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Dalla parte delle bambine

Scritto il 19 Oct 2010 da Serena 67 Comments


Qualche tempo fa ci ha contattate Mamma Cattiva chiedendoci se avevamo mai parlato di un libro che lei ama molto. Io quel libro l’ho letto la prima volta a 15 anni, e mi ha accompagnato durante la mia crescita personale come donna.
Quel libro l’ho amato molto anche io.

Dalla parte delle bambine, di Elena Gianini Benotti è uno di quei libri che ha fatto molto discutere, e che nonostante sia stato scritto circa 30 anni fa, continua ad essere molto attuale, tanto da ispirare Loredana Lipperini a scriverne una versione moderna per le bambine di oggi: Ancora dalla parte delle bambine. Abbiamo quindi chiesto a Mamma Cattiva se aveva voglia di scrivere quel post per noi, lei non ha scritto una recensione, ma una ricca condivisione di idee e pensieri sull’impostazione dei rapporti e delle conversazioni.

Io sono una bambina cattiva.

Che io sia bizzosa e fuori controllo è noto a chi mi conosce bene, nel senso che sembro buona e cara ma quando, nel privato, mi ritrovo immersa in conversazioni che non condivido, parto per la tangenziale (sto scherzando, lo so come si dice…) e inizio a girare vorticosamente, nelle mie personali rotonde.

Uno dei temi che da sempre, da quando sono nella pancia di mia madre e decido di uscire, nel lontano 1968, di piedi e senza cesareo, mi fa uscire di senno è che esistano caratteristiche, indoli, preferenze intrinseche al sesso di un bambino, che esista una natura femminile e una natura maschile.

Mi spiego. Io non credo che i maschi e le femmine siano uguali. Sono cattiva mica scema.

Io non credo che i maschi e le femmine siano uguali. Sono cattiva mica scema.
Penso molto banalmente che tutte le differenze tra maschi e femmine si riconducano semplicemente e banalmente al fatto (ed è un fatto) che gli uomini hanno un apparato sessuale e le donne ne hanno un altro che, per di più, la natura ha destinato a riprodurre gli individui. A parte questo io parlo sempre di persone e di individui unici e che siano maschi e femmine a me importa molto poco. Sono molto più attenta e in ascolto dei contesti storici, sociali e culturali.

Per me questo è un approccio alla vita, è una scelta di conversazioni, è un modello che applico nella mia famiglia fatta della sottoscritta, di un doc e di due bambini, un maschio e una femmina. Oltre questo nucleo, più passa il tempo, invece di intestardirmi e arrabbiarmi sempre di più, tendo a scoraggiarmi e a chiudermi sempre più in me stessa. Oltre il nucleo c’è una famiglia esterna, inattaccabile, di maggioranza. Siamo circondati da persone che ci amano e che sono sangue del nostro sangue (altra definizione che mi fa inorridire) ma che quanto a pensiero sono ai nostri antipodi. Questo non mi autorizza a farne dei nemici ma tutto diventa più complicato.
Oltre questo nucleo ci sono gli amici, quelli che ti scegli, quelli che ti fanno ridere, quelli intelligenti e quelli meno. Poi ci sono i conoscenti e più allarghi il raggio e più l’orecchio si apre agli estranei, agli sconosciuti, quelli che ascolti sull’autobus o all’autogrill al tavolo accanto.

Ecco, io faccio una gran fatica a trovare qualcuno che la pensa proprio come me.
Nei momenti più negativi mi sento proprio sola tanto che comincio a pensare di sbagliarmi, che tutti voi la fuori avete ragione e io sono una povera scema frustrata che si ostina a mettersi di traverso nelle cause perse.

Poi questa estate ho letto un libro. Un libro degli anni 70 che per il titolo avevo sempre snobbato. Come se un libro lo giudichi dal titolo, come se una persona la potessi pesare dalle prime parole che dice. Pensavo fosse superato un libro degli anni 70, come se una persona anziana nelle cose che dice possa essere non ascoltata.

Pensavo fosse superato un libro degli anni 70, come se una persona anziana nelle cose che dice possa essere non ascoltata.
Combattere contro i luoghi comuni premia sempre. E’ come dare una chance in più a una persona bollata di una sola etichetta.

Il libro è: Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti

Mi sono subito chiesta perché mai mia madre non l’avesse letto. Magari le avrebbe suggerito una strada diversa, diversa dal sacrificio gratuito. Ma forse era troppo presto. Io l’ho letto nel 2000 ed è stato troppo tardi. Non è cambiato quasi nulla da allora, forse solo la possibilità di conoscerlo prima il sesso di un bambino e così preparare in tempo il corredino rosa o celeste.

Riga dopo riga la mia teoria, cresciuta in me spontaneamente senza l’influenza di alcuna lettura, quando ero troppo piccola per scegliere, ha trovato innumerevoli conferme. Perché la differenza chiave tra un carattere genetico e uno ambientale è che il primo non è modificabile e te lo tieni per quello che è, mentre il secondo è argilla malleabile e lavorabile. Se fin da piccoli ci convincono che alcune cose di noi fanno parte del nostro DNA, biologicamente, siamo destinati a rimanere fermi e a rassegnarci nei nostri limiti. Se invece abbiamo la consapevolezza di avere un carattere, un talento, un temperamento, un’opportunità svincolata dal nostro sesso abbiamo in mano il timone del cambiamento e quindi dell’autorealizzazione.

Se invece abbiamo la consapevolezza di avere un carattere, un talento, un temperamento, un’opportunità svincolata dal nostro sesso abbiamo in mano il timone del cambiamento e quindi dell’autorealizzazione.

I pregiudizi sono profondamente radicati nel costume: sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite perché presentano un’utilità sociale. L’insicurezza umana ha bisogno di certezze…*

E io sono nemica dei pregiudizi, degli stereotipi, delle tipizzazioni.

La tipizzazione prestabilita in senso biologico è tale esclusivamente nei riguardi della procreazione; tutto il resto è culturale, fino a dimostrazione contraria.*

Fino a prova contraria. Per me non esiste il proverbio popolare che “l’eccezione conferma la regola”. Per me esiste il metodo empirico della scienza per cui ogni eccezione confuta la teoria.

Non me ne vogliano le persone che amo, che stimo, che frequento. Tutte quelle che nelle loro conversazioni usano continuamente frasi inutili e indimostrabili, senza fare lo sforzo di chiedersi se hanno senso, se esiste un’alternativa. Non sono quelle che mi impediscono di amarle e di frequentarle. Prevalgono altre ragioni per cui continuo a tenerle strette nella mia vita.
Ma dentro di me sono veramente cattiva e non riesco a fare mie quelle frasi, quelle conversazioni.

Provate a dimostrarmele e io ho sempre l’ultima parola, come dice sempre mio padre.

Per quanto riguarda le bambine, perché non lasciare a quelle che potevano avvertire il bisogno di affermazione una parte aggressiva e attiva di se stesse la possibilità di identificarsi liberamente con il personaggio del lupo? E’ questa libertà che si dovrebbe concedere, cioè di scegliere secondo i propri personali bisogni di individuo, invece di pretendere dai bambini che aderiscano per forza agli stereotipi inventati dalla nostra cultura e che sacrificano senza alcuno scopo positivo qualità ed energie umane preziose, che possono appartenere indifferentemente all’uno o all’altro sesso.*

*Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti

Se ti fosse venuta voglia di leggere questo libro, compralo cliccando qui: Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita e aiuterai questo sito a crescere.

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67 Comments »

  • rocciajubba ha scritto:

    Concordo ma non del tutto.
    Credo che ci sia un naturale bisogno di identificazione dei bambini (sia maschi che femmine)nel genitore che vedono più simile a loro.
    In un determinato periodo della vita il bambino tenderà a identificarsi con il padre e la bambina con la madre.
    “Io sono femmina e faccio come la mamma”.
    “Io sono maschio e faccio come papà”.
    Ad esempio (scusate ma è il primo che mi viene) la pipì in piedi per i maschi è emulazione di un modello paterno.
    Mi direte voi: il punto è lo stereotipo che il maschio faccia pipì in piedi se non è meno maschio.
    Ok, cambio: la bambina vede la madre allattare e prendersi cura del fratellino/sorellina piccolo e imita. E allattare un uomo mica può farlo. La cura già di più, lo so, ma visto che per i primi mesi la madre allatta e sta a casa e quindi si occupa di più di un neonato…la cosa è abbastanza automatica.
    E’ vero che tanto è stereotipo, ma penso anche che tanto sia natura.
    Mia figlia cucina “come la mamma” e prepara la legna “come papà”.
    Credo che il succo stia qui.
    Magari per gestione famigliare, accordi, organizzazione del tempo i compiti sono divisi, ma ai bimbi dovrebbe essere concesso di imitare chi vogliono.
    E penso che in qesto i più sfortunati siano i maschietti, perchè le donne lottano e combattono eprchè le proprie figlie facciano le scelte che vogliono, ma se un maschietto vuole pulire casa come al mamma o fare pipì seduto…apriti cielo.
    Forse un “Dalla parte dei bambini” orientato a questo andrebbe scritto.

