Devozione materna e scelte professionali

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Una nuova riflessione di Lorenza sulla conciliazione lavoro e famiglia. Questa volta si parla di conciliazione tra lavoro delle donne e la loro serenità. Anni fa ho sentito molto questo tema della distrazione e disaffezione e forse a momenti ancora me lo sento addosso. Leggendo il post di Lorenza, mi è venuto in mente questo post della dottoressa Elena Sardo.

motherhood INC Prefazione

E ok, iniziamo con un bell’outing. Ero convinta di aver chiuso con il tema famiglia-lavoro, a malincuore e malgrado tutto. E invece, contemporaneamente, sono arrivate Francesca e Aurora. Francesca è Silvietta  (chiaro, no?) che mi ha proposto di scrivere per GC. Aurora è Aurora Mastroleo, psicoterapeuta e Vice-Presidente dell’ Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus, con la quale spesso ci siamo trovate a ragionare di maternità e lavoro. Aurora, con la collega Laura Arcaro, ha appena scritto e pubblicato un libro, Il pianto della mamma. Comprendere e superare i momenti di crisi della maternità (Red Edizioni), nel quale trovate anche alcune imprescindibili pagine sul tema famiglia-lavoro redatte dalla sottoscritta.

E quindi

E quindi mi piaceva l’idea di condividere con voi alcune riflessioni fatte con Aurora su famiglia e lavoro off the book. L’ho fatto prendendo spunto da una frase, contenuta ne Il Pianto della mamma, che mi ha letteralmente fulminato.

C’è una frase che mi ha colpito molto nel libro, e che va diritta a uno dei temi centrali della conciliazione famiglia-lavoro vista dal lato delle madri: il riconoscimento de “l’impossibilità della perfezione materna e l’utilità della devozione materna”. Mi declini il significato di devozione materna? Come si conciliano devozione materna e scelte professionali?

La “devozione materna” è un’espressione che impiegò D. W. Winnicott per riferirsi a quella specifica qualità dello stile di pensiero e affettivo che sovente attraversa le donne nel divenire madri. In uno dei suoi più importanti scritti, Winnicott definisce la devozione materna “quell’amore che implica una capacità di identificarsi con il bambino”, cioè di essere e funzionare come il proprio bambino, che permette alla madre di intuire in maniera solerte i bisogni del piccolo e porvi rimedio. Quindi la devozione materna implica l’accettazione della responsabilità che la madre del neonato ha nei confronti della sua sopravvivenza stessa. “Noi diciamo che la madre ha una devozione temporanea ma totale per il suo bambino. Ed essa ama questa sua cura finché in lei il bisogno di prestarla decresce”. (La famiglia e lo sviluppo dell’individuo,1965, trad.it  Armando Editore, Roma 1985; pag. 195). Quindi la devozione materna implica una specifica qualità dell’investimento mentale e fisico che la donna opera nei confronti del proprio bambino, tale da permettere alla donna di mettere al centro della propria vita il neonato e tutto ciò che lo riguarda per tutto il tempo necessario a entrambi di trovare il giusto dialogo e stabilizzare la relazione, cioè di conoscersi. Questo funzionamento della donna non è un banale stato apprensivo, ma una vera e propria “preoccupazione” essenziale ai fini della relazione tra madre e bambino perché permette al neonato di costituire la base della propria personalità. Dunque la preoccupazione materna è fisiologica e necessaria, ma è destinata a tramontare. Quando? Non c’è un tempo cronologico prefissato. Tramonta proprio quando la donna avrà sperimentato e acquisito quella giusta dose di fiducia nelle propria capacità di comprendere e proteggere il proprio bambino, e quando il bambino avrà acquisito una iniziale consapevolezza riguardo la propria esistenza.

La devozione materna non implica necessariamente un’inattività della donna negli altri campi della vita, semplicemente la “madre devota” mette il bambino al centro dei propri pensieri e fintanto che non si sente lei sufficientemente in grado di “essere” la madre del proprio bambino, difficilmente potrà investite energie e concentrazione in altro. Dato il periodo mi viene in mente questo parallelismo: chiudono le scuole e molti genitori, molte madri soprattutto, si sentono costrette a ricorrere a Campus o corsi ricreativi di varia natura per occupare le giornate dei propri figli in attesa delle vacanze di famiglia. La madre devota se non è sicura che il figlio sia sereno e sia adeguatamente seguito, accolto e protetto è “preoccupata”e questa preoccupazione, se non trova le giuste rassicurazioni, sospende e distrae e può portare anche a un violento disinvestimento dall’area del proprio lavoro. Dunque come arrivare a una conciliazione che permette una serena e responsabile maternità e un equilibrato investimento professionale? La chiave di quella che spesso rischia di essere una gabbia per il destino lavorativo di molte donne credo vada ricercata nell’intimo della “preoccupazione materna”. Se una madre si trova costretta dal proprio lavoro a operare scelte per i propri figli che dentro di sé non la convincono del tutto e non sente come armoniche per loro, allora facilmente il suo investimento lavorativo presto o tardi potrà risentirne.

