Dialogo sull’inserimento alla scuola dell’infanzia

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Dopo l’introduzione di Serena, iniziamo con un primo esperimento di quello che sarà uno degli stili della rubrica Scuole Crescono: un confronto aperto tra i due principali “portatori di interesse” nei confronti di un ciclo di studi.

Ho pensato di iniziare dalla Scuola dell’Infanzia: è un’età in cui è diciamo condiviso l’interesse dei bambini nei confronti della socializzazione con i propri simili. Ho chiesto allora a due blogger di cui apprezzo stile, sensibilità e sguardo sul mondo di confrontarsi: da una parte Nora, alias Maternamentedigitale, alle prese con l’insegnamento nella scuola dell’infanzia, dall’altra Lanterna, alias Lucciole e Lanterne, blogger mamma disincantata, che già molte volte sul suo blog ha acceso i riflettori sui vari interrogativi che pone l’inserimento dei bambini nel mondo scolastico e i rapporti tra questo e tutto il mondo attorno ai genitori, alle loro esistenze, al loro lavoro.

E proprio questo è stato l’argomento su cui queste due donne hanno deciso di confrontarsi….

Ecco che cosa ci raccontano

Lanterna

Lo ammetto e lo premetto: per molti genitori, me compresa, l’inserimento è un falso problema. O meglio: io l’ho sempre vissuto più come un problema mio (logistico, non affettivo) che come una difficoltà dei miei figli.

So benissimo che si tratta di una fase delicata, che può determinare l’atteggiamento del bambino verso la scuola da quel momento in poi. E so anche che per molti bambini (non per i miei, purtroppo o per fortuna) l’inizio della scuola dell’infanzia segna il distacco dal nido casalingo, che si tratti della mamma o dei nonni.

Quando si trattò di me, 30 anni fa, l’esperienza fu fallimentare: andare all’asilo (all’epoca si chiamava così) non mi piaceva proprio. Rimpiangevo i miei nonni, i miei giochi, persino il fatto di poter vedere la TV a pranzo. Rimpiangevo la mia solitudine, per quanto possa sembrare triste e strano.

I miei figli sono di un’altra pasta e frutto di un’altra storia: prima di approdare alla scuola dell’infanzia, entrambi sono usciti di casa a 8-9 mesi e si sono fatti ciascuno 2 onorevoli anni di nido (a cui ho versato in totale circa 22.000 euro).

Per loro cambiare scuola ha rappresentato soltanto una piacevole novità, non uno stravolgimento della vita quotidiana. Anzi: erano eccitati dal fatto di diventare grandi.

Io invece non sono riuscita più di tanto ad emozionarmi per l’ingresso nella scuola: ero troppo impegnata a sentirmi sollevata perché non dovevo più pagare la retta del nido.

Nora

il periodo dell’inserimento è un momento delicato, la cui complessità di gestione è direttamente proporzionale al numero di nuovi bambini. Per una tirocinante si tratta di un’esperienza fondamentale, sicuramente una delle più significative nel proprio percorso di formazione. Ti ritrovi con un gruppetto di treenni perlopiù piagnucolanti, che si guardano attorno con circospezione, che cercano la mamma. Se si opera in una classe omogenea per età, dove si ha a che fare con venti o trenta bambini da inserire, è tutta un’altra storia… e devo dire che, in questo senso, le sezioni eterogenee offrono la possibilità di rendere i nuovi ingressi meno traumatici per tutti!

Mi è capitato tante volte di vedere mamme che si allontanano con lo sguardo angosciato (perché in quel momento, ovviamente, il bambino svolge il suo mestiere: piange disperatamente, si aggrappa alle sue gambe e pare inconsolabile) e non so cosa darei perché loro stesse potessero tornare, invisibili, un quarto d’ora dopo, per constatare come il loro piccino si sia, il più delle volte, già distratto da quella tragedia (magari con l’aiuto di un po’ di coccole)! Poi ogni cucciolo reagisce a modo suo… e c’è chi ha bisogno di molto più tempo per ambientarsi, per accettare la convivenza con altri bambini e assimilare le regole che scandiscono la routine. Spesso i bambini che vengono dal nido sono più “scafati”, capaci persino di consolare i coetanei che vivono la prima esperienza di distacco. Sono settimane preziosissime per imparare a conoscere i nuovi arrivati… ed è anche, per quanto mi riguarda, un periodo molto affascinante, in cui si scoprono le “strategie” personali elaborate dal bambino per adattarsi alla nuova situazione, come crearsi dei punti di riferimento (che sia un compagno o un gioco preferito), inaugurare nuove abitudini (c’è chi, appena arrivato, si mette a disegnare per rilassarsi e, magari, per alcuni minuti non sente il bisogno di parlare con alcuno), o cercare l’appoggio della maestra prima di gettarsi nella “mischia”. Dopo un mese, o due, o tre, si possono misurare i loro progressi: è veramente un momento bellissimo, in cui gli sforzi di tutti sono stati ripagati.