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    ciao Rocciajubba, ti leggo attentamente e alla fine non ti sento tanto distante. Mi spiego.
    Io non nego la natura. Non nego che una mamma è femmina e il papà un maschio (che poi si possano fare altre scelte sessuali è un altro discorso e andiamo ot). Non nego l’identificazione. E’ un fatto dimostrabile: il papà fa la pipi in piedi perché ha un pisello e Leo la fa allo stesso modo. Le fasi poi sono talmente tante e varie che dire che la bambina si identifica con la mamma e il bambino con il papà è piuttosto riduttivo. E’ un fatto che ci sono tappe in cui avviene un’identificazione incrociata. Ergo perché soffermarci solo sulla prima? Non sarà un semplice bisogno di indentificazione in chi è più grande e ha da insegnarti qualcosa, che ti da’ sicurezza, che ti indica una strada, maschio o femmina che sia? Anche l’imitazione dell’allattamento. E’ un fatto che sia la mamma con le mammelle a poter allattare ma la cosa finisce lì. La cura, l’accudimento sono azioni che possono essere eseguite indistintamente da un maschio e una femmina. Il mio Leo lasciato liberamente fare quello che sente in base all’osservazione di quello che avviene in casa, spesso gioca con la sorella e cambia la bambola, la porta in giro con un passeggino.
    “Mia figlia cucina “come la mamma” e prepara la legna “come papà”.” non è natura. E’ usanza storica, dettata dalle convenzioni. In Israele le donne prestano servizio militare.
    Sposo pienamente che i bimbi debbano essere liberi di imitare chi vogliono e vedere che Picca vuola andare allo stadio con il padre è una sua libera scelta.
    Gli sfortunati secondo me sono quelli a cui vengono posti dei limiti. Io scriverei un libro per questi, per tutti coloro che credono di non potere fare una cosa perché sono maschi o femmine, urban o black, colletti bianchi o operai.

  • rocciajubba ha scritto:

    Ecco..volevo dire proprio questo ma tu lo hai detto meglio (io scrivo di nascosto…in fretta…dall’ufficio…voi non mi avete visto…).
    Sì, ci sono fasi di identificazione fisiologiche in chi è più simile a noi.
    Poi arrivano quelle di distacco e rifiuto poi di nuovo l’identificazione inq uei bei su e giù destabilizzanti che ogni genitore consoce così bene e che sono così indispensabili.
    Dicevo che ci vorrebbe un “dalla parte die bambini” per i maschi perchè forse la nostra generazione di madri è molto più preparata a gestire il voler essere “altro” dagli stereotipi per le femmine che per i maschi.
    Su questo c’è più preparazione (anche se pochissima applicazione lo so).
    Sul fatto che sia indifferente chi cura un neonato io non sono d’accordo, penso che biologicamente abbiano più bisogno della mamma all’inizio. Il che non vuol dire che un padre solo o un nonno o comuqnue una figura maschile non possa farcela più che bene, ma penso che la natura ci abbia fatti in un certo modo e che si abbia bisogno, per almeno il primo anno di vita, di una presenza materna forte, rpeponderante anche se porgressivamente sempre meno esclusiva (anche perchè altrimenti finiamo tutte alla neuro!).

  • Mario ha scritto:

    Beh… comunque il libro affronta ampiamente l’influenza che ha la società prima dei genitori.

    Come dall’alba dei tempi la società definisce dei ruoli basati sul sesso. Barbie, spade, ecc…

    Ma all’età della pietra mica era che gli uomini cacciavano e le donne curavano il nido?

    Boh… comunque io cucino e faccio il bucato e mio padre(stimatissimo) non ha mai fatto una mazza in casa.

    Com’e’ stà storia?

    Ciao,
    M.

  • giuliana ha scritto:

    Avrei tante cose da dire che so già che alla fine non mi verrà fuori niente, solo luoghi comuni. me ne scuso in anticipo, è che ci tengo troppo, e sapete come vanno certe cose.
    ho letto il libro della gianini bellotti in adolescenza, e non ho neanche considerato la possibilità che lo leggesse anche mia madre, perché lei apparteneva ad un’altra cultura, alla quale si ribellava con tutte le sue forze, e leggerlo l’avrebbe fatta piangere.
    oggi il fatto che questo libro (come anche “ancora dalla parte delle bambine”) possa scuotere ancora le coscienze fa piangere me. perché vuol dire che dopo 40 anni stiamo ancora a parlare delle stesse cose, perché vuol dire che non ci siamo liberate, e anzi. anzi quello che vedo attorno a me non mi rassicura per niente. vedo madri schiave del focolare contente di esserlo, e bambine femmine la cui immagine viene trattata con divertimento, senza la consapevolezza di quello che comporta un certo modo di vestirsi, di atteggiarsi, sul lungo periodo. e vedo bambini maschi educati all’aggressività (sì, quella che nasce da una interpretazione storpiata dell’”avere il pisello”) da mamme e papà contenti delle manifestazioni di precoce virilità. con tutto quello che ciò comporta in termini di apertura di prospettive.
    e sì, non vedo la consapevolezza che “Se invece abbiamo la consapevolezza di avere un carattere, un talento, un temperamento, un’opportunità svincolata dal nostro sesso abbiamo in mano il timone del cambiamento e quindi dell’autorealizzazione.”
    e sento molto la responsabilità di tutto questo. come genitore, non come mamma.
    grazie mamma cattiva.

  • cristina ha scritto:

    io lo dico sempre STIRARE E’ FENOTIPICO NON GENOTIPICO!

    Cristina

  • rocciajubba ha scritto:

    @Mario io sono stata cresciuta da due genitori che di quel libro hanno fatto una bibbia pedagogica.
    Mio padre ha sempre fatto tutto in casa (tranne stirare…non mi chiedere perchè). Io e mio marito ci aiutiamo ma io faccio part-time quindi la cura della casa è ovviamente più mia che sua.
    In compenso al sabato si fanno le ultime faccende assieme.
    Credo che ci sia differenza fra “dividersi i compiti” e vivere per stereotipi, incasellare i sessi in una gabbia.
    Quante volte hai sentito dire a un bambino maschio “Non piangere che i maschi non piangono!”.
    O quante volte ho dovuto dire a mia suocera di non farsi uscire con mia figlia frasi del tipo “Ma che brava che spolveri come una donnina grande!”?!!? (grrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!).
    L’equilibrio è sempre la chiave di tutto credo.
    Sei femmina e vuoi giocare alla pappa? Bene. Ti piacciono i camion? (perchè se non lo sapete i più belli sono i John Deere che sono verdi con le ruote gialle…parola di mia figlia!) Altrettanto bene.
    Sei maschio e giochi a calcio? (anche se mamma tua prefirebbe il basket che non la fa dormire) Ok vai e divertiti. Per Natale vuoi il cicciobello? E io te lo compro.
    Alla fine è un discorso semplice. Se hai la voglia di farlo.

  • Silvia ha scritto:

    Si, però la società non è un’entità astratta: siamo noi, uno per uno, nessuno si tiri indietro. L’educazione, quella che cambia la mentalità e, dunque, la storia, nasce in casa. Parlare di “società”, spesso deresponsabilizza.
    Se dall’età della pietra qualcosa è cambiato, un motivo ci sarà, no, Mario?

  • Silvia ha scritto:

    cristina… potremmo commercializzare un copriasse da stiro con quella scritta? che dici, troppo intellettuale o ci vedi uno sbocco sul mercato??? :D

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    @Mario, certo il libro dimostra proprio come si spaccino distinzioni sociali per distinzioni di sesso. Sulle prime puoi intervenire,cambiare, evolvere (che sia poi un’evoluzione molti pensano di no), sulle seconde diventa quasi impossibile (anche se oggi chi non vuole avere un pisello può scegliere di farselo togliere).
    Faceva e fa’ comodo alla società stabilire fin da piccoli che l’uomo gioca con le spade e le donne con le bambole così diventa molto semplice far accettare ai primi di andare sul fronte per difendere la patria e alle seconde accudire e crescere i figli dei padri soldati.
    All’età della pietra quando tutto era ancora regolato dalle differenze biologiche, dall’istinto di sopravvivenza, gli uomini, molti più vicini agli animali nel comportamento, erano fisicamente più forti e più robusti e non avevano l’apparato per portare un figlio nel grembo e partorirlo. Quello lo facevano le donne in quanto fisicamente e biologicamente predisposte in quella direzione. Nella preistoria i ruoli erano sì guidati dalla natura ma oggi, e anche prima di oggi, non possiamo ricorrere a questa giustificazione per dimostrare che io come femmina non posso aspirare a diventare quello che voglio. La stragrande maggioranza delle donne pensa di non poterlo fare perché è femmina, perché a lei spetta il 100% della cura della famiglia.
    Tu caro Mario forse hai capito questo e ti sei appropriato della tua parte. Anche il mio compagno è cresciuto con la madre a casa e una governante che la mattina gli preparava i vestiti e la colazione perché era maschio ma nella nostra vita di famiglia fa le stesse cose che faccio io.

  • cristina ha scritto:

    commercializziamo subito dio ci ha dato il libero mercato e guai a chi ce lo toglie!!!

    @rocciajubba tu figlia ha ragione i john deere sono i più fighi in assoluto te lo dico che sono agronomo!! ma dì alla piccola che la manegevolezza de carraro non è da sottovaluatare ;-)

    cristina

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    @Cristina, Silvia…geniale! Facciamoci almeno una maglietta per stirare!

    @Giuliana, grazie a te di portare sempre tante riflessioni in merito in rete e oltre la rete. Coniamo la legge della conversazione?

  • rocciajubba ha scritto:

    @Cristina se glielo dico mi ritrovo da un rivenditore in quattro e quatt’otto. ‘Sta qua si sta pure appassionando al pooling!!! (si chiama così vero quello “sport” allucinante dove corrono coi trattori facendoli impennare e bucando l’ozono a livello di centrale nucleare?).

