Educazione sessuale a scuola: un non-problema italiano

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Quella che vedete qui sotto è una foto di un libro di testo svedese in uso nelle scuole, negli anni che paragonati al nostro sistema scolastico sono quelli della terza media, primo anno delle superiori.

Dice: “Capitolo 9. Sesso e relazioni”, e come sottotitolo “conoscenze vitali”. Il box a sinistra contiene: “Uomo o donna? Tutti abbiamo un lato femminile e uno maschile. E’ importante sapere se si è uomo o donna. Cosa ne pensi?”, mentre quello a destra “Qui imparerai a: descrivere la sessualità umana e la riproduzione, parlare e discutere su vari tipi di sessualità, descrivere vari modi per prevenire malattie a trasmissione sessuale e gravidanze indesiderate, capire che anche la nostra vita sessuale deve rispettare le leggi della società, discutere di identità, parità tra i sessi, relazioni, amore e responsabilità, prendere posizioni su questioni quali gravidanza e aborto”.

Cominciamo con un paio di premesse che, spero, eviteranno inutili discussioni. Non sto paragonando i sistemi scolastici dei due paesi, Italia e Svezia, né credo sia interessante o utile farlo; non sto per fare giudizi di valore su cosa è meglio o peggio rispetto un eventuale ideale possibile. M’interessa mettere in evidenza altri punti.

Queste pagine non sono prese dal miglior libro di educazione sessuale in uso nella miglior scuola pubblica svedese. Questo è un libro qualsiasi di quelli di testo per le scuole che si stampano in Svezia per essere usato in una qualunque scuola pubblica svedese. Questo ci dimostra che tra i tredici e i quattordici anni, grosso modo, è generalmente accettato nell’opinione pubblica svedese che ragazzi e ragazze siano in grado di acquisire strumenti per farsi un’opinione articolata su diversi temi inerenti la sessualità e il genere delle persone. Rileggendo quel sommario, vediamo infatti che il capitolo è scritto per insegnare a chi lo legge a “descrivere”, “parlare e discutere”, “capire”, “prendere posizioni”. Il libro cioè non nasce con lo scopo di diffondere una idea di sesso, genere e orientamento, né una particolare posizione culturale, sociale e politica sui questi argomenti. Il testo è pensato per permettere a chi lo legge di farsi una sua opinione, una sua posizione culturale su quegli argomenti. Ed è esattamente questo che attualmente è impossibile nelle scuole italiane, e non solo per ragazzi e ragazze delle scuole medie.

Sempre per evitare discussioni inutili, non serve a nulla ricordarsi dei propri “corsi di educazione sessuale” fatti a scuola, o di quelli che attualmente seguono i propri figli. Per quanto siano iniziative lodevoli, si tratta di esempi estemporanei e non sistematici, mentre il centro della questione è proprio lì: in Italia non c’è nulla di sistematico, di generale, di condiviso su questi argomenti e questa situazione. L’esempio preso dalla Svezia testimonia non solo di ciò che si fa in una scuola “media” svedese – anzi, questo è l’aspetto meno interessante. L’esempio dimostra altre cose ben più significative:

  • esistono case editrici per la scuola che si adoperano a produrre testi su questi argomenti, aggiornandoli e proponendoli al pubblico interessato, come per qualsiasi altro testo scolastico;
  • esistono persone che fanno della scrittura per le scuole di testi su argomenti di sessualità e di genere il loro lavoro, la loro professione;
  • c’è un pubblico che non è stupito o meravigliato né scandalizzato che entrambe le suddette cose esistano, perché fanno parte del sistema dell’istruzione pubblica e della normale preparazione scolastica;
  • c’è un pubblico che si aspetta che questi testi soddisfino uno standard di competenza, usabilità, aggiornamento, validità pedagogica come per qualsiasi altro testo scolastico;
  • come esisteranno certamente testi che sugli argomenti di sesso e di genere prendono una posizione netta e storicamente o politicamente identificabile, esistono anche testi più generici e neutrali, come questo, che insegnano a farsi da soli un’opinione in merito, proponendo argomenti e risultati oggettivi con i quali ciascuno e ciascuna decideranno cosa fare.

Quello che segna la differenza attuale tra Svezia e Italia, testimoniata da un banale libro di testo per le scuole, è che in quel paese è considerato normale che un ragazzo o una ragazza di tredici/quattordici anni abbiano degli strumenti per costruirsi da soli una opinione in merito a sessualità, malattie sessualmente trasmissibili, gravidanza e aborto, parità, identità sessuali, e così via. Questa è la differenza con l’Italia, non che i corsi di educazione sessuale, o alle relazioni, o ai sentimenti, esistano o meno. Questa differenza non sta nei sistemi scolastici o politici, è una differenza culturale, di opinione pubblica. Una opinione pubblica che evidentemente non vede ancora in quella possibilità di informarsi qualcosa di positivo, una libertà importante per ragazzi e ragazze, ma qualcosa di sbagliato, di strano, di pauroso, di esagerato. Infatti tutto ciò non fa della Svezia il paradiso: ci sono diffusi problemi di genere anche lì e problemi sociali legati alla sessualità anche lì; ma esiste una diffusa e radicata consapevolezza che gli strumenti per affrontarli sono presenti, che le competenze ci sono, e che entrambi devono incontrarsi nella scuola il prima possibile.
Il problema italiano è che questo non è ancora avvertito come un problema italiano.

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1 COMMENTO

  1. Articolo molto interessante. E penso che un altro aspetto importante sia il fatto che crescere ragazzi e ragazze preparati su questi temi sia sentita come un’esigenza della collettività sociale, non come un affare privato della famiglia, da sfangare alla meno peggio, con tutti gli imbarazzi e le reticenze del caso.
    Proprio come è utile per la collettività che giovani donne e uomini arrivino alla maturità competenti nei rudimenti delle discipline più tradizionali, è altrettanto importante che lo siano in fatto di relazioni interpersonali, conoscenza e rispetto delle diversità, consapevolezza della propria individualità, anche sessuale e di genere, come persone più complete e autonome ( nessuno deve venire a dirmi come vivere la mia sessualità, al pari di qualsiasi altro diritto dell’individuo)

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