Lanterna

Pur avendo solo 2 figli, ho al mio attivo 3 inserimenti nella scuola dell’infanzia (pubblica, ça va sans dire): 1 per Amelia e 2 per Ettore (uno nella scuola del comune vicino, dove l’avevano accettato come anticipatario, e uno nella scuola del mio comune, dove quest’anno ha cominciato come “regolare”).

Per ogni inserimento, ho almeno un dubbio, di solito corroborato dagli inserimenti successivi.

Nella prima scuola, pochi giorni prima dell’inizio siamo stati avvertiti del fatto che gli inserimenti sarebbero stati fatti a scaglioni. Mia figlia è stata una delle ultime, e ha cominciato a frequentare a tempo pieno a partire dal 6 ottobre (mentre l’anno scolastico era cominciato intorno al 10-15 settembre)

Nella seconda scuola, sempre pochi giorni prima dell’inizio siamo stati avvisati che l’inserimento (di massa, stavolta) sarebbe cominciato 3 giorni prima dell’inizio ufficiale dell’anno scolastico. Peccato che mi fossi impegnata con la baby sitter anche per quei 3 giorni, non potevo darle buca all’ultimo e l’ho pagata ugualmente.

Dubbio: perché la scuola non riesce a programmare gli inserimenti e comunicarli con un certo anticipo (per esempio alla pubblicazione delle graduatorie di accesso)? Perché i genitori devono scoprire queste cose 3-4 giorni prima dell’inizio ufficiale dell’anno scolastico?

Nora

Penso che la discutibile gestione dei tempi d’inserimento, a partire dalla comunicazione alle famiglie, possa essere derivata anche dalle solite diatribe burocratiche che portano le insegnanti a scoprire loro stesse, all’ultimo momento, chi avrà quale incarico, dove, per quanto e con quali colleghe…

Lanterna

Dubbio: ma quindi non esiste una normativa comune a tutti, almeno per quanto riguarda lo stesso comprensorio? Non ci sono linee guida riguardo l’inserimento, dettate dalla direzione scolastica? Ogni singolo gruppo di insegnanti di volta in volta si “inventa” una nuova procedura?

Nora

Nel caso dell’inserimento a scaglioni, in questo caso il criterio deciso è stato quello del sorteggio: in questo modo si pensa di non scontentare nessuno e di evitare delle polemiche (cosa impossibile).  Qualcuno osserva che inserire per primi i bambini che vengono dal nido potrebbe essere positivo: i bambini sono già inseriti in un contesto comunitario, quindi più “facili”, e inoltre si eviterebbe di spezzare la loro consuetudine di essere affidati alle cure delle educatrici. D’altro canto, i bambini che si trovano di fronte alla prima esperienza sociale, potrebbero aver bisogno di più tempo per ambientarsi e per realizzare un inserimento graduale. I genitori dei piccoli che sono sempre stati affidati a un nido, molto probabilmente hanno estremo bisogno di qualcuno che custodisca i loro figli (magari perché entrambi lavorano a tempo pieno), ma dalla parte opposta ci sono famiglie con esigenze diverse, ma ugualmente pressanti. Da qui la scelta di ricorrere ad un criterio “neutro” come il sorteggio… La politica è quasi sempre quella di accontentare un pochino tutti per non scontentare del tutto nessuno, col risultato che… tutti sono piuttosto scontenti!!!!

Lanterna

Dubbio: perché si sottovaluta così apertamente la differenza tra bambini che vengono dal nido e bambini cresciuti esclusivamente in famiglia? Oltre alla maggiore facilità di adattamento, non si considera che una famiglia che si è servita del nido ha più urgenza rispetto a chi ha deciso di non farlo?

