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Divisione di responsabilità a tavola

Scritto il 19 May 2009 da Serena 3 Comments
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Bambini che non mangiano nulla, altri che mangiano solo cibi dolci, altri ancora che si abbuffano con qualsiasi cosa capiti loro a disposizione. Apparentemente il mondo è pieno di bambini con problemi legati all’alimentazione. Certamente buona parte dei problemi sono esagerati da mamme ansiose, e non è propriamente vero che il bambino in questione non mangi niente. Ma non è sempre così. Squilibri alimentari sono all’ordine del giorno persino in pre-adolescenti, e il numero di bambini obesi è in continua crescita. Ma non è sempre stato così. Questo è probabilmente uno dei problemi più importanti del secolo. Un problema che abbiamo creato noi, la nostra società, i cambiamenti nel nostro modo di vivere e nel nostro modo di rapportarci con il cibo. E questo influisce necessariamente con il modo in cui i nostri figli scelgono di nutrirsi.
Immaginiamo per un istante di poterci rilassare. Tuo figlio non mangia? Si vede che non ha fame. Tuo figlio mangia tanto: forse ha bisogno di più energia per funzionare. Tua figlia mangia solo pasta? Beh, la pasta è buona. Magari domani mangierà solo carne. Insomma, immaginiamo per un momento che loro siano competenti. Supponiamo che i nostri figli siano perfettamente in grado di regolare la quantità e la varietà di cibo di cui hanno bisogno. Ah come sarebbe bello! Vi sentite anche voi più rilassati? Niente più lotte per fargli ingerire l’ennesimo boccone. Niente più contrattazioni su quanti bocconi di carne deve mangiare prima di poter avere il dolce. Niente di tutto ciò. Voi servite il cibo. Loro se lo mangiano se lo vogliono. Sennò pazienza. Sarà per un altra volta.
Ci sono buone notizie. Questo è proprio quello che la nutrizionista americana Ellyn Satter chiama divisione di responsabilità. Con 40 anni di esperienza alle spalle nel lavorare con bambini e adulti con problemi di alimentazione, Ellyn Satter ha introdotto un concetto innovativo nell’ambito dell’alimentazione, spostando il focus sulla fiducia piuttosto che sul controllo, e sull’apportare piuttosto che deprivare. La sua idea innovativa viene riassunta così: I genitori sono responsabili di cosa, quando e dove si mangia; i bambini sono responsabili di quanto e se mangiare. La buona notizia continua con il fatto che questo non è un dei tanti metodi da aggiungere alla lista. E’ un cambiamento di paradigma nel rapporto con il cibo, e nel rapporto dei genitori con l’atto stesso del nutrire i proprio figli. E per di più è provato clinicamente, e basato su dati scientifici accurati, mostrando che questo atteggiamento aiuta gli individui a sviluppare la propria capacità di un rapporto con l’alimentazione equilibrato ed efficace. Una capacità che è innata, e che spesso perdiamo a causa di fattori esterni (pressione dei genitori, dell’ambiente, della cultura). Il neonato mangia esclusivamente quando ha fame. E così fa il bambino in età prescolare, a patto che questa sua capacità non sia stata persa a causa di un intervento sbagliato dei genitori.

Nel suo libro Child of mine che sto leggendo in questo momento, la Satter afferma che i bambini che diventano obesi sono quelli ai quali i genitori hanno limitato l’accesso al cibo. Più si pongono limiti sul cibo, in quantità e qualità, più il bambino si affretta a mangiare tutto quello che gli capita a portata quando ne ha la possibilità, per paura che non avrà cibo più tardi quando gli verrà effettivamente fame. Il danno maggiore che si viene a creare è quello di far dimenticare al bambino come riconoscere la sensazione di fame e di sazietà, e insegnargli invece a mangiare ogni qualvolta il cibo è a disposizione. Allo stesso modo, forzare il bambino inappetente a mangiare qualcosa di cui non ha voglia, crea un rapporto conflittuale con il cibo, che in quanto imposizione, diventa qualcosa di spiacevole. E il mangiare qualcosa da evitare a tutti i costi.
In pratica i tradizionali metodi di educazione alimentare (mangia questo perché fa bene, non mangiare questo perché fa male) ottengono più frequentemente il risultato opposto. Tentare di controllare esternamente l’assunzione di cibo (in modo diretto o indiretto) blocca la sensibilità alla regolazione interna, interferendo con uno sviluppo sociale ed emotivo ottimale e, in ultima analisi, rende i bambini ancora più grassi o più magri di quanto non sarebbero altrimenti.
E come non serve a nulla proibire o costringere a consumare un cibo, così è dannoso utilizzare il cibo come premio o come ricompensa, tutti comportamenti che inducono un rapporto emotivo squilibrato con il mangiare, togliendogli la funzione principale: quella di fornire i nutrienti di cui abbiamo bisogno per crescere e funzionare.