    Ah, io il copriasse lo compro!

  • Mario ha scritto:

    Comunque non è solo una gabbia per le femmine ma anche per i maschi, i quali ingabbiati nel ruolo di capofamiglia spesso si perdono i propri figli.

    Eh si perchè per viverli i figli mica bisogna solo giocarci il sabato, bisogna accudirli e faticarci.

    Pechè gli schemi sociali non sono a senso unico, ve lo dico io che ho visto le facce di tutti quando accompagnavo ai parchetti i miei figli in settimana durante il mio periodo di paternità.

    “Ah… fai il mammo” mi dicevano… mammo un par de coi…!

  • Bonzomamma ha scritto:

    Il libro colpì molto il mio immaginario negli anni della mia adolescenza, io, cresciuta in una famiglia di frontiera creata dal paradosso genitoriale della donna che deve stare a casa (padre) e la manager rampante che torna alle 22 (mia madre), cercavo una strada percorribile dove queste due estremità si potessero incontrare.
    Oggi mamma di due gemelli maschio e femmina, mio malgrado, vedo mio figlio schierarsi verso un fronte sessista e machista che non gli ho sicuramente passato io o il padre… e sento affermazioni del genere “io ho i baffi, tu sei una femminuccia, non puoi guidare, non puoi bere vino, non puoi cantare”.
    E mi domando chi abbia passato a un nano di 2 anni e 9 mesi questi pregiudizi, questi concetti retrivi… di mascolinità superiore.

    Genetica? Mi sembra assurdo… ma l’ambiente familiare e amicale non rientra assolutamente in canoni standard di patriarcale memoria… anzi.
    Questa esperienza ha generato il dubbio forte che questo messaggio è talmente forte a livello subliminale da passare comunque.

    Penso che mi terrò il dubbio, continuerò a dare messaggi paritari e non di sessimo pregiudiziale sperando che sia solamente una fase legata all’età.

  • VmnP - Design per Bambini ha scritto:

    Io ho da poco comprato il sequel della Lipperini, adesso ho una spinta in piú per leggerlo!

    Anche io odio gli stereotipi di genere e spero tanto di essere d’aiuto per mia figlia assicurandole la maggior libertá di scelta possibile nel nostro socio-sistema fatto di famiglia, familiari, asilo ed amicizie varie…speriamo!

  • Lanterna ha scritto:

    A casa mia facciamo del gran ridere sul fatto che il grembiule era un attributo di mio marito, perché lui lo metteva per lavare i piatti e io no (infatti mi bagnavo, ma il grembiule di cerata mi dava proprio fastidio).
    Nella mia famiglia, le mansioni si dividono sulla base delle nostre inclinazioni: io cucino e pulisco il bagno, Luca lava i pavimenti e rifà i letti, ecc.
    La cosa che mi fa imbestialire è che, nonostante questo, la responsabilità della pulizia della casa è mia, agli occhi degli altri. Nel senso che, se qualcuno entra in casa mia e la trova sporca (hai voglia) o disordinata (eccome), biasima me. Anche se io a casa ci passo meno tempo di mio marito.
    Questo significa che, anche in una famiglia paritaria come la nostra, ci saranno sempre influenze esterne a “contaminare” la visione dei miei figli sulle differenze di genere.

  • giuliana ha scritto:

    mi aggancio agli ultimi commenti sull’influenza dell’ambiente esterno sull’educazione di genere dei nostri figli. ma voi li avete visti i libri di testo delle scuole elementari? praticamente un’accozzaglia di luoghi comuni sessisti, evidentemente finalizzati alla costruzione dei ruoli.
    ovviamente la cosa è funzionale all’acquisizione di corrette regole culturali (e qui si apre lo spinoso campo del perché e del per come una casa editrice si prende l’”appalto” per i libri di testo e un’altra no, ma su questo qualcuno del settore saprebbe essere sicuramente più bravo di me, che sono troppo incline alla dietrologia).
    la mia proposta un po’ provocatoria e un po’ no è questa: prendiamo le pagine dei libri dei nostri figli, fotocopiamole e spediamole alla casa editrice, spiegando i motivi per cui non ci stanno bene. poi condividiamo il tutto in rete. magari salta fuori qualcosa, magari no.
    (è un po’ che ci penso, prima o poi bisogna che lo faccia)

  • Gloria ha scritto:

    Uno dei dubbi più grandi che è venuto anche a me leggendo il libro è proprio riflettendo sulle influenze esterne, oltre che sulla educazione che abbiamo ricevuto noi (e quanti luoghi comuni ho ritrovato). Il punto è che aivoglia noi a cercare, in casa di applicare una logica. Quando poi già in famiglia (nonni, zii), a scuola (ancora un po’ meno, le mie sono piccole, ma alle elementari?), con gli amici (i figli dei genitori che queste riflessioni nemmeno se le immaginano) come facciamo?
    Perché fino a che sono in famiglia qualcuno posso permettermi di correggerlo (i nonni, gli zii o i parenti già no). Ma in società?
    Spesso ci penso e mi pare di non trovare la soluzione.
    @Giuliana: bellissimo spunto, quello dei libri di testo.

  • polly ha scritto:

    mannaggia, non ho letto il libro, però mi hai incuriosito ed è una cosa che, parlando appunto di libri, non avviene tanto spesso perchè sono una snob abbestia.

    io la vedo come te: nel senso che al di là della biologia, tutte le differenze tra uomo e donna sono squisitamente culturali, antropologiche.
    però,
    siamo sicuri che l’imprinting culturale non sia altrettanto “coercitivo”, imprescindibile quanto la natura stessa? voglio dire: dove ci porta operare delle distinzioni precise? io, con tutta la mia razionalità e se vuoi il mio femminismo, non riesco a fare a meno di dire quasi sempre sì e di fare la schiava come faceva mia nonna.

    mi piace la protesta di giuliana. organizza, io partecipo.

  • Serena (author) ha scritto:

    Grande Giuliana! Io che navigo nella mia beata svedese ignoranza, non ho idea di cosa tu stia parlando, ma questo non mi fermerà dall’indagare la cosa ulteriormente. Lancio subito l’invito sulla nostra pagina facebook per condividere quelle pagine stereotipate dei libri di scuola, e vediamo di organizzarci. Mi piace :)

    A tutti i genitori in ascolto su questo post: sfogliate i libri dei vostri figli, fate una foto alle pagine più stereotipate e sessiste che trovate e condividetele sulla nostra pagina di facebook: http://facebook.com/genitoricrescono, incluso titolo del libro e casa editrice!

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    @Bonzomamma, @Gloria Proprio nel post dico che mi sento molto sola. Talvolta rispondo puntuale e finisco per litigare, altre preferisco starmi zitta e andare oltre.
    Tutta la mia famiglia e quella del doc è un continuo luogo comune e intervento sessista. Anche alla materna non tutte le maestre sono illuminate e infilano sempre la frase “giusta” e i bambini sono così assorbenti. Basta pensare a come imparano velocemente e a memoria le storie dei libri. Le nostre conversazioni sono piene di questi assiomi. Proviamo a scansionarle
    Probabilmente la prima cosa da fare è quella di non scoraggiarci a casa nostra dove le regole le dettiamo noi; e non con aggressività o paura di quello che diciamo ma con la stessa ragionevolezza che stiamo utilizzando adesso. I bambini ascoltano anche noi. Poi magari arriva l’adolescenza e i momenti di attrito ma se la penso io così perché non sperare di convincerli? Oltre la nostra personale coerenza che trovo potentissima, dobbiamo individuare delle azioni comuni, tipo quella che ha proposto Giuliana (fare cose, vedere gente, giusto @Giul ;) ? ).

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    @Serena, e delle favole? Vogliamo parlare delle favole?

  • deborah ha scritto:

    Non so chi mi disse che una donna, perchè-donna-in-quanto-donna- è più portata agli aspetti di cura.
    Ho strabuzzato gli occhi, perchè io ho imparato a curarmi dell’altro solo quando è nata mia figlia. E ho fatto una gran fatica, accidenti!A mio marito veniva subito molto naturale, anche lo spirito di sacrificio, per me è stata una conquista.
    Ho letto “Ancora dalle parte delle bambine “con molto interesse. Certi modelli ci vengono proprio appiccicati addosso, questo è il punto.
    Quando mi dicevano quanto ero fortunata ad aver avuto una figlia femmina, perchè in quanto femmina sarebbe stata più tranquilla, avrei voluto mettermi a urlare. Altrochè. Lei che ha l’argento vivo addosso.
    L’ho già scritto, ma lasciateci essere un po’ Ulisse! Penelope per alcune di noi, non riscuote proprio nessun interesse.

  • roccciajubba ha scritto:

    Emmiseria MammaCattiva pure le favole?!!?
    Allora che facciamo, aboliamo tutta la letteratura?
    Non leggiamo più Dante, ci scordiamo le Bronte e poi che altro?
    Forse lavorare sull’oggi, sul quotidiano, sui libri di testo a scuola è più utile.

  • Serena (author) ha scritto:

    @Mamma Cattiva quella delle favole è anche bella tosta, e ne stiamo parlando con Piattini Cinesi (in settimana il secondo post!). Qui proviamo a concentrarci su una cosa alla volta, altrimenti rischiamo di disperdere le energie. Io la proposta di Giuliana l’ho già lanciata su facebook. Che fate stasera ci mandate le foto?

