Delle insidie meno ovvie dei video fake

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Devi sempre guardare con entrambi gli occhi, e ascoltare con entrambe le orecchie. Questo mondo è immenso, e ci sono tante tante cose che ti possono sfuggire se non sei attento. Ci sono cose rimarchevoli dappertutto, proprio davanti a noi, ma i nostri occhi hanno come nuvole che coprono il sole, e le nostre vite sembreranno più pallide e più povere se non le guardiamo per quello che sono realmente. Se nessuno parla delle cose rimarchevoli, come facciamo a chiamarle rimarchevoli?” (Jon McGregor, “If nobody speaks of remarkable things”) (*)

Avrete sicuramente visto circolare un video, in occasione della visita del Presidente Mattarella negli Stati Uniti, che si fermava più volte a cogliere l’espressione dell’interprete Italiana, ripresa durante certi passaggi di Donald Trump durante la conferenza stampa. L’espressione di Elisabetta Savigni Ullmann, l’interprete appunto, in primo piano, con la voce di Trump che in sottofondo esternava tutta una serie di pensieri quanto meno dubbi, inclusa l’osservazione che Italia e USA sono in una relazione di grande amicizia “fin dai tempi dell’Impero Romano”, è diventata virale, rimbalzando di bacheca in bacheca e suscitando ilarità, o sconcerto, o rabbia a volte, a seconda dei casi. In molti anche in ambito internazionale hanno rimarcato la questione, fra serio e faceto, ma anche in riferimento alla professione, dell’interprete, e di quanto il fatto che l’interprete di una conferenza stampa o di un evento importante compaia a favore di camera, possa essere visto come problematico per la professione appunto: certi lavori dovrebbero restare dietro le quinte, hanno detto alcuni, perché l’invisibilità protegge da manipolazioni, e da usi strumentali.

In questo saltabeccarsi di commenti, si è magari persa la dichiarazione ufficiale della AIIC, l’Associazione Internazionale Interpreti di Conferenze, venuta da parte del segretario della sezione USA. Dichiarazione che ho trovato molto interessante e importante per due motivi principali, e uno secondario, che vorrei sottoporvi.

Innanzitutto, il segretario USA della AIIC dichiara che il video è un fake. E’ un falso e almeno i giornalisti più seri, che hanno cavalcato la notizia, avrebbero potuto immediatamente rendersene conto, una volta consultati i trascritti integrali della conversazione. Le immagini sono, sì, prese dalla conferenza stampa, ma sono accuratamente montate sull’audio di Donald Trump, non sono necessariamente avvenute in sincrono con tale audio. In particolare, il commento infelice sull’Impero Romano era avvenuto ore dopo, non nello Studio Ovale, non in quella conversazione, quindi nessuna espressione di Savigni Ullmann poteva essere attribuibile a quel commento. Il video è un montaggio di vari momenti, tutto incentrato sulle espressioni dell’interprete che però non sono necessariamente relative al momento in cui certe frasi venivano pronunciate.

Il secondo punto, probabilmente ancora più importante, del segretario USA della AIIC è che Elisabetta Savigni Ullmann è una professionista di lunga data. E’ parte dell’associazione dal 1995, è incaricata per la Casa Bianca da vent’anni. Ha ascoltato, e interpretato, di tutto. Di. Tutto. E, cosa che avrebbe potuto fare un giornalismo serio e diligente, sarebbe bastato dare un’occhiata a filmati di questi vent’anni per rendersi conto che quello che stiamo vedendo in quel montaggio è la sua naturale espressione concentrata, e ci vuole molta concentrazione per il lavoro di interpretariato a questi altissimi livelli. Nei vent’anni passati, dice il segretario, Savigni Ullmann ha dimostrato più e più volte la sua professionalità nell’interpretare conversazioni rimanendo verbalmente e visualmente neutra. Non è pensabile che un’interprete professionista improvvisamente si trasformi in amatoriale solo perché certi passaggi da tradurre sono spinosi, perché di passaggi spinosi Elisabetta ne ha dovuto tradurre tanti e tanti. Il segretario conclude dicendo che in questo clima complicato di animi accesi, gli interpreti vorrebbero continuare a fare il loro lavoro senza essere strumentalizzati per scopi politici, quali sono evidentemente quelli del video montato.