Nora

In realtà, pedagogicamente parlando, anche per un bambino che proviene dal nido il nuovo inserimento può presentare qualche difficoltà: è pur sempre un ambiente nuovo, con nuove insegnanti e una diversa routine. Poi ciascun bimbo è a sé.

Non mi sento di criticare la pratica d’inserire tuo figlio insieme agli altri; non perché il tuo parere non conti- anzi! -, ma perché le maestre sono portate ad avere uno sguardo d’insieme, attraverso il quale non si vuole “penalizzare” un singolo bambino, ma, anzi, cercare una formula che dia il maggior beneficio al maggior numero di bimbi. Proprio perché tuo figlio è più autonomo, socievole ed “abituato” a vivere una certa esperienza, affiancarlo ad altri coetanei che si trovano a vivere magari la prima esperienza veramente “sociale” della loro vita può rivelarsi estremamente positivo. Mi viene da pensare, cioè, che la sua presenza sia positiva per gli altri e che lui stesso possa in questo modo sviluppare autostima e fiducia.

Personalmente sono a favore del’inserimento comune, a meno che specifiche esigenze famigliari non facciano propendere per una gestione differente: un po’ di flessibilità non guasta mai…

Lanterna

Il mio secondo figlio ha vissuto due inserimenti alla scuola dell’infanzia. La prima volta è stato inserito come anticipatario. Ha cominciato la scuola a gennaio, per motivi di regolamento. Ovviamente era l’unico e quindi le sue insegnanti hanno potuto dedicarsi completamente a lui, chiamandomi e parlando con me di tempi e modi.

Il primo giorno dell’inserimento, lo porto nella sala comune e subito la maestra mi ingiunge di andarmene alla chetichella anziché salutarlo lealmente (notare che Ettore non aveva manifestato alcun segno di disagio). Io ho dovuto obbedire, e mio figlio mi ha rinfacciato per mesi la mia slealtà.

A parte questo spiacevole episodio, l’inserimento di Ettore ha avuto tempi da record: le insegnanti stesse si stupivano di come si adattasse ai ritmi della nuova scuola senza batter ciglio. Io invece non me ne stupivo, perché conosco bene mio figlio

Dubbio: perché gli insegnanti spesso a priori non si fidano del giudizio dei genitori, soprattutto quando i genitori in questione non si sono mostrati ansiosi o preoccupati riguardo l’inserimento?

Nora

Talvolta non ci si comprende semplicemente perché… non si dialoga! Oppure non si spiega chiaramente come stanno le cose. La maestre – almeno quelle serie – operano sulla base di un progettualità educativa e didattica che motiva le loro scelte… solo che, il più delle volte, ciò rimane completamente sconosciuto ai genitori. Pensare che una buona collaborazione fra famiglia e insegnanti è fondamentale per il bambino, anche perché entrambi i poli hanno in comune lo stesso interesse: la crescita serena dei bimbi… Solo che essa viene perseguita con due “stili” diversi: quello della famiglia è, ovviamente, centrato sul proprio figlio; le insegnanti, invece, hanno il dovere di considerare sempre ciascun bambino in relazione con gli altri (anche perché lo sviluppo della sua personalità passa attraverso la socializzazione).

Al termine di questo intenso confronto ho chiesto a Nora come avesse scelto di insegnare proprio in questo ciclo di studi.

Mi ha risposto “ciò che mi affascina maggiormente è proprio il mondo dell’infanzia e, in particolare, quell’età meravigliosa (3-6), così ricca e decisiva per quelli che saranno gli anni futuri. Per come la vedo io, un’insegnante lavora per la famiglia nel suo complesso e, di riflesso, per la società… chiunque lavori nell’ambito dell’educazione non può non pensare alla società in cui siamo inseriti, allo sviluppo delle giovani generazioni.”

E improvvisamente, in maniera quasi circolare (come piace a Lanterna), ho scoperto che  – nonostante da principio quello affrontato mi sembrasse un tema un po’ parziale rispetto al mare magnum di spunti di riflessione offerti da questa scuola – sia nelle parole di Nora sia in quelle di Lanterna era presente, anche se sullo sfondo, tutto il mondo attorno. Ma a volte per iniziare a sciogliere i nodi occorre aver fiducia di parlare serenamente solo di una cosa: una volta poste le basi del reciproco interesse al dialogo è facile affrontare ogni argomento!