  • Lorenza ha scritto:

    Grazie per il suggerimento, comprerò sicuramente il libro e magari lo regalerò alla suocera, che a volte ha queste classiche uscite sulle cose da maschi e femmine…
    Concordo che i luoghi comuni siano duri a morire e anch’io mi arrabbio quando mi ci scontro. Penso che quelli peggiori non siano tanto i commenti sessisti espliciti, ma quelle frasi apparentemente innocue che avete ben descritto e che celano tutto un retroscena di preconcetti e “inscatolamenti”.
    Credo che ci sarà sempre qualcuno che dirà “questo non è da maschio/femmina”, credo che per le donne sarà sempre un pelo più difficile che per gli uomini.
    Però le cose cambiano e continueranno a cambiare, ne sono certa. Gradualmente ma (spero) inesorabilmente.
    Sono convinta poi dell’importanza fondamentale della famiglia: io sono del ’73 e sicuramente all’epoca c’erano più vincoli di oggi, però grazie ai miei genitori sono cresciuta libera e indipendente.
    Non ricordo nessuno che mi abbia mai detto “se sei una brava bambina non devi…”. Sicuramente qualcuno l’avrà detto ma, dato che in famiglia mi hanno cresciuto come una persona e non come una bambina, non ne ho memoria.
    Bisogna avere più fiducia nei nostri figli e insistere per la nostra strada, è vero che i bambini sono delle spugne, assorbono tanto ma perdono per strada le cose inutili… ;-)

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    @Polly, l’imprinting culturale ricatta ma non è coercitivo. Ci può sempre essere il giorno in cui diciamo “sai cosa ti dico? Da oggi non ti servo (servire come lo intendi nel commento) più.” Le persone tirano fuori tutte le migliori doti quando sono in emergenza e possono farle solo da soli.
    Non pensiate che io non sia vittima dell’imprinting. Tutt’altro. Ma da quando ho capito che per colpa di quello mi sono preclusa un sacco di opportunità, l’ho mandato dove si merita.

  • LGO ha scritto:

    Io l’ho letto da bambina, perché era un libro di mia madre. Con la convinzione che non ci fossero cose (troppo) da maschio o da femmina, escluse quelle che richiedono forza fisica, io ci sono cresciuta. I miei figli sanno che siamo abbastanza intercambiabili: entrambi sappiamo fare tutto, dallo stuccare una parete a riparare un lavandino a stirare e cucinare e, soprattutto, siamo intellettualmente alla pari. Vivendo, per scelta, praticamente senza televisione, per me è straniante rendermi conto di come siamo rimasti fermi, rispetto agli anni ’70.
    Io, personalmente, non ho notato nulla di particolare nei libri di scuola delle elementari (sulla scuola ci sarebbe altro da dire, in effetti). Trovo che il sessismo dei cartoni televisivi (per non parlare delle pubblicità) sia assai più pesante, esplicito, dannoso e pervasivo, per esempio. Ma quando si tocca la tv, tutto diventa più complicato.
    E poi, ancora, mi chiedo se la questioni “di genere” sono davvero prioritarie rispetto ad altro. Sì, per un certo verso lo sono. Ma ho l’impressione che fuori da questa piccola oasi che è la rete la vita, per la maggior parte delle persone, sia assai più squallida, e più dura.
    E poi ho un tarlo che rosicchia, da un po’. Ma se sono anni che si parla, si protesta, si denuncia, e si resta fermi al punto di partenza, non è che bisogna rimettere mano alle strategie? Creatività. Ci vorrebbe.

  • Claudia - La Casa Nella Prateria ha scritto:

    Bellissimo post. Il connubio genitoricrescono-mamma cattiva è esplosivo.

    Mi sono scontrata spesso con questo tipo di stereotipi. Quando ho regalato a mio figlio una bambola Waldorf ho ricevuto numerosi avvertimenti riguardo alla sua futura “virilità”.

    Qualche tempo fa ho anche affrontato l’argomento delle favole , piuttosto controverso. Una delle cose che mi disturbano è proprio il fatto che alle bambine vengano proposti modelli come biancaneve (nella versione originale dei fratelli Grimm), bella ma stupida (scusate ma ci casca tre volte di fila nonostante i ripetuti avvertimenti!), che risolve tutto con un bel matrimonio basato solo sulla sua apparenza fisica.

    Riguardo ai libri di scuola, qui in Francia niente da segnalare: molto “politically (e anche ethnically) correct”…

  • Lisa ha scritto:

    Grazie per aver parlato di questo libro. L’ho letto a 13 anni, passatomi da mia mamma, una delle cose di cui la ringrazio di cuore. Dico spesso (non a loro, ma come provocazione) che voglio crescere i miei figli come se fossero femmine, insegnando loro a cavarsela sotto vari aspetti, a non nutrirsi di scatolette di tonno se si trovano soli, a stirarsi le camicie o a decidere di non farlo e portarle spiegazzate, a giocare con le bambole se vogliono o dei camion se preferiscono. Ma devo ammettere che quando si parla di questi argomenti mi fa paura la censura. E dire che io sono la prima ad applicarla, evitando di accendere a caso la televisione e selezionando libri e film.
    A scuola anche a me hanno dato modelli che a volte non coincidevano con quanto mi insegnavano a casa, io ne parlavo con i miei genitori e imparavo ad esprimere il mio spirito critico. Nell’ascoltare Biancaneve ho capito che per invidia si può uccidere, che la ricerca della bellezza non è un valore, che l’apparenza inganna. Io porto il 39 di piede pur non essendo tanto alta, con Cenerentola non mi potevo identificare, ma la mia mamma mi ha spiegato che i canoni estetici cambiano e sono relativi, e senza Cenerentola non avrei magari affrontato il problema. Al solito, il modello siamo noi, e vivere senza storicizzare, senza insegnare che anche se il mondo dice o ha sempre detto bah noi possiamo dire bih, questa è la lezione che voglio passare ai miei figli. Che poi potranno decidere di fare danza classica o imparare a lavorare a maglia ma a cui sicuramente voglio passare il messaggio che non esiste differenza fisica che debba obbligare qualcuno ad essere servo di un altro, come molte nostre ave sono state dei loro uomini.
    Aggiungo una piccola nota: non credo neanche che serva scontrarsi con gli altri famigliari per passare questo messaggio. In casa mia da parte dei nonni entrano solo macchinine, cavalieri, soldatini. Pace. Leonardo adesso dice che il suo colore preferito è il rosa, e io gli ho detto che è un bellissimo colore e non capisco perché lo mettano sono sui vestiti per le bimbe, e che se davvero vuole qualcosa di rosa e non la troviamo gliela faccio io.
    Mi rendo conto di essere un po’ polemica con il tono generale dei commenti, e non è da me, ma volevo portare la mia esperienza di bimba educata a suon di Giannini Belotti ma non solo che mi ha portato a fare un lavoro in cui la maggioranza degli impiegati è maschile ma anche ad amare il lavoro a maglia, che direi che è un discreto stereotipo femminile.

  • Barbara ha scritto:

    Anche io mi rendo conto, con 30 anni di ritardo, di essere cresciuta a suon di Gianini Belotti. Ho letto il libro mentre ero incinta e sono subito dopo andata a ordinare quello della Lipperini. Mi hanno aperto un mondo, ho visto nero su bianco le cose che mi erano state insegnate con l’esempio pratico. Tutte noi ci siamo scontrate, presto o tardi, con qualche discriminazione e le abbiamo combattute o subite. Ma vedere da dove arrivino la cultura e la tradizione maschiliste o anche solo di differenziazione di genere è stato assolutamente illuminante. Mi ha fatto un’enorme rabbia rendremi conto da quanto presto inizi la differenziazione, da prima ancora che i bambini stessi abbiano la consapevolezza delle differenze biologiche, e di quanto possa essere frustrante e tarpante (l’immagine della piccola Alessia tuffata nella scatola dei giochi con le gambine per aria che rovista rimarrà sempre impressa nella mia memoria).
    Credo, a differenza di alcune persone che hanno commentato questo post, che le differenze biologiche riguardino esclusivamente la gravidanza ed eventualmente l’allattamento, se fatto esclusivamente al seno. TopaGigia prendeva delle aggiunte, specialmente la sera, e io coinvolgevo il Prof in questi spazi aperti anche a lui (che tra l’altro sono stupendi e passano forse troppo in fretta). Tutto il resto è totalmente condivisibile, e sono convinta che prima il papà (o chi per lui) cominci a prendersi attivamente cura del neonato, meglio lo conoscerà e più facile sarà proseguire nella cura e nella crescita. TopaGigia ha 17 mesi, e ha già passato due fasi di papite intensissima (anche di mammite, ovviamente), la prima verso i 5 mesi. Se il Prof non avesse lavorato dall’inizio sul loro rapporto, le avremmo sicuramente tolto qualcosa e lui si sarebbe perso dei momenti preziosissimi.
    La Gianini Belotti ci mostra quanto siano importanti le figure maschili, anche e per certi versi soprattutto nella primissima età, e io condivido al 100% quello che dice. Non credo si possa avere una immagine equilibrata del mondo adulto maschile se lo si sente distaccato e non partecipe, e questo naturalmente vale sia per i bambini maschi che per le femmine.
    Il libro della Lipperini invece è proprio uno schiaffo in faccia. Ci fa vedere quanto poco ci siamo evoluti da questo punto di vista, e di come negli ultimi anni sia tornato a bomba un problema che era stato affrontato con una certa decisione nella generazione precedente. Il discorso sulla pubblicità, che fa leva sulle sicurezze sociali più radicate e di dove, quindi, le bambine sono quasi sempre ritratte al chiuso e impegnate in attività se non di cura comunque tranquille e pacate mentre i maschi sono sempre all’avventura, è stato per me una botta tremenda.
    Entrambe parlano delle favole, e anche qui sono convinta come altri commentatori che il messaggio si possa rettificare con una successiva discussione. Ma per ora, che con TopaGigia non posso discutere, a mia figlia cerco di proporre storie unisex (siamo molto presi da Dumbo in questo momento), che tanto da discutere c’e’ sempre (la mamma di Dumbo che, sebbene provocata, picchia la gente mi sta facendo vedere i sorci verdi…).
    Scusate, questi erano pensieri in libertà: avrei troppo da dire su questi due libri e su quello che c’e’ dietro. Grazie per aver proposto la discussione e grazie a MammaCattiva per il suo punto di vista.
    Ah, e bella l’iniziativa dei libri di scuola!! Peccato non poter partecipare…

