Diario di scuola

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Questo post che Mammafelice ha scritto per noi è stato molto commentato e, per me personalmente, ha rappresentato un momento di profonda riflessione.
Nei giorni in cui l’ho letto, mi è tornato in mente un libro dove si esprime lo stesso sentimento che emerge da quel post, ma non, come li, da parte di un genitore (l’autore è però anche un genitore), bensì di un insegnante.
Non è uno dei libri più noti di questo autore molto amato, nè, forse, uno dei suoi più belli: non è certo uno dei suoi consueti romanzi ironici e visionari, ma è un saggio raccontato in prima persona. E’ il libro in cui racconta la sua storia di studente prima e di insegnante e genitore dopo. Ed è, secondo me, una lettura fondamentale per chi ha dei figli a scuola e per chi insegna.
Parlo di “Diario di scuola” di Daniel Pennac.
Pennac, oggi autore famosissimo in tutto il mondo e professore di francese alle scuole medie ed alle superiori a Parigi, quarto figlio in una famiglia della media borghesia colta, con tre fratelli tutti brillanti negli studi, iniziò in modo catastrofico la sua carriera scolastica.
Parte da li, dalla sperimentata intolleranza della scuola per i “somari”, dalla diffusa trascuratezza nel motivarli e nel trascinarli e dalla sua storia successiva di studente che ha cambiato il suo modo di vivere la scuola, la sua strada verso l’insegnamento.
Questo libro è scritto tutto dal punto di vista di quelli che a scuola vanno male: sia nelle parti in cui l’autore parla da studente, che in quelle in cui parla da professore e da genitore. La prima parte serve a capire, la seconda a trovare delle soluzioni.
Il prof. Daniel Pennacchioni (solo dopo, in arte, Pennac) ci porta nella mente degli alunni, ci mette dal loro punto di vista e noi non possiamo non ritrovare i ragazzini che siamo stati sui banchi di scuola, qualunque sia stata la nostra storia scolastica personale.
Il punto di partenza essenziale è che non esiste bambino o ragazzo che non abbia voglia di conoscere e di imparare. Da qui ogni professore ed ogni genitore dovrebbe partire, con la mente sgombra, per trovare la chiave d’accesso a quella piccola persona: la chiave che ognuno ha in tasca.
Il professor Pennacchioni non è uno morbido: è uno che pretende, è uno che vuole risultati e li vuole da tutti. Uno che non lascia indietro nessuno, che non si accontenta di aver trascinato con sè i più: lui la classe la vuole tutta.
E, per di più, da uomo sessantenne, ama i ragazzi dei nostri tempi e di tutti i tempi che ha visto scorrere davanti ai suoi occhi: non li considera una brutta gioventù, arrivisti e privi di valori, svogliati e schiavi del tutto e subito, come troppi luoghi comuni ce li raccontano. Concede fiducia e ne riceve in cambio: perchè i ragazzi hanno sempre voglia di imparare, da che mondo è mondo, anche oggi.

Vi annoto qualche brano significativo, per assaggiare il tono leggero del libro e l’utilità che può avere per un genitore.
In ogni caso, sì, la paura fu proprio la costante di tutta la mia carriera scolastica: il suo chiavistello. E quando divenni insegnante la mia priorità fu alleviare la paura dei miei allievi per far saltare quel chiavistello, affinchè il sapere avesse una possibilità di passare
Ero negato a scuola e non ero mai stato altro che questo. Il tempo sarebbe passato, certo, e po la crescita, certo, e i casi della vita, certo, ma io avrei attraversato l’esistenza senza giungere ad alcun risultato Era ben più di una certezza, ero io.
Di ciò, alcuni bambini, si convincono molto presto e se non trovano nessuno che li faccia ricredere, siccome non si può vivere senza passione, in mancanza di meglio, sviluppano la passione del fallimento