Grazie.

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14 COMMENTI

  1. L’inserimento di TopaGigia nella materna dove sta ora (per varie vicissitudini sta un anno avanti) si è svolto così: il primo giorno siamo entrate insieme, lei si è fiondata nel gruppo da una parte della classe e io seduta su una seggiolina nell’angolo opposto per due ore. A guardare e non farmi vedere. Secondo giorno io sempre allo stesso posto, ma stavolta lei non si è neanche accorta che c’ero. Al terzo giorno mi hanno mandato a casa e mi hanno detto di riprenderla a fine orario. Ok, anche troppo liscia, ma quello che voglio dire è che io ero lì in teoria per farla stare tranquilla, ma non era proprio considerato che intervenissi nelle attività della classe. Non me lo avrebbero permesso, mi avrebbero coinvolta solo se lei avesse avuto bisogno di me.

  2. @ marimom
    sono d’accordo anche io, passi per una richiesta di rimprovero una volta ma alcune volte suona strano anche a me e il mutismo non è un segnale da sottovalutare. cioè mi viene spontaneo fare il confronto con mia figlia che la sera e nei we mi chiede notizie delle due educatrici! posso capire che con 30 bambini : 1 educatore il rapporto non sarà mai facile ma l’impressione è che tuo figlio in questa scuola non si senta accolto, e non è proprio il massimo a quell’età.

  3. @marimom, se vedi tuo figlio demotivato, arrabbiato etc… secondo me significa che c-e- qualcosa che non va. Gia- il fatto che le insegnanti non abbiano accolto i nuovi piccoli, che ti abbiano chiesto di sgridarlo davanti a tutti da- un po- da pensare. Secondo me in queste cose le mamme hanno il sesto senso a fiutare se c-e- qualcosa che non va, e penso che quel sesto senso vada ascoltato e seguito.
    Che per qualche giorno piangano per andare all-asilo e- normale ma che la cosa duri tanti mesi e- un po- strano. Mia figlia va al nido e la sera quando vado a prenderla faccio fatica a portarla via, tante volte torna dentro a giocare e non ne vuole sapere di uscire. Capita che qualche mattina pianga per andarci, ma sono fenomeni isolati (e dopotutto neanche noi non siamo tutti i giorni di buon umore).
    Se ne hai la possibilita- prova a cambiare. La materna (o il nido) sono il primo vero ingresso nella societa- dei nostri bimbi, ed e- un peccato che ne ricevano una brutta impressione o si sentano a disagio.