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    Ogni tanto passo e sbircio ma non potrei ;)
    Non so se essere rincuorata o scoraggiata dai commenti che mi sono molto più vicini che lontani. Al solito, dove sono tutti quelli che là fuori almeno una volta al giorno citano luoghi comuni a sproposito?
    Perché alla fine io la semplificherei anche questa cosa. E se appunto trovassimo sempre un’alternativa, tipo invece di:
    - le femmine si truccano, i maschi no = i bambini (tutti) sono già belli e non hanno bisogno del trucco.
    - le femmine giocano con le bambole, i maschi con le macchine = i bambini giocano con le cose che loro piacciono. A te cosa piace?
    - hai la pancia tonda (vomiti, sei brutta, sei triste)…allora è sicuramente femmina = E’ sicuramente gay ;)

    Voi cosa rispondete alle “provocazioni”. Soprattutto, lo fate?
    Perché spesso sono i familiari, gli amici, anche quelli che stimate.
    Facile replicare ad un estraneo ma gli altri?

  • Gloria ha scritto:

    @Mamma Cattiva: certo, però, che tu ci provochi, eh!
    Anche io ho spesso la sensazione che dici tu, di sentirmi sola, e di non incontrare mai nessuno che la pensa come me. In rete, credo, è più semplice. Non sei obbligato a frequentare chi non ti piace, prima di presentarti ad una persona (o come in questo caso ad un gruppo di persone) la “conosci bene”, leggendo magari il blog più e più mesi (a me succede, di seguire moltissimi blog che condivido e non commentare quasi mai) prima di “entrare nel gruppo”.
    Se sotto molti aspetti la rete e la vita sono molto vicini, sotto questo credo che siano molto lontani, invece. Perché i familiari, gli amici, i genitori degli amichetti, le mamme del parco, le insegnanti… Quelli (a parte gli amici, che in ogni caso spesso lo sono per tanti altri motivi) non te li scegli. E sentirsi un pesce fuor d’acqua è all’ordine del giorno.
    Come rispondo alle provocazioni? Se sono di un conoscente, non rispondo. Se sono i nonni rispondo sul momento, a costo di essere sempre presa per “quella a cui non sta bene niente”. Se sono familiari o amici dipende dal contesto. Se c’è spazio e modo per un confronto, rispondo. Altrimenti rimando.

  • roccciajubba ha scritto:

    @Barbara rispondo su un paio di cose su cui mi sento chiamata in causa.
    La prima è la condivisione della cura: io penso cche nel primo anno di vita un bambino abbia PREVALENTEMENTE bisogno della mamma. Non in modo esclusivo. Ma prevalente sì. E’ la natura che è così.
    Allo stesso tempo penso che tu abbia ragione nel dire che un padre deve prendersi cura da subito almeno in parte del proprio figlio/a.
    Io ho sempre insistito con DadddyBear perchè lo facesse e lui non mi ha ascoltata. Risultato? Belvetta non si fida di lui, o meglo non si AFFIDA a lui. Ieri sera sono uscita per un impegno dopo cena e lei era isterica e non voleva stare col padre.
    E ti assicuro che ho fatto di tutto per coinvolgerlo tranne impormi perchè penso anche che se le cose si fanno a forza i bambini lo sentano eccome.
    La seconda cosa sono le favole: io ho aspettato a proporre i classici Disney per un bel po’. Prima Winnie Pooh e poco altro perchè noi guardiamo in generale poca TV e piuttosto che vedere un cartone usciamo al parco o cuciniamo o disegniamo o lavoriamo in giardino.
    Ora ogni tanto (una volta a settimana circa) chiede di vederli e glieli metto. Dura direi una mezz’ora e vuole solo certe scene (es: i nani in miniera).
    Per il resto io cercco di leggerle storie più che altro e noto che le favole classiche la interessano meno e preferisce storie di animali o cose “educative” (scusate non mi viene un termine migliore) o giochi di parole tipo “Sembra questo sembra quello”.
    Credo che anche le favolee abbiano uno spazio temporale di interesse preciso e che piacciano a maschi e femmine indistintamente, solo che normalmente si propongono (mistero il perchè) solo alle femmine.
    Lo dirò alla nausea: alla fine alle bambine secondo me vengono lasciate più porte aperte. Se una bimba vuole correre e saltare al massimo è un maschiaccio (termine urendo per me e sgrido Belvetta quando lo usa!) ma se un maschio vuole imparare a cucinare apriti cielo…gli mettono in mano subito 3 robot e 5 soldatini per ccompensare.

    @MammaCattiva io hai luoghi comuni rispondo di solito che in casa mia mio padre ha sempre fatto di tutto (tranne stirare…un disastroooooo!) seguendo il principio per cui “Ho una moglie e due figlie mica tre cameriere” alternato a “Mangiare mangiamo tutti, vestirci ci vestiamo tutti e sporcare sportchiamo tutti quindi tutti si sistema tutto”. E che con questo credo vado avanti a educare mia figlia.
    Poi ogni tanto rido anche io quando fa le disquisizioni sui trattori e la prendo in giro chiamandola “la mia ccamionista” ma lo faccio con un orgoglio che non ti dico!!! E si vede (almeno così mi dicono!).

  • Serena (author) ha scritto:

    Io penso che la maggior parte delle persone butta li delle frasi senza pensarci troppo. Io in questi casi non mi faccio problemi a farlo notare, con gentilezza, ma a farlo notare. Ad esempio mia suocera che è più portata verso queste divisioni di genere a volte ha delle reazioni istintive che io non approvo. In quei casi cerco di intervenire con un afrase per aggiustare il tiro, e lei mediamente reagisce quasi chiedendo scusa e rendendosi conto della questione. Ad esempio con il Vikingo che questestate voleva una bambola come la cuginetta, e la nonna istintivamente ha detto una frase, che non ricordo alla perfezione, ma una cosa tipo: “ma tu no!” Al che io ho detto: ma certo Vikingo, se vuoi una bambola possiamo vedere se la troviamo al negozio di giocattoli domani, così puoi giocare a portarla in giro come fa papà con il tuo fratellino”. A volte sono più diretta e dico direttamente: non vedo nessun problema se vuole indossare una collana/un fermaglio/una maglietta rosa! Perché non potrebbe farlo? Domande dirette a volte aiutano, perché spesso ricevono una risposta del genere: e già, perché no?
    Poi i casi più duri, richiedono ovviamente più sangue freddo, e in quel caso secondo me lo scontro diretto, soprattutto davanti ai figli, è da evitare.

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    In merito al mio “La cura, l’accudimento sono azioni che possono essere eseguite indistintamente da un maschio e una femmina.” non significa che nego che un bimbo abbia bisogno della sua mamma, soprattutto nel suo primo anno di vita. Ecchecaspita, così cattiva pensate che sia? ;)

    Io aggiungo, non tolgo.

    Gli uomini sono in grado di fare tutto fuorché partorire e allattare quindi dividere i compiti, dare amore, affetto e coccole significa ridurre il tempo della fatica, in cui la mamma stremata può ritrovarsi; significa entrare in contatto diretto e intimo con il bambino. Anche quello è imprinting. Non capisco quegli uomini che dicono che non sanno farlo. E’ una scusa e in molti casi egoismo. Capisco invece quelli che non lo fanno perché la mamma è così perfezionista che non glielo lasciano fare: “come lo fa la mamma non lo può fare nessuno”. Solo dio è onnipotente e fino a prova contraria.