Ma come si fa ad attenersi a questa divisione di responsabilità quando agli occhi del genitore è evidente che il figlio non mangia o mangia troppo? Gli ingredienti per il successo sono apparentemente semplici:
- offrire pasti ad orari regolari
- offrire merende sane e nutrienti tra i pasti, in modo che non si arrivi al pasto troppo affamati (ma nemmeno sazi)
- dare completa possibilità al bambino di scegliere quello che vuole e non vuole mangiare tra le cose che avete preparato, nelle quantità che desidera
- i pasti devono essere consumati seduti, e per quanto possibile devono essere un momento piacevole per la famiglia
Ma soprattutto fidarsi della capacità di autoregolamentazione innata del bambino. Anche il bambino il cui sistema di regolazione della sensazione di fame e sazietà è stato minato, riesce in breve tempo a ritrovare in se la capacità, una volta che i genitori si attengono alla regola d’oro della divisione di responsabilità.

Resta da capire come comportarsi quando le cose non vanno esattamente lisce.
Divisione di responsabilità a tavola (Parte seconda)

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3 Comments »

  • federica ha scritto:

    Mi piace questa cosa della fiducia e della autoregolazione. E devo dire che è quello che sto facendo. Mi sono detta infatti: se quando allattavo, lo facevo su richiesta, supponendo che la mia C. era in grado di stabilire la sua fame e la sua sazietà, per quale motivo ora, che ha 16 mesi, non dovrebbe più essere in grado di farlo?…anzi in teoria dovrebbe essere ancora più brava! se mi salta un pasto, o non mangia tutto quello che le metto nel piatto, non è un problema, vuol dire che non ha fame. (cosa che trallatro è successa proprio ieri sera). Certo, mi assicuro che sia davvero così, e non magari che sia solo distratta, o che preferisca giocare in quel momento..ma avendolo sempre fatto, lei capisce benissimo la domanda, ed è altrettanto chiara nella risposta. “Come mai non mangi Cati?, non hai fame? (segue un no con la testa). Sei sicura? Ne vuoi ancora un pò? (segue un no con la testa e una spinta al piatto)…fine della questione. A parte la rabbia di buttare un pò di cibo…e la perdita di tempo per aver cucinato..è una cosa che mi piace di lei, è in grado benissimo di dire basta, non lo voglio più, e credetemi lo fa anche con i biscotti, o con le cose che le piacciono di più (tipo pane e pizza).

  • Serena ha scritto:

    Concordo pienamente sul fatto che i bambini abbiano una capacità di autoregolazione sulla quantità di cibo da introdurre e che sia molto importante preservarla, ma ultimamente mi trovo in forte difficoltà perchè non riesco a capire se mia figlia (3 anni) non vuol mangiare perchè non ha fame o perchè la cosa la annoia. Cerco di spiegarmi meglio: quando siamo a tavola (non ho particolari problemi a farla stare al suo posto per tutta la durata del pasto) lei, con il piatto pieno davanti, molto spesso non accenna minimamente a mangiare e continua a giocare (col bicchiere o con le posate, assolutamente non le lascio tenere giocattoli) e questo mi fa pensare che non abbia fame, se però la imbocco mangia tutto senza problemi (quando mi dice basta non insisto), quindi almeno un po’ affamata lo è. Vorrei provare a introdurre la regola che o mangia da sola o salta il pasto, ma non so se sia la cosa giusta, alcuni mi dicono che a 3 anni è normale farsi imboccare, e forse in parte è così, soprattutto quando è stanca ed è lei a chiedermi di aiutarla, ma non può certo essere così ad ogni pasto. Non so proprio cosa fare e il momento del pasto sta diventando sempre più stressante!

  • CloseTheDoor ha scritto:

    Anche io credo di aver continuato sulla scia dell’allattamento a richiesta come Federica. L’avvio dello svezzamento è stato duretto verso i 6 mesi perché la Stellina non capiva che le proponevo cibo e non un gioco ripetitivo e noioso. Fatto questo passo è andata meglio e – per il momento – non ho problemi di alimentazione.
    La Stellina si trova davanti un piatto per lo più identico al mio e mangia quanto vuole, da sola da quando aveva 8-9 mesi. Solo adesso che ha quasi due anni inizio a rimproverarla se sbrodola o spande. Le propongo di assaggiare tutto e non la sgrido mai se qualcosa non le piace e lo sputa.
    Invece, di solito capita che quello che non mangia la sera da me lo mangia con gusto al nido il giorno dopo, ma quello è un’altra storia…

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