  4. Oggi che siamo al 5 giugno mi rendo conto che il nostro “inserimento” non è ancora finito. O forse dovrei parlare di “non-inserimento”.
    Frequentiamo una piccola scuola di un piccolo paese: un’unica sezione con 20 bambini. I quattro inserimenti di quest’anno sono partiti tutti lo stesso giorno… siamo entrati in classe e l’insegnante non ha accolto i piccoli, non li ha guidati nella scoperta del nuovo ambiente, non si è quasi nemmeno presentata. Ha subito preteso collaborazione e comportamenti analoghi a quelli dei bambini più grandi. (Premetto che non ci sono stati nemmeno colloqui conoscitivi pre-inserimento, eccezzion fatta per una riunione collettiva in cui ci è stato consegnato un foglio con l’elenco delle cose da portare).
    Mio figlio fin dall’inizio ha mostrato di non essere minimamente interessato alle attività della classe, d’altro canto (e posso dirlo perché per quasi un mese ho trascorso le mie mattine dentro la classe su richiesta dell’insegnante, che non mi lasciava uscire) da parte dell’insegnante non ho visto grandi sforzi per coinvolgerlo, interessarlo, renderlo partecipe. Semplicemente, se non partecipava veniva lasciato in disparte e lui si metteva a giocare da solo.
    Alcune volte l’insegnante mi ha chiesto di rimproverarlo in classe davanti a tutti perché non voleva partecipare alle attività.
    Dopo oltre venti giorni di agonia dentro quella classe ho spiegato all’insegnante che avevo bisogno di cominciare ad allontanarmi per poter riprendere il lavoro. Ma ho passato ancora diversi giorni fuori dalla porta perché in caso di emergenza mi avrebbero fatta rientrare… Alla fine mi sono imposta e ho deciso di dare una svolta alla cosa lasciandolo anch se piangeva come un disperato. La cosa ha funzionato perché, proprio come spiegava Nora all’inizio, dopo qualche minuto il bambino si calmava.
    Un piccolo successo quindi, ma per tutto l’anno scolastico, con alti e bassi, ogni mattina la crisi dell’andare a scuola si è ripetuta inesorabile. Non ho mai ceduto alle sue richieste di stare a casa e l’ho sempre mandato ugualmente, eppure, ancora stamattina ho dovuto affrontare una crisi isterica e l’ho lasciato all’insegnante ulrante e in lacrime. Se è vero che dopo pochi minuti è passata, l’ansia e la preoccupazione restano.
    Anche perché lui della scuola non vuole parlare. A ogni mia domanda in merito cambia abilmente discorso oppure si ammutolisce e diventa serio. Le insegnanti mi dicono che durante la permanenza in classe è alegro e socializza con tutti, ma vederlo sempre così triste, arrabbiato, demotivato nei confronti della scuola mi fa pensare che ci sia qualcosa che non va. Mi domando se sono io a sbagliare o se invece varrebbe la pena provare a cambiare scuola e a vedere se altri insegnanti o altri metodi educativi riescono a stimolarlo maggiormente e ad appassionarlo di più alla scuola. Dopo tutto dovrà andarci per molti anni a venire e vorrei tanto che non fosse una tortura infinita, per me, ma soprattutto per lui. Scusate per questo commento così lungo, spero tanto che mi darete il vostro parere…

  5. Noi cominciamo questo settembre, pure noi dopo due onorevoli anni di nido. Per molte ragioni sono sempre stata superconvinta della scelta del nido e forse anche per questo la Stellina non ha avuto nessun problema di inserimento. Spero che ci vada altrettanto liscia con la materna.

    (@ Lanterna: mi hai messo una bella pulce nell’orecchio, ho realizzato di non aver ancora provato a fare il conto di quanto ho versato finora al nido perché farei una sincope 😀 Certo è che pur essendo un micronido privato ho trovato due educatrici che lavorano con grandissima serietà e direi perfino con amore, per cui nell’insieme sono stati soldi spesi bene, e per me è una delle cose più importanti)

  6. “Il diritto alla scuola pubblica è un diritto dei bambini, prima che dei genitori”… Barbara, hai ragione da vendere!

    @Mammame: infatti il nocciolo della questione sta proprio nella fiducia reciproca, la quale, talvolta, manca a priori (per partito preso).

    Grazie a tutte quelle che sono intervenute!

  7. Mi spiace che questo post sia così poco commentato…
    La mia esperienza finora è nulla, mio figlio inizierà il prossimo settembre.
    Durante l’open day le insegnanti sono state abbastanza vaghe sull’inserimento, ora siamo in attesa di sapere quale plesso verrà frequentato da mio figlio.

  8. Al di là dei problemi oggettivi di organizzazione, secondo me Nora ha ragionissima quando dice che spesso noi genitori siamo troppo concentrati sulle nostre convinzioni a porposito del nostro singolo bambino e perdiamo un pò di vista la dimensione d’insieme. I miei figli hanno seguito entrambi una modalità d’inserimento abbastanza contenuta nel tempo a piccoli gruppi scaglionati e omogenei di età, salvo specifiche esigenze che sono state via via concordate (il bambino che aveva ancora qualche difficoltà con la pipì ecc.). A dispetto dell’apparenza breve e serena dell’inserimento e nonostante anche la mia bimba avesse frequentato il nido per due anni e senza problemi, ho poi saputo che in realtà ha messo a dura prova le maestre e ha avuto necessità di tempi più lunghi per prendere fiducia nella nuova situazione. Voglio dire che anche se l’inserimento tecnicamente si esaurisce nelle prime due-tre settimane di frequenza, in realtà la questione dell’adattamento al nuovo ambiente, alle nuove figure di riferimento e ai compagni – in definitiva alla creazione di un nuovo gruppo – è una questione che soprattutto in aula le maestre costruiscono e consolidano praticamente per tutto il primo anno e dunque credo sia necessario fidarsi un pò di più delle loro indicazioni, piuttosto che cercare di far passare le nostre convizioni di genitori sul nostro bambino, a tutti i costi.