  • Barbara ha scritto:

    @Gloria, MammaCattiva: i commenti sono un po’ dappertutto. Io cerco di reagire sempre: se sono persone che conosco abbastanza bene spiego anche tranquillamente che voglio che giochi con qualunque cosa le interessa e che non voglio insegnarle che ci sono cose da maschi e da femmina perchè io stessa non lo credo. Se perseverano peggio per loro, non so se si è notato che sono piuttosto agguerrita sulla questione…Con gli “incontri occasionali”, al “tu non puoi giocare con questo” detto da altri bambini rispondo tranquillamente “perchè no? vuole solo giocare con te, ed è felice di dare a te i suoi giocattoli se vuoi” (naturalmente vengo regolarmente smentita dall’urlo feroce di TopaGigia che a quel punto si ricorda che i suoi giochi sono bellissimi)…
    Nessuno dei 6 i nonni costituisce un problema, per nostra fortuna (anzi!!), mentre qualche occasione è capitata con le zie e i cugini, e allora la cosa è più spinosa perchè sono persone che dovrebbero conoscermi e rispettarmi, ma essendo genitori da più tempo di me si mettono sul piedistallo. Con mia sorella non ho peli sulla lingua, però, e non è mancato un “non voglio che la sua massima aspirazione nella vita sia di fare la velina”. Con mia cognata ho cercato di far intervenire il Prof che però si è defilato e ho lasciato perdere. Spero che abbia capito il mio silenzio e che non ci riprovi (lei ha 2 figli maschi).
    Sono d’accordo con Serena di evitare gli scontri più duri davanti ai bambini.
    @Rocciajubba mi dispiace ma non sono d’accordo con te. Io penso che a ogni età i bambini abbiano bisogno sia della madre che del padre, forse in modi diversi e a fasi alternate, ma queste fasi sono imprevedibili e dipendono dal bambino, quindi secondo me entrambi i genitori devono essere disponibili in ogni momento a fare qualunque cosa. Sono felice che mia figlia sappia che può essere vestita, nutrita, lavata, coccolata, sgridata, intrattenuta, accompagnata a scuola eccetera sia dalla mamma che dal papà, e se un giorno vuole farsi coccolare dal papà prima di andare a letto può chiederlo con tutta tranquillità.
    Perdonami la provocazione: cosa intendi quando dici che “è la natura che è così”? La natura ci fa portare in grembo i figli e partorirli, ma poi dove sta scritto che hanno più bisogno di noi mamme? Ci sono infinite situazioni diverse, conosco madri che sono andate nel panico appena loro figlio di pochi mesi scoppiava a piangere e il padre gestire la situazione perfettamente, calmando bambino e madre con pochi gesti e parole. Ho visto questi stessi padri guidare la moglie a gestire un piccolo… insomma non si può mai dire.

  • roccciajubba ha scritto:

    @Barbara è BIOLOGIA! I bambini seguono l’odore e la voce della madre che conoscono fin da dentro l’utero.
    Non lo dico io ma pediatri, pedagogisti, ostetriche in tutto il mondo e tutte le culture.
    Il che non significa che un padre se la possa cavare BENISSIMO ma che la necessità naturale di un bimbo nel primo anno di vita sia stare prevalentemente con la madre. Mi bacerei i gomiti se DaddyBear avesse curato più Belvetta ma semplicemente non l’ha fatto. Indipendentemente dalle mie richieste, dal mio stare male, dal seno con la carne che si staccava perchè mi mordeva (@MammaCattiva te lo dico io: scuse e egoismo allo stato puro).
    E tu hai ragione: se non c’è questo sostegno alla madre e al figlio un padre poi non può pretendere un rapporto profondo con i figli.
    E la cosa peggiore è che i bambini ne soffrono.
    Ma questo non significa che uomini e donne siano uguali. Non lo siamo.
    Non lo saremo mai. O non sare “l’altra metà del cielo” gli uni per gli altri.

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    @Rocciajubba, provoco che è il mio mestiere. Ma non è che questa cosa della voce e dell’odore sia una bellissima suggestione? A me sembra che appartenga più al mondo animale che al mondo umano, fatto di casualità, di scelte, di variabili e incognite. Quando era incinta ogni sera facevo sentire ai miei bimbi nella pancia la musica di un carillon, sempre la stessa e quando sono nati indubbiamente quel suono accogliente li calmava. Ma perché era caldo e armonioso o perché lo riconoscevano? E se fosse stato perché lo riconoscevano era pur sempre una cosa meccanica e non la mia voce. I bambini hanno bisogno di amore, della mamma certo ma di amore prima di tutto. Se scientificamente fosse vero quello che dici non si spiegherebbe la felicità e l’equilibri dei bambini adottati (quelli cresciuti con amore) e di quelli che perdono la mamma alla nascita o prematuramente. Uomini e donne non sono uguali ma le diversità dimostrabili alimentano solo creazione e non castrazione.
    Le necessità naturali di un bambino sono calore, nutrizione, cura, educazione.

  • Lanterna ha scritto:

    Ecco, a me questa cosa della biologia non convince. Da un lato è innegabile che li gestiamo, partoriamo e allattiamo noi. Dall’altro, invece, una volta che l’ho soddisfatto nei bisogni in cui sono insostituibile, perché non può subentrare il papà? Così magari il bambino può imparare a riconoscere come rassicurante anche il suo odore e il suo battito cardiaco.
    In casa mia è andata così, anche perché ho allattato per pochissimo tempo, e non mi pare che i miei figli ne abbiano sofferto. Tuttora, ci sono alcuni compiti che sono miei o di mio marito solo perché li facciamo meglio (io lavaggio nasale, lui bidet, per dire). Mi sono persino impuntata con me stessa perché, quando devono vestirsi, sia lui a scegliere gli abbinamenti: ne saltano fuori abbinamenti a volte agghiaccianti, ma ho imparato che ogni cosa che voglio controllare io è una palla in più al mio piede.

  • Chiara ha scritto:

    Fino ad ora vi ho letto in silenzio perché sulla questione di genere mi trovate molto dubbiosa e poco militante. Io sono stata allevata forse fuori da questo tipo di stereotipi, ma all’interno di un ben radicato “stereotipo sociologico”: a me, figlia intelligente, non era richiesta mai alcuna faccenda domestica (e infatti non le so fare). Studiare era il mio lavoro e scintillare di superiorità intellettuale. Superiorità che comprendeva, ovviamente, il disprezzo per ogni vezzo femmineo, da Candy Candy (anche se mi piaceva, di nascosto) ai vestiti, alla cura di me stessa. Il risultato di questo approccio solo apparentemente illuminato (in realtà assolutamente sessista, se ci pensate bene) è stato che solo oggi inizio a fare a patti, goffamente, con il mio essere donna. Istintivamente quindi mi verrebbe da dire che mi auguro di educare mia figlia con la finalità di vivere se stessa con equilibrio. Senza preclusioni, certo, ma anche senza battaglie ideologiche. Vorrei che fosse una persona un po’ più riconciliata con se stessa, ecco. Scusate l’off topic!

  • Barbara ha scritto:

    @Roccajubba, in parte ti ha già risposto Lanterna. Voglio solo aggiungere che la biologia è molto più elastica di quanto a volte pensiamo (se quello che dici tu fosse un bisogno così assoluto, i bambini adottati o orfani di madre mostrerebbero dei problemi già nei primi mesi di vita), e che noi umani ormai siamo esseri molto più sociali che biologici.
    @Chiara, non mi pare che nessuno di noi in queste discussioni abbia sottolineato come giusto che una donna che voglia costruirsi una carriera debba rinunciare alla sua femminilità. In effetti non mi pare che ci siano stati commenti di persone che abbiano ammess di spingere le proprie figlie a giocare solo con le bambole e i propri figli solo con le macchinine. Quello di cui abbiamo sempre parlato è se sia giusto o meno mettere dei limiti in base al genere, cioè vietare alcune cose perchè non sono “adatte” a maschi o femmine. Io ho una figlia, le metto volentieri le gonne ma mi fa piacere che giochi con le macchinine, tanto per intenderci, e se fosse un maschio gli metterei i gilet ma non gli vieterei di giocare con le bambole. Sono riuscita a spiegare la differenza d’approccio?

  • rocciajubba ha scritto:

    @Lanterna, Mammacattiva, Barbara mi sa che non ci siamo capite.
    Io non penso che TUTTA la cura sia della madre. RIbadisco che ho cercato in ogni modo di coinvolgere mio marito e vivo male questo fallimento perchè se mi fossi impuntata di più, se non fossi stata circondata solo da persone che mi dicevano “ti sbagli” (sbagli a coccolare tua figlia, sbagli a non farlo, sbagli ad allattare, non allatti abbastanza, sbagli a protarla fuori col freddo, sbagli a coprirla…erano sempre e solo sbagli), se avessi avuto la forza di smollargliela in mano e uscire forse oggi Belvetta si affiderebbe di più a suo padre.
    Però sono anche convinta che la figura materna sia fondamentale nel primo anno di vita e molto importante nei primi tre.
    E spero di non ferire nessuno perchè è lontano anni luce dalle mie intenzioni ma penso che sì, un bambino dovrebbe essere adottato da neonato perchè una carenza della figura materna nei primi anni crea nel bambino una sofferenza altissima (penso che sia una delle cose peggiori dell’attuale legge sulle adozioni: l’allungamento dei tempi che portano i bambini ad essere adottati sempre più in là negli anni).
    E ripeto: PENSO CHE UN PADRE DOVREBBE SEMPRE AVERE UN RUOLO NELLA CURA DEL FIGLIO, ma anche che uomini e donne non siano uguali.
    Il che non significa inquadrare le donne in un ruolo servile, sarei RIDICOLA a dirlo viste le mie scelte di vita, visto il mio carattere e il mio modo di educare mia figlia (“tu puoi fare quello che vuoi da grande, essere ciò che vuoi” è una delle frasi che le dico più spesso).
    Significa solo che uomini e donne sono complementari e non intercambiabili.
    E questo mi sembra più arricchente che omologarci tutti in un unico contenitore.
    La PARITA’ fra i sessi è l’obiettivo per me, non l’UGUAGLIANZA.

  • Mamma Cattiva ha scritto:

    La libertà è l’obiettivo non l’uguaglianza. La libertà di scelta in primis.