Laddove invece una donna è nelle condizioni anche lavorative di trovare le rassicurazioni che le permettano di essere pienamente convinta dell’adeguatezza delle scelte fatte per il proprio bambino, cioè adeguate alla persona che lui è e più consone alla madre che lei desidera essere indipendentemente dal lavoro che fa e da ideali educativi e criteri precostituiti e uniformanti, allora l’investimento lavorativo non solo può non risentirne, ma anche giovarne! Quando una donna-madre si sente confermata come madre e in pace con le sue scelte nel’accudimento ed educazione dei propri figli, allora questo è un motore in più, un serbatoio di energia che può anche permettere di trovare quella giusta dose di coraggio per scelte professionali audaci.

– scritto da Lorenza di Milano e Lorenza

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4 COMMENTI

  1. @Mamma Cattiva: grazie a te per questo commento, che in effetti mette in luce una questione seria e delicata – il riconoscimento e auto-riconoscimento della propria devozione materna… Hai ragione, ci sarà sempre qualcuno per il quale non sei una madre sufficientemente devota – e ci sarà sempre qualcuno (sempre meno degli altri eh, mannaggia 🙂 che ti diranno che sei ok… Ma alla fine credo che la certezza che troviamo in noi stesse possa venire solo dalla relazione con i nostri bimbi – da quell’intreccio spesso misterioso anche a noi tra noi e loro – e questa, alla fine, è l’unica cosa che conta e che rimane, è il pilastro della nostra devozione (che bella questa parola, non mi ci ero mai soffermata!)

  2. @zauberei: sì, assolutamente. Il che mi fa pensare che i congedi per maternità, e in genere la “quantità” di tempo che è concessa alle madri per la cura del neonato, e le opzioni di cura per la prima infanzia dovrebbe essere realmente molto più flessibili di quello che sono e lasciare reale possibilità di scelta alle mamme. Ci sono mamme che sono (sinceramente, appassionatamente) in grado di tornare molto presto al lavoro, e mamme invece che per svariati motivi sentono di averne bisogno molto di più – dipende anche molto dal tipo di lavoro e dall’organizzazione del lavoro. Questo sarebbe davvero un altro capitolo da ripensare nel nostro sistema di welfare!!

  3. E di qui l’importanza della capacità di delega perché il più delle volte l’onnipotenza materna non permette di accettare la possibilità di delega ad altre persone dell’accudimento dei propri figli. Addirittura certe volte ci si condanna reciprocamente come quando altri genitori ti criticano perché ricorri a una tata o a un campus estivo per permetterti di lavorare o anche sola prenderti un po’ di tempo per te.

    Non da ultimo c’è anche l’importanza di trovare da sole la conferma come madre capace. Avremo sempre intorno qualcuno che metterà in discussione le nostre capacità (nostra suocera o addirittura nostra madre, la mamma della porta accanto che “megliodileinessuno”, il padre dei tuoi figli in una situazione di separazione)e quindi è in noi stesse e da sole che dobbiamo trovare la fiducia nelle nostre competenze. Forti di questo saremo allora in grado di fare scelte solide per i nostri figli. Questa è la mia lotta quotidiana.

    Grazie Lorenza per questo interessante contributo.

  4. Un aneddoto personale. Pol’esse utile!
    Sono incinta all’ottavo mese, e seguo dei pazienti in psicoterapia. Partorirò a luglio e ho deciso di riprenderli a settembre. Ieri sono andata in supervisione – si ha spesso un rapporto molto intimo con i propri supervisori, proprio per la peculiarità del lavoro. La supervisora mia, era completamente d’accordo su una scelta di interruzione così ristretta, in parte perchè sospendo le altre cose, e quindi tornerei a lavoro ridotto, in parte per proteggere il lavoro stesso, ma molto acutamente osservava: che je fai pagare a quella povera bambina che non ha colpa se non proteggi la tua passione?

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