La via apparentemente più immediata è descriverle in termini razionali, rendendocele comprensibili.
Una seconda strada è quella di mostrarcele in azione.
Dentro di noi, talvolta, le emozioni vissute ma non ben comprese assumono una forma stereotipata, ruoli ed espressioni che ci giudicano secondo schemi fissi.
Nei racconti e nelle fiabe, personaggi che diventano catalizzatori di un certo sentimento o emozione possono essere un ottimo punto di partenza per assumere consapevolezza e verificare se possiamo vivere diversamente certe emozioni.

Vorrei proporvi quattro esempi narrativi per farsi delle domande sulle principali emozioni o sentimenti difficili, per stanare convinzioni che albergano dentro di noi e allenarci o allenare i nostri figli a non temerle, a saper essere anche in compagnia di queste coloriture dell’anima.

Topolino – Pippo; Asterix e Obelix. Consapevoli o superbi?

Inizio barando, perché la superbia è un atteggiamento, non un sentimento, ma queste accoppiate sono così note che vale la pena iniziare da qui.
A un personaggio viene assegnata la sagacia, l’intelligenza, la furbizia, all’altro il buon cuore, una certa accidia, ottimismo e fiducia nell’eroe principale. Nella realtà, dentro di noi, ciascuno è un po’ Topolino e un po’ Pippo, a seconda delle situazioni e del contesto. L’insofferenza che proviamo, per una battuta saccente di Topolino o per un atteggiamento lassista di Pippo, può essere un buon indizio da seguire per verificare se ci sono aree o ambiti in cui ci stiamo costringendo a un ruolo determinato e conosciuto senza fare spazio un po’ anche al nostro “compagno d’avventure”.

La matrigna di Cenerentola. L’invidia vista dalla parte di chi la prova “a fin di bene”.

Per riprendere i pensieri sul sentimento dell’invidia, volevo fare un fermo immagine sulla matrigna di Cenerentola. Buona parte di noi si è sentita  incompresa e costretta a mestieri inadeguati per le sue qualità, costretta in un angolo da qualche prepotente.
Ma oggi, che siamo anche genitori, credo valga la pena osservare meglio. Non è altro che una madre che, interprentando in maniera un po’ esagerata il proprio ruolo, sta cercando la strategia più idonea per valorizzare le proprie figlie, costringendo nella cenere la vera bellezza e vincolando Anastasia e Genoveffa a dover apparire quello che non sono.
Il termine invidia porta con sé l’idea del “non vedere”: non vedo quello che sono gli altri, non li riconosco per ciò che sono. Anche un eccesso di protezione, se determinato dall’invidia e dalla paura che l’accompagna, può fare danni. A me un po’ piace pensare che, uscita di scena Cenerentola, anche le due sorellastre abbiano potuto svincolarsi e scegliersi una vita più idonea ai propri desideri.

Lo scatto d’ira di Alice nel paese delle Meraviglie: quando arrabbiarsi vuol dire salvarsi.

L’emozione “ira” è mostrata e vissuta spesso da personaggi diversi, ma per ritornare al ruolo protettivo e proattivo che l’ira può avere, parlandoci, vorrei parlare dell’avventura di Alice. Si lascia trascinare, nelle regole del gioco del Paese delle Meraviglie. Insegue il coniglio, obbedisce pedissequamente a tutti i cartelli “mangia”, “bevi”, “apri”, “per di qua”. Obbedisce anche alla regina e alle regole del croquet, finché non la minacciano di tagliarle la testa. Ecco allora che la paura la risveglia e mette in moto, col gesto di lanciare in aria tutte le carte, una strategia difensiva che in certe circostanze ha bisogno di un po’ di ira per accendersi e proteggerci davvero.

La piccola fiammiferaia, ovvero l’esito più tragico della tristezza.

La tristezza, la tristezza in un bambino, è dolorosa e difficile da ascoltare, ancora prima che da “trattare”. Però esiste: i nostri figli e noi prima di loro viviamo emozioni connesse alla vita e alla non-vita, conosciamo il dolore e la tristezza.
Proprio come triste è la bambina che in una sera d’inverno fredda e buia tenta di vendere i propri fiammiferi; è sola e nessuno si cura di lei. Un fiammifero dopo l’altro, si allontana dal mondo reale per rifugiarsi in un altro fatto di fantasie che alla fine la portano via.
Di tutte le fiabe di Andersen, questa mi è sempre sembrata la più triste. L’ho ritrovata recentemente citata da Clarissa Pinkola Estés.
Riconoscere quali parti di noi stanno facendo come la piccola fiammiferaia e ascoltarle è un primo passo perché la tristezza – che ci segnala dove stiamo trovando condizioni ostili – diventi un’occasione per approfondire, conoscere ed eventualmente cambiare.

“i bei sogni, quando le condizioni di vita sono difficili, non vanno bene, .. in tempi duri dobbiamo avere sogni duri, sogni reali, quelli che, se ci daremo da fare … si avvereranno”
(Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estés)

E voi?
In quali personaggi vi siete identificati?
E quali altri, vi hanno infastidito a tal punto da obbligarvi a crescere?
Vi è mai capitato, leggendo con i bambini, di notare come sappiano meravigliarsi e affezionarsi anche al “cattivo” di turno? Sapete fare lo stesso con le vostre ombre?

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2 COMMENTI

  1. esatto! grazie dell’esempio. I film sono ancora più potenti per mettere in azione le nostre voci interne…. penso in particolare al Signore degli Anelli, a Guerre Stellari, Harry Potter.. basta restare un po’ nella storia e poi osservare da fuori le voci che ci parlano di più … a presto, ancora

  2. E che mi dici del personaggio della matrigna nel film di Rapunzel? Questa donna che si sente ancora bella e non vuole essere offuscata dalla figli(astra); la vuole tenere “lontana dai pericoli”, ma la ragazza deve provare ad andare là fuori per vivere la sua vita: c’è una scena nel film in cui un po’ rivedo noi mamme, un po’ tutte. Quando madre gothel si infuria perché Rapunzel le ha chiesto di uscire dalla torre, ma poi si affloscia su una poltrona e dice:”ecco ora sono io la cattiva!”. Quante volte crediamo di proteggerle e diventiamo delle streghe egoiste?

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