  • Barbara ha scritto:

    @Roccajubba, mi sa che ci siamo capite benissimo invece :P
    Il nostro modo di affrontare la cura dei figli (inteso some l’insieme di cose che servono a farli crescere in salute e felicità) nella pratica è molto simile, quello che è diverso è l’idea che ne abbiamo dietro. Naturalmente io non sto dicendo che i bambini non hanno bisogno della madre, lungi da me, ma io penso che abbiano altrettanto bisogno del padre, e di vederlo coinvolto e interessato nella loro crescita esattamente come la mamma. Che poi uno dei due faccia certe cose e non altre e viceversa va benissimo, per carità: il Prof i primi tempi era terrorizzato dal bagnetto (e come essere umano ha tutto il diritto di avere le sue paure), e allora meglio che lo facessi io piuttosto che TopaGigia lo vivesse come un momento carico d’ansia. Ma al momento dei vaccini io sono crollata, non ce la facevo a seguire anche un’altra faccenda burocratica e allora il Prof ha preso in mano le schede ed è tornato sulla questione solo per comunicarmi il giorno dell’appuntamento. Ecco, se ho capito bene quello che dici (e correggimi se sbaglio) tu questo lo vedresti come un aiuto che lui ha dato a me, io invece lo vedo come una responsabilità anche sua, e se crescendo ci saranno altre occasioni di questo tipo credo che TopaGigia si sentirà più sicura e più parte di una famiglia in cui si collabora e ci si rispetta, che poi è l’idea che vorrei darle.

  • rocciajubba ha scritto:

    @MammaCattiva allora la vediamo allo stesso modo.
    @Barbara no, io penso come te che sia una loro responsabilità o meglio un loro PRIVILEGIO come per le madri (perchè crescere i figli è faticosissimo ma anche un grande privilegio per me, un dono unico).
    Per me sono onesta: sarebbe stato anche un bell’aiuto. Ho avuto un baby-blues (non voglio chiamarla depressione eprchè mi sembra troppo confrontato ad amiche che davvero ci son passate) coi fiocchi e mi sarebbe servito.
    Ma la prospettiva ” a freddo” è la tua: partecipazione a una cosa che dovrebbe essere di entrambi. Io dico che la PREVALENZA è naturale che epr i primi mesi sia della madre. Io poi sono così: molto “nature”, molto “country”, discretamente “figlia dei fiori” (o “ruspante” come amo definirmi essendo parecchio gallina a volte). Quindi per me è stato improtante anche capire che Belvetta e, credo, tutti i bimbi quando nascono sono “animaletti” immaturi alla vita fuori dal grembo materno (cavalli, mucche, molti mammiferi sono già in grado di stare in piedi ad esempio) e che perciò necessitano maggiormente della mamma.
    Non ho problemi a dire che la nostra natura “animale” è importante nei primi mesi di vita.
    Ci ho messo tempo a fare pace con me stessa e vivere a pieno questa realtà. Normalmente viviamo in un mondo che vuole separare al più rpesto al fisicità madre-figlio anche se questo è contrario ad ogni più elementare legge della natura.
    Questo dico.
    Ma che i figli vadano curati da entrambi è verissimo. Che i padri si debbano ricavare uno spazio nella cura dei figli è super-vero. E sai perchè? Perchè se no ci perdono LORO e più ancora i bambini. E questo è davvero brutto e triste.
    Io non penso che sia una questione di dovere e responsabilità, o meglio non solo (i figli sono anche dovere e responsabilità ovviamente) ma soprattutto di PIACERE. Quello che non capisco di molti (moltissimi) uomini e come possono privarsi del piacere di accudire i propri figli.
    Cavolo cosa si perdono!

  • rocciajubba ha scritto:

    e magari se scrivo con meno errori quel che dico si capisce meglio….

  • Serena (author) ha scritto:

    Questo confronto tra Rocciajubba e Barbara è molto interessante, ed è certamente meno semplice di quanto sembri. Chissà che non riusciamo a dedicarci un intero mese.

  • rocciajubba ha scritto:

    @Barbara che dici? Velato accenno del tipo “mamma ragazze quanto siete pesaaaaaaaaaaaaanti!”?!!?
    Naaaaaaaaaaaaaaaa!
    (Serena è una battuta nè la mia!)

  • Serena (author) ha scritto:

    Naaaaaaaaaaaaaaaa! ;)

  • Lanterna ha scritto:

    Beh, insomma, io spero che quella della madre (come quella del padre) sia fondamentale ben oltre i 3 anni di vita! ;-)
    Quanto all’intercambiabilità, le persone non sono intercambiabili. Mia nonna R. non era intercambiabile con mia nonna A., per quanto entrambe fossero donne e nonne. Ognuno, secondo me, è indispensabile per quello che può e deve portare.
    Francamente, ‘sta storia di dire che la madre è fondamentale e insostituibile mi sa un po’ di scusa nei confronti dei padri, che sarebbero fondamentali e insostituibili anche loro ma spesso se ne fregano. Basta andare a vedere gli articoli di Professione Papà sul padre assente per capire che il problema dell’assenza dei padri pesa sui bambini ben di più dell’assenza delle madri.
    E aggiungo un’ultima cosa (OK, oggi son pesante, va così): a volte mi sembra fuorviante concentrarsi sui primi 3 anni, con quest’attenzione quasi ossessiva. I primi 3 anni sono importanti, per carità, ma tanto quanto lo sono le fasce 4-6, 7-9 e così via. Possiamo essere importanti nello sviluppo dei nostri figli in ogni sua tappa.
    Quindi, se un padre non ha voluto cambiare i pannolini, può sempre recuperare in futuro. Se lo desidera, ovviamente, e se ne comprende l’importanza.

  • MammaMe ha scritto:

    Penso che questa attenzione precoce verso il bambino, come mille altri aspetti che stanno cambiando nella relazione padre-bambino (e anche madre-bambino ovviamente) costituiscano il primo tassello di un rapporto privilegiato con il figlio a tutto vantaggio del genitore e della sua personale relazione con il figlio e a tutto vantaggio del figlio stesso. Dunque il padre che in senso lato collabora con la donna e che condivide i compiti sulla gestione dei figli – anche quelli di cura – non sta facendo un “favore” alla propria compagna (anche se ovviamente questo incide nell’organizzazione famigliare e dunque nel margine di libertà di entrambi) ma se mai si sta riappropriando di qualcosa che gli appartiene come genitore – sono d’accordo con Rocciajubba. Parte da qui il dare concretezza ad un passaggio fondamentale nella propria crescita personale: prendersi la responsabilità di un altro individuo. Parte da qui il diventare punto di riferimento educativo e affettivo veramente autorevole per il figlio e per la costruzione di una crescita emotiva stabile. Parte da qui anche quel cambiamento fondamentale e privatissimo nella vita degli individui che segna il passaggio dall’essere figlio a diventare genitore: prima diventare responsabili della propria vita e poi anche della vita di un altro individuo e in ultimo essere in grado di trasferire questo insegnamento (questo ovviamente vale per uomini e donne). Che poi ci siano delle differenze tra uomini e donne nelle possibilità di essere complementari va bene. E qui appunto entra in gioco la libertà e l’uguaglianza di opportunità, di diritti, di doveri.

  • Barbara ha scritto:

    Si si Serena, un bel tema del mese su cosa voglia dire essere madri ed essere padri oggi! Sai che casino…
    @Roccajubba, più ci confrontiamo e più siamo d’accordo.

  • roccciajubba ha scritto:

    @Lanterna i rpimi tre anni danno l’imprinting a un bambino come i primi minuti a un animale. Perchè pensi che il male fatto ad un bambino a questa età si radichi ancora più profondamente che in ogni altro momento della sua vita? Non che i bambini non soffrano se feriti o maltrattati SEMPRE, ma a questa età è ancora più grave. Più profondo. Perchè va a incidere sulla parte istintuale dell’individuo in modo indelebile in quanto in uno stadio ancora molto “animale” e non coperto di sovrastrutture culturali.
    Che poi si possa essere fondamentali ad ogni età sono convinta, e spero che ad esempio mio marito sappia capire come costruire ora un rapporto forte con la nostra bimba, è la mia speranza più grande. Ma so ancche che non ci riuscirà cercando di fare ora, in questo momento, le stesse cose che faccio con lei. Doveva onestamente pensarci prima anche solo in parte.
    Quello cche voglio dire ad esempio è che, al netto di padri single o situazioni problematiche, il congedo di paternità è una gran cosa, ma non ha senso dire “facciamo a pari” perchè nei primi anni non è quello che serve. Serve che quando ci sei (e si spera che tu non sia costretto a tornare alle nove di sera ogni giorno perdendoti così tanto della vita da genitore) tu CI SIA. Con tuo figlio, a fare cose con lui. Che nei primi mesi significa principlamente curarti di lui in modo pratico, per poi poter passare alla parte più “ludica” del ruolo genitoriale.
    Ripeto questo al netto di situazioni in cui il padre è solo, o la madre impossibilitata a prendersi cura del bambino.
    (adesso mi ammazzano)

  • Chiara ha scritto:

    Direi che non mi sono spiegata bene. Ci riprovo. A me non è stato mai esplicitamente vietato né imposto nulla in quanto femmina. Però implicitamente molte cose cosiddette “femminili” (e non mi riferisco ovviamente alle faccende domestiche, quanto ad aspetti della creatività, come la danza, o della cura di sé prima che degli altri – cose che io non ritengo appannaggio delle donne, sia chiaro, ma tanto per capirci) erano di fatto ridicolizzate, sminuite e presentate come non congrue e non adatte a me/a noi. Io sospetto che in questi giudizi, che prima di tutto erano atteggiamenti dei miei genitori, ci fosse molto sessismo mimetizzato da altro. Ma mi rendo conto che è una questione un po’ diversa.