Mi ha colpita molto questa dichiarazione, non solo per avermi dimostrato ancora una volta che i “video internet” vanno presi con tutte le pinze che abbiamo a disposizione, ma perché le parole del segretario della AIIC, “la sua naturale espressione concentrata” le ho sentite due volte nella stessa giornata. La seconda volta è successo riguardo una notizia relativa ad un’altra intervista, stavolta sulla BBC. Uno dei giornalisti politici più quotati e seri della televisione britannica, Andrew Marr, stava intervistando, sull’ormai onnipresente Brexit, la Ministra degli Interni Priti Patel. Marr, nel suo solito stile incisivo, stava leggendo un comunicato inviato al governo, mentre Patel ascoltava attenta. Ad un certo punto, Marr alza lo sguardo, nota l’espressione della sua ospite e immediatamente dice “non capisco perché sta ridendo”. Una serie di reclami dopo la trasmissione hanno fatto sì che la BBC divulgasse un comunicato ufficiale di scuse, ribadendo che gli ospiti di Andrew Marr hanno diritto ad essere sottoposti ad uno stile di intervista robusto, e un commento del genere dopo un rapido sguardo non è accettabile, dato che quello che Marr aveva scambiato per risata non era che la “naturale espressione” di Priti Patel, come dimostrato da altri filmati.

Abbiamo quindi due casi di due persone, di due donne, delle quali non si è stati in grado di leggere la “naturale espressione” del viso. Il che mi porta alla mia terza considerazione, e cioè: perché? Una risposta facile facile è: perché non siamo abituati a vederle. Quando ci diciamo tante volte che manca una rappresentazione bilanciata in tutte le dimensioni della società, rispetto a genere, ma anche etnia, vogliamo dimostrare proprio questo tipo di problematiche. Se i media, i film, la TV, ci mostrano donne sempre come icone di qualcosa, di bellezza, di dolore, di romanticismo, di mistero, se continuiamo a pretendere che le donne “sorridano” nelle foto, parlino con una certa intonazione altrimenti sono “isteriche” o si mostrino in un certo modo altrimenti sono “fragili”, o in un altro modo altrimenti sono “aggressive”, o “impacciate”, vuol dire che non abbiamo acquisito quella sofisticazione nello sguardo per accorgerci di tutte le nuances che sono in mezzo, quelle che non sono parte di un’icona, di un personaggio dello schermo, ma che sono vere, reali e quotidiane. La naturale espressione concentrata, per esempio. Naturale, non quella “carina e corrucciata da personaggio di un film”. Guardiamole di più queste donne professioniste. Guardiamoci di più. Con tutti e due gli occhi.

(*) Post Scriptum. La citazione all’inizio è una mia traduzione tratta dal libro menzionato, un bellissimo, sussurrato e minimalista resoconto di vite ordinarie in un ordinario quartiere inglese, nel periodo dopo la morte di Lady Diana. Il libro è anche tradotto in italiano, e il traduttore ha voluto usare “meravigliose” per rendere il “remarkable” usato dall’autore. Oltre al messaggio, che trovo perfetto da far da cornice a questo post, l’episodio di questa scelta, per me infelice, del termine rende la citazione doppiamente adatta: io aspiro ad un’esistenza in cui le cose che ho intorno diventino per me degne di nota, rimarchevoli, significative. Non necessariamente meravigliose però. Non sottoscrivo il pensiero a tutti costi positivo che vuol farci abbellire e zuccherare tutto quello che abbiamo davanti. Non voglio a tutti i costi “feel good”. Voglio “feel”, invece. 

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