Educare i genitori allo sport dei figli

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In che punto del campo dovrebbero stare i genitori quando i figli fanno sport? Decisamente fuori.

fotogramma da "Mila e Shiro"
fotogramma da “Mila e Shiro”
Tutte le volte ci casco!

Entrando nella palestra dove mia figlia fa pallavolo, mi stupisco perché la prima cosa che vedo è lo stuolo di genitori sulla tribuna. Ammesso e non concesso che la temperatura stagionale si avvicini allo zero, mi viene in testa sempre lo stesso dubbio: perché sono lì?

Non me ne faccio una ragione, anche quando provo a interrogarli: chi dice che vuole vedere, qualcuno ammette di non sapere dove passare l’ora, altri non se ne vanno per non lasciare traumi da abbandono. In tutti i  casi i figli non sono mai i soggetti delle buone scuse trovate, ogni adulto ritrova un motivo che riguarda se stesso.

Ma il potere educativo dello sport ottiene i suoi risultati migliori quando il rapporto tra i bambini e i loro istruttori è paritetico ed esclusivo; l’allenatore diventa educatore e insegna (anche) un metodo per imparare. Nello sport è la ripetizione del movimento, oppure la preparazione fisica, oppure altro; negli altri campi educativi esistono strutture diverse eppure paragonabili.

In ogni caso è indispensabile che la posizione familiare rimanga fuori dall’equilibrio.

Mia sorella la saggia, che ha fatto l’allenatrice, dice che dovrebbero inchiodare le porte: lei pensa che anche un semplice lucchetto avrebbe difficoltà a contenere cotanto entusiasmo genitoriale. Perché pur essendo una regola quasi obbligatoria, spesso scritta con cartelli colorati all’interno delle palestre, mamma e papà subiscono il lato oscuro della forza e non riescono a stare lontano dal campo di gioco. E l’entusiasmo, si sa, se non è contenuto e dominato può portare conseguenze opposte a quelle che vorremmo.

E’ vero anche che superata l’età della scuola primaria improvvisamente la palestra si svuota del pubblico: sarà perché improvvisamente fuori si è fatto caldo anche a gennaio? O forse perché già dai primi anni dell’adolescenza dei nostri figli tentiamo di creare uno spazio di decompressione tra la nostra vita e la loro? Insomma: è vero o no che dagli 11 anni in poi i rapporti con i nostri figli diventano così deliranti che anche un’ora in palestra è ossigeno per tutti? Sembra quasi che esista una linea invisibile, il cui superamento ci fa improvvisamente diventare ciecamente fiduciosi in quello che farà l’istruttore (salvo poi istituire gruppi di protesta quando si perde la partita).

Noi genitori (la maggioranza, almeno) siamo spesso paranoici e sviluppiamo personalità multiple nel breve arco di pochi mesi: sfido tutti i ragazzi ad avere a che fare con questi soggetti. Per non parlare poi dei poveri istruttori che, come ogni insegnante, lottano molto più con mamma e papà che con i propri discepoli.

La questione educativa va imposta prima di tutto ai genitori: esiste un metodo per allenare uno sport, e tale metodo può variare a seconda della preparazione del coach, della sua filosofia sportiva, della tendenza generale o delle indicazioni dettate dalla federazione. Il modo di imparare  deve essere completamente delegato a chi di dovere, ponendo fiducia nell’istruttore e nei ragazzi che si allenano. Non esistono vie di mezzo, non se si vuole percorre un cammino che preveda la presenza dello sport nella crescita e nell’educazione dei nostri figli; bisogna essere bravi a farsi da parte anche (soprattutto) durante le fasi di crisi per poter ottenere una soluzione ottimale per i nostri figli.

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2 COMMENTI

  1. Bellissimo questo post Lucia. Anche da noi a Stoccolma, come nel club di Mammamsterdam, sia nel caso del basket che per la scherma i genitori sono invitati a presenziare se vogliono. Al club di scherma ci hanno invitato esplicitamente a guardare gli allenamenti, per poter andare oltre la domanda “ti sei divertito oggi?” quando li riportiamo a casa, e poter parlare dell’impegno dei giochi fatti o delle parti difficili e di quelle divertenti. Ma anche da noi, a Stoccolma, si vedono tristi scene di genitori che si sostituiscono all’allenatore dalla panchina, ma si vedono di più in sport di punta, come il calcio o l’hockey. Credo quindi che il posto adatto per il genitore sia quello fuori dal campo, ma che possa essere anche semplicemente una metafora, finché il genitore non cerca di sostituirsi all’allenatore o addirittura al figlio in campo.
    Invece spezzo una lancia a favore di (alcuni) di quei genitori che restano perché i figli non vogliono che se ne vadano. Purtroppo alcuni bambini ne hanno davvero bisogno, ed è l’unico modo di tenerli in campo, almeno fino ad una certa età in cui acquisiscono autonomia e sicurezza. Non credo sia un caso che gli unici sport a cui mio figlio si sia appassionato, siano quelli in cui mi è stato permesso di rimanere a vedere, mentre quelli in cui ci hanno chiusi fuori non hanno resistito a lungo. Grazie per questa bellissima riflessione.

  2. Sante parole. Nel club di calcio di mio figlio invece i primi anni i genitori vengono sollecitati a partecipare per dare manforte all’ allenatore che ha troppe squadre e troppi bambini. Alcuni fanno anche un corso da arbitro o partecipano comunque molto attivamente, e lo fanno molto bene: senza intromissioni o favoritismi. Io a suo tempo feci il corso di primo soccorso e l’ unica cosa che mi ricordo è come gestire la folla in casi veramente gravi (cacciare i genitori e i bambini dal campo, e non aver paura a far interrompere la partita se secondo te ci vuole l’ ambulanza). per il resto continuo a sbagliare come si annoda la fascia per sostenere il braccio. E quando (sono costretta a) lo accompagno alle partite del sabato faccio due foto e me ne sto zitta. Come quasi tutti da noi. poi giochiamo contro quei club di genitori fanatici e urlanti a bordo campo, tipo: “spaccagli le gambe” e siamo sempre molto perplessi. I nostri coach e allenatori-genitori hanno fermato due volte negli anni una partita rimettendo il caso alla federazione (si, il corso serve per insegnarti proprio ad essere assertivo per proteggere i bambini)

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