  • Barbara ha scritto:

    @Chiara direi che invece ti sei spiegata benissimo, o almeno mi sembra di avere capito perfettamente quello che dici. Forse sono io che non mi sono spiegata bene: quello che intendo dire è che non condivido i divieti, sia materiali che subdolamente mascherati con ridicolizzazioni, basati sul genere, in nessun senso (=no alle cose da femmina per i maschi, no alle cose da maschio ai maschi per farli crescere da femministi, no alle cose da maschi per le femmine per farle diventare brave donnine, no alle cose da femmina per le femmine per promuovere la loro indipendenza). Io sono per la libertà di sperimentazione del bambino, e tanto più il bambino è piccolo tanto più secondo me deve essere libero di giocare come vuole senza condizionamenti (certo, se mia figlia comincia a tirare i capelli ai compagni di gioco intervengo! ma insomma ci siamo capite). Come fa a capire se una cosa gli piace se non l’ha mai provata?

  • roccciajubba ha scritto:

    Tornando al discorso giochi (piglio la palla di Barbara al balzo…bel passaggio!) io ho una questione da sottoporre alla vostra mirabile e polemicissima (perchè ne verrà fuori di ogni…Serena preparati!) opinione: i giochi di armi.
    Belvetta è sempre stata in classi (nido prima e materna ora anche se molto meno) a prevalenza maschile.
    Visto che all’Ameno Paesello un bel po’ di stereotipi sono ancora vivi e vegeti i giochi di spade, pistole e “ti sparo”/”Ti uccido” ecc… viaggiano che è una meraviglia (ironico!).
    Io non li sopporto. Abolirei la cacca non solo perchè la considero antisportiva (io un fucile l’animale no) ma soprattutto perchè non ne abbiamo bisogno E penso sia pericolosa (qua da noi morti e/o feriti ogni anno…per non parlare di quei cacciatori che vanno fuori di testa e ammazzano qualcuno…uno di quei qualcuno era un mio amico).
    Figuratevi come mi possa piacere questa cosa. E sull’argomento sia io che DaddyBear siamo molto duri con lei e le abbiamo spiegato chiaro e tondo che a sparare o usare la spada si può far male a qualcuno e che è ammesso solo nelle gare che vede in televisione perchè lì ci sono regole precise e le armi non possono fare male a nessuno.
    Voi come vi ponete in merito?
    Perchè si deve insegnare ai maschi a fare i giocbhi di violenza? E non mi dite “ma perchè solo ai maschi?!!?” che non mi sembra il caso di allargare QUESTA sperimentazione pure alle bambine…stavolta lo stereotipo me lo gior a mio vantaggio (senza dirle ovviamente che non deve perchè è femmina…le dico che nond eve perchè è SBAGLIATO).

  • Serena (author) ha scritto:

    @rocciajubba quella delle armi è una cosa che inizialmente ha spiazzato anche me, eppure da bambina giocavo con pistole spade e fucili, e li amavo moltissimo. Poi però penso che così come un maschio non diventa gay perché si traveste da principessa quando ha 3 anni, non si diventa guerrafondai solo perché da piccoli si gioca alla guerra. Non credo che vietare le armi ai bambini sia una buona idea. Il gioco aiuta i bambini a sperimentare, e magari a togliersi sfizi che poi passano e non ci si pensa più. Credo che ci siano altri spazi per far passare i nostri valori riguardo alla violenza e la guerra, nel senso che giocare alle armi non significa insegnare la violenza, sono cose diverse. Mi pare che Umberto Eco ha scritto qualcosa in merito proprio all’importanza del gioco della guerra nei bambini, devo andare a ripescare il riferimento esatto. Se lo ritrovo, vi faccio un post apposta.

  • roccciajubba ha scritto:

    Grazie Serena!

  • Barbara ha scritto:

    @Roccajubba: no, non è assolutamente necessario insegnare ai maschi a fare la guerra. Io non condivido le armi, come te, nè quelle vere nè quelle giocattolo. Un natale mio nipote mi chiese in regalo una pistola giocattolo, e io gli spiegai che mi dispiaceva molto non poterlo accontentare, ma che ero assolutamente contraria. Gli spiegai anche i miei motivi, gli dissi che secondo me le armi abituano i bambini a pensare in modo violento e che questo non fa bene nè ai bambini nè alla società. Non era molto convinto, ma non ha potuto fare molto…

  • Serena (author) ha scritto:

    @Barbara come ho risposto prima posso essere d’accordo che non sia necessario, ma non è certamente pericoloso se i bambini mostrano interesse per i giochi con le armi o giochi di guerra. Ma te da piccola non avevi nemmeno una spada, una pistola, un fucile, o qualsiasi altra cosa che si usi per combattere? Esattamente come se uno si veste da ballerina non diventa gay, o se gioca con un camion non diventa camionista. Non ci facciamo prendere dal panico. Ci sono altri spazi per insegnare il rispetto degli altri, la premura, la voglia di risolvere in conflitti senza l’uso della forza. Ma un gioco è un gioco, non diamogli significati superiori di quanti non ne abbia.

  • Barbara ha scritto:

    @Serena, probabilmente hai ragione, ma io alle armi sono proprio allergica. Soprattutto quelle da fuoco, anche giocattolo. Mi dispiace, non credo riuscirò mai a comprarne una, se TopaGigia le vorrà dovrà chiederle al Prof il quale dovrà poi convincere me… ;P . Ok, se fra qualche anno dovesse succedere mi ricorderò del tuo punto di vista molto equilibrato e ti chiederò una pacca sulla spalla, ok?

  • federica ha scritto:

    complimenti per il coraggio di affermare e pretendere di “poter essere cattiva” che significa potersi incacchiare e sbranare qualcuno quando se lo merita quando dice una cretinata o fa una cosa talmente idiota da non poter lasciar correre.
    anche io sono così e da quando ho facoltà di memoria mi sono sempre sentita dire da utti che non sono abbastanza diplomatica che bisogna dire le cose nel modo giusto e che per arrivare al punto B si possono percorrere strade alternative e meno “cruente” caso vuole quasi sempre per non turbare la tranquillità mentale dei maschietti che inviece possono parlare liberamente come più gli aggrada.
    Me ne sono quasi sempre fregata e le persone che hanno imparato ad amarmi per come sono tra le quali mio marito hanno capito che la donnina che ti dice sempre le cose nel modo giusto senza ferirti senza alzare la voce ecc. ecc…..poi spesso è una repressa che da qualche parte poi si deve sfogare (speriamo lo faccia).
    I miei rumori di fondo che continuano a mostrarmi il “modo giusto” di essere ormai sono solo fruscio, i suoni puri sono altro sono i miei figli e le meraviglie che mi circondano.

  • Silvia ha scritto:

    Sulla questione armi giocattolo, devo ammettere che non mi allarmo molto. Noi abbiamo cercato di scegliere armi palesemente finte, cioè non copie di armi vere, ma armi che per i colori e le forme sono evidentemente fantasiose.
    Il Sorcetto gioca con delle spade in foam (la gomma spugnosa semimorbida) da quando era piccolissimo e le ha sempre identificate con la scherma più che con il combattimento. Stessa cosa per un fucile in plastica, molto colorato che spara proiettili sempre in foam (assolutamente innocui, addirittura abbiamo provato a farceli arrivare il viso per testarne la sicurezza!) che ha sempre collegato al tiro a segno. Se anche adesso è entrato nel suo immaginario Guerre Stellari, devo dire che continua a considerarle strumenti di esercizio fisico più che di combattimento.
    Tranquilla, Barbara, se TopaGigia chiede una pistola, posso consigliartene una multicolor bellissima! :)

  • CloseTheDoor ha scritto:

    Anche io avrei tantissime cose da dire, che poi in realtà si riducono ad un gomitolo informe di pensieri senza capo né coda. Due cose :

    1) esiste un progetto POLITE (Pari Opportunità LIbri di TEsto) che va avanti dal lontano 1998 Con quali risultati, è difficile dire, ma dato che coinvolge alcune case editrici specifiche, non sarebbe male rifarsi a questo codice di autoregolamentazione.

    http://www.retepariopportunita.it/DefaultDesktop.aspx?doc=370;

    http://www.abside.net/corsi/accesso/Codice_Polite.pdf

    2) più ci penso più mi sembra che ok, come genitori abbiamo una responsabilità enorme verso i nostri figli, ma il problema del sessismo nell’educazione è relativo specialmente alle prospettive di vita che si aprono per i nostri figli, maschi e femmine.

    Io farò del mio meglio perché mia figlia possa seguire le sue personali inclinazioni, ma quello che mi fa prendere male – posso dirlo? – è che lei troverà una situazione molto piu’ degradata di quella che ho trovato io.

    Mi sembra che ci sia un incanaglimento di parole, di immagini, di modi, di toni, per cui lei e le sue amiche si specchieranno nelle veline in televisione.

    Guardo le tv estere via satellite e vedo queste donne eleganti ma accollate, con un trucco neutro … e poi ritorno in Italia ed è pieno di trucco pesante, gambe scosciate, insomma messaggi di “disponibilità” che ti fanno avere diritto di parola in pubblico.

    Ecco più ci penso più mi pare che sia questa la ragione del mio astio verso il rosa imposto alle femmine – e in generale per la sessualizzazione precoce di giochi e prodotti imposta dal mercato.

    Si impone un ‘filtro’ sessuale su tutto – anche i giochi delle costruzioni sono dipinti di rosa&principesse e di azzurro&draghi – e l’esito a cui porterà, non mi piace.

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