  9. @Lanterna, sono d’accordissimo che una migliore organizzazione migliora le cose per tutti, ma la mia amica è in aspettativa, non in cerca di lavoro. Io stessa, il primo anno che ho messo TopaGigia in graduatoria al nido comunale, mi sono trovata nella seguente situazione: perso il lavoro in gravidanza (contratto scaduto al quarto mese e figurati), quindi risultavo non lavoratrice ma con reddito alto perchè dell’anno precedente, in cui avevo lavorato. Quindi senza lavoro e senza possibilità di entrare al nido per poterne cercare un altro. Oppure un lavoretto che mi avrebbe pagato quanto la retta del nido, perchè se prendi un nuovo lavoro con un figlio appena nato quanto vuoi che ti paghino?
    Tutto questo solo per parlare delle possibilità dei genitori, mentre il nido e la scuola dell’infanzia sarebbero servizi per i bambini. Non è un baby sitting, è una scuola, che offre attività di interazione con coetanei e possibilità di imparare cose che a casa non si può.
    E allora perchè non deve essere per tutti?
    Lo so che ci sono 945037521075 difficoltà, quello che sto dicendo è che quando mi trovo a discuterne, come ora, invece di chiedersi chi ha più diritto e chi meno io dico sempre che ci vorrebbe per tutti e basta. Perchè non si può mai sapere come sta messo il genitore dell’altro bambino e perchè come dice Nora la scuola, di qualunque ordine e grado, deve necessariamente pensare prima alla comunità che alle esigenze del singolo (oddo forse lei non ha detto proprio questo ma spero ci siamo capiti)

  10. Beh, Barbara, il caso della tua amica è un caso particolare. Dalle mie parti, in genere, se una famiglia non si serve del nido è perché ha altre risorse: generalmente i nonni.
    Io non so come fosse messa la tua amica, ma dubito che avrebbe trovato lavoro il giorno dopo aver finito l’inserimento delle gemelle a scuola. Invece per una famiglia che paga un nido aspettare significa pagare di più, perché nel frattempo devi andare a lavorare per conservare il tuo posto e il bambino non te lo tiene nessuno se non il nido.
    Il che sarebbe anche fattibile, se venisse annunciato e programmato qualche tempo prima. Invece nella maggior parte delle scuole pubbliche tu vai alla riunione iniziale ai primi di settembre e, se applicano il metodo dello scaglionamento, scopri solo lì che tuo figlio verrà inserito 20 giorni dopo l’inizio della scuola.

  11. @Grazie, bellissimo. Speriamo di dover inserire TopaGigia a settembre nella scuola pubblica, e nel caso farò tesoro di queste riflessioni, anche se (sempre scaramanticamente nel caso) saremo al terzo inserimento e ormai ci abbiamo preso la mano.
    Solo un’osservazione, @Lanterna. Quando dici “perché si sottovaluta così apertamente la differenza tra bambini che vengono dal nido e bambini cresciuti esclusivamente in famiglia? Oltre alla maggiore facilità di adattamento, non si considera che una famiglia che si è servita del nido ha più urgenza rispetto a chi ha deciso di non farlo?” mi permetto di dissentire. Ci sono tante situazioni, ho un’amica con due gemelle per le quali il nido sarebbe costato più del suo stipendio. Si è messa in aspettativa fino ai tre anni ma ora deve tornare al lavoro, e aggiungo VUOLE tornare al lavoro. A volte non mandare i figli al nido comporta un’enorme sacrificio, sia economico che personale.
    Insomma come al solito le situazioni sono infinite, e nessun metro di giudizio sulle “precedenze” secondo me è valido: nè il reddito, che tanti ci imbrogliano sopra; nè le situazioni familiari, che tanti ci imbrogliano lo stesso e poi perchè un bambino figlio di genitori regolarmente sposati debba avere meno diritti non si capisce eccetera. Non se ne esce, ci vogliono posti per tutti punto e basta, anche perchè il diritto alla scuola pubblica è un diritto dei bambini, prima che dei genitori.

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