Elogio della routine

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Dice il saggio Google che la routine è “Abitudine lentamente acquisita per mezzo della pratica e della esperienza; più com., a proposito di una monotona e deprimente consuetudine”.
Ed in effetti raramente se ne sente parlare bene poveretta. È stigmatizzata, reietta, temuta.
Sarà per  questo che tra i disabili si trova tanto bene.
Spiego: da quando hanno iniziato a sparire le mansioni semplici e ripetitive dal nostro mercato del lavoro è diventato difficilissimo fare integrazione lavorative di persone in situazione di svantaggio (sarebbe riduttivo parlare solo di persone con disabilità). Semplici, ripetitive, prevedibili, una noia mortale nel dire comune, ma gratificanti e sostenibili per chi invece sarebbe in difficoltà su lavorazioni a profilo più alto con in più la gratificazione di un ambiente lavorativo “normale”. Ditemi che è poco…
Altro esempio: una persona riesce a vivere da sola, con una semplice supervisione ogni due tre giorni, attraverso l’utilizzo di un plan scritto ed appeso al muro; al giovedì si lava il bagno, al venerdì si cambiano le lenzuola, al sabato si mangia pasta, la domenica minestra e così via. Certo che sarebbe più bello dire “Oggi ho voglia di cous cous” e andare a comprarsi ciò che serve. Ma se poi io il cous cous non me lo so cucinare? Meglio vivere con mamma o in una comunità (situazioni dove, peraltro, non è che la routine non esista) o meglio un’autonomia con qualche compromesso?
Non è che ci sia una risposta universalmente  giusta o sbagliata, ma tendenzialmente io preferisco spingere per una maggiore autonomia, il più possibile. In fondo quando non c’era le persone andavano tutte in istituto. E lì pure era routine, solo che era anche una routine davvero brutta (che per fortuna in istituto c’è rimasta anche dopo Basaglia).

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Chiaro che poi il bello è riuscire a costruire una routine di cui non diventare schiavi. Facile, no?
No, non è facile. Ma non è così per tutti noi?
Faccio coming out: a me la routine piace, forse sto un po’ invecchiando. E dire che non sono ansioso. Eppure mi mette serenità sapere che la settimana sarà così e così e che posso inserire qui e là le mie piccole evasioni. La routine, in qualche modo, ritorna a ricordarmi che anche io ho la mia parte di svantaggio di cui prendermi cura.

In sostanza, ben venga la routine, quella che ci mette serenità, quella che ci fa un po’ di sconto sui carichi della vita, quella che ci illude di poter controllare tutto.
Bisogna un po’ amarla, per saper superarla, per riuscire a determinarla e non a subirla.
In ogni caso tranquilli: con le persone con disabilità funziona.

Quindi funziona con tutti.

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