I nostri studenti che ‘vanno male’ (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, eccoli che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo
“… adulti e bambini, si sa, non hanno la stessa percezione del tempo. Dieci anni non sono niente per l’adulto, che calcola in decenni la durata della propria esistenza. Passano così in fretta, dieci anni, quando ne hai cinquanta! Sensazione di rapidità che peraltro acutizza la preoccupazione delle madri per l’avvenire del proprio figlio. […] Si dà il caso che per il ragazzo ognuno di quegli anni vale un millennio; per lui il futuro sta tutto nei pochi giorni a venire. Parlargli dell’avvenire significa chiedergli di misurare l’infinito con un decimetro
Il mal di grammatica si cura con la grammatica, gli errori di ortografia con l’esercizio di ortografia, la paura di leggere coon la lettura, quella di non capire con l’immersione nel testo, e l’abitudine a non riflettere con il pacato sostegno di una ragione strettamente limitata all’oggetto che ci riguarda, qui ed ora, in questa classe, durante quest’ora di lezione, fintanto che CI siamo

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LaFeltrinelli

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5 COMMENTI

  1. Claudia, converrai con me che questo libro (scritto da un insegnante) non contiene alcuna critica, che non sia anche un’autocritica dell’autore: e di autocritiche se ne è regalate più come studente, che come insegnante.

  2. Ho letto il libro. Apre gli occhi. Per chi come me, dopo la laurea, per un breve periodo ha insegnato, fa pensare.
    Oltre alle nozioni gli insegnanti “passano” tanto ai bambini, ai ragazzi che hanno di fronte. Più di quello che immaginano; più di quello che talvolta vorrebbero, meno di quello di cui i ragazzi avrebbero bisogno…
    Mi è stato detto da un insegnante, che non ha letto il libro, che non lo leggerà perchè è stufa delle critiche che vengono rivolte alla sua categoria.
    Io, al contrario, penso che sia molto motivante per un insegnante leggere il libro di Pennac e lo consiglio vivamente.

  3. Sicuramente mi è venuta voglia di leggere questo libro e nello stesso tempo sono assolutamente d’accordo con D. quando dice che la cosa più importante è la passione di imparare” ed è quello che spero abbiano per tutta la vita i miei figli…

  4. Nella nostra famiglia lo studio è considerato importante. Importante prima di tutto come elemento permanente della vita di noi genitori. Per questo motivo, forse, ci è sempre capitato di considerarlo importante anche per i nostri figli. Quando dico questo, però, devo precisare che intendo la PASSIONE per lo studio e solo relativamente (e come ricaduta, eventualmente) il successo scolastico. A me interessa che i miei figli abbiano passioni, che vogliano conoscere (ma è una voglia che hanno tutti i bambini, dice giusto Pennac) e che sappiano trovare gli strumenti adatti per mettere in pratica questo desiderio.
    La mia figlia maggiore da piccola andava bene a scuola, ma sembrava talora senza interessi: mi faceva soffrire più che se avesse avuto voti bassi. Poi ha trovato una sua strada, magari non quella che mi aspettavo, magari più tardi di altri: le è scoppiata la passione per la letteratura fantasy, poi per la musica, poi per altra letteratura, fino ad essere diventata un’appassionata di Shakespeare. Ora, con i suoi tempi e i suoi gusti, sta diventando un’adulta con interessi personali, capace di scegliere e di accettare o rifiutare un certo percorso intellettuale.
    Non mi nascondo che il successo scolastico è una strada che può aprire ALCUNE vie nella vita, ma non credo che le apra tutte: io ho sempre preteso dai miei figli il massimo dell’impegno, non il massimo del risultato. Il massimo dell’impegno è una politica che si dovrebbe avere sempre nella vita, qualunque strada si intraprenda. Perché se un figlio non studia per svogliatezza, lo amo comunque, ma gli spezzo anche le gambine (metaforicamente, eh!), anzi mi sentirei di amarlo di meno, se non gli indicassi chiaramente il suo dovere.
    Capita che proprio in questi giorni a mio figlio Marco siano stati rilevati dei problemi con il linguaggio, forse si tratta di dislessia, questo ovviamente fa riconsiderare la scala di valori di un successo scolastico: ma vorrei che per prima cosa non si sentisse escluso, che proprio la sua naturale sete di sapere non venga intaccata dall’eventuale disagio provocato dall’avere dei problemi di lettura e scrittura.

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