Dalla parte dei bambini (maschi)

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La disparità di genere non è un problema esclusivamente femminile. I maschi vengono limitati nelle loro scelte sin dalla prima infanzia, con conseguenze statisticamente rilevanti anche sul rendimento scolastico.  Forse è arrivato il momento di mettersi anche dalla parte dei bambini maschi. 

I maschi ottengono risultati medi inferiori alle bambine praticamente in tutte le materie scolastiche, abbandonano la scuola più e prima delle femmine, hanno una maggiore probabilità che gli venga diagnosticato ADHD (in USA si parla di 5 volte maggiore). In alcune università americane quasi il 70% degli iscritti è femminile.

Cosa sta succedendo?

Foto Philippe Put utilizzata in licenza Creative Commons
Foto Philippe Put utilizzata in licenza Creative Commons

Leggevo statistiche di questo genere su una fonte svedese, ho visto un TED talk che descriveva una situazione analoga in USA e ho cercato statistiche che riguardassero i ragazzi italiani. Ho trovato una pubblicazione del MIUR, che conferma questo trend scolastico anche in Italia. Stiamo quindi parlando di un problema globale. C’è qualcosa che facciamo che non permette ai nostri figli maschi di avere successo tanto quanto le femmine a scuola. Fatemi chiarire un punto fondamentale. Nonostante queste differenze le donne continuano a subire discriminazioni in ambito lavorativo che includono possibilità di carriera tanto quando differenze sostanziali nello stipendio a parità di ruolo. E continuano ad avere il primato di essere vittime di violenza domestica e non. Mi ponevo però una domanda. E se non fosse nonostante, ma grazie anche a queste differenze? Possiamo davvero pensare che i problemi di un genere siano totalmente indipendenti da come la società si rapporta con l’altro genere?

E’ maschio o femmina?

Dal momento del concepimento di un bambino la società intera sembra essere concentrata su un unico aspetto: è maschio o femmina? E’ praticamente l’unica domanda che si riceve quando si è incinta, spesso seguita da commenti stereotipati nell’istante in cui il sesso del nascituro viene esplicitato. Dalla nascita in poi c’è uno sforzo collettivo pazzesco per garantire la sua identità di genere. Spesso ho la netta sensazione che la preoccupazione sull’identità di genere dei bambini abbia assunto livelli assurdi. Ha superato molte altre preoccupazioni tanto che se un bambino maschio si comporta in modo vivace a scuola alcuni genitori arrivano a pensare e a dire con un certo orgoglio “sai com’è, è maschio!” Salvaguardiamo la sua identità di genere prima di tutto! Pensa che incubo se invece di disturbare la classe o fare a botte con i compagni si divertisse ad infilare perline o a disegnare vestiti.

Molti (alcuni) genitori, come la sottoscritta, si impegnano fin dalla nascita a contrastare questa tendenza generale. Siete orgogliose del fatto che il vostro duenne gioca con la cucina giocattolo? Siete soddisfatte di come indossi quella bella felpa colorata? Siete felici che a volte si travesta da principessa o vi aiuti a passare l’aspirapolvere? Bene, voglio darvi una notizia: ci sono buone possibilità che finisca. Intorno ai 5 anni la loro esigenza di identificarsi con un genere piuttosto che un’altro è fortissima, e allora inizieranno a rifiutare tutte queste cose così sbrilluccicose che amavano prima, dichiareranno che è da femmine, e aderiranno all’unico modello maschile che la società moderna gli offre. Inizieranno a prediligere vestiti di colore scuro, terranno segreto il loro amore per Elsa di Frozen, e si rifiuteranno categoricamente di procedere con il corso di danza che fino a quel momento era stato fatto con tanto divertimento e soddisfazione.
Ovviamente la transizione non sarà così drastica per tutti, chiaramente qualcuno riuscirà a continuare a mantenere i suoi interessi nonostante il resto della società dichiari espressamente che quella non è una cosa da maschi, in particolare se il microclima di persone di cui sono circondati è di larghe vedute (una gruppo di bambini a scuola con mentalità più aperta, o un ambiente famigliare particolare). Qualcuno persevererà a lungo, e inizierà a sentirsi sbagliato con sé stesso, alcuni saranno abbastanza forti da fregarsene e continuare sulla loro strada. Ma il messaggio sarà chiaro per tutti:

Le bambine sono obbedienti, prediligono i giochi tranquilli, amano la lettura, si innamorano, cercano il loro principe azzurro che le salverà dal male e vivranno felici e contente.

I bambini sono vivaci, la disobbedienza è un punto di forza, non sono bravi nello studio, non leggono, fanno a botte, si mettono nei guai. E hanno bisogno di una donna che li aiuti nelle piccole cose pratiche, dal preparare il cibo al ricordassi di cambiarsi le mutande.

Sto esagerando? Forse un po’, ma non credo di farlo troppo.

Le cose proibite ai maschi

Qualche giorno fa parlavo con una mamma, incontrata ad un festa di compleanno, che mi ha regalato questa definizione: “i giochi da femmina sono quelli a cui non giocano i maschi”. In effetti le bambine sono autorizzate dalla società a giocare a tutto quello che vogliono, il maschiaccio non fa più paura a nessuno, con tutte le limitazioni del caso ancora esistenti, ci sono club di calcio femminile, bambine che fanno arti marziali o giocano a rugby, corsi di programmazione per ragazze, e via dicendo. Invece pensandoci un momento è abbastanza evidente che il maschio è definibile in base a quello che non fa: non indossa il rosa, non gioca con le bambole, non fa danza classica o pattinaggio artistico, non piange, non gioca alla maestra, non mostra emozioni, e la lista potrebbe continuare a lungo.

Le cose non migliorano molto da adulti. Le donne hanno accesso, per quanto difficile in alcuni ambiti, praticamente a qualsiasi lavoro, mentre per gli uomini ci sono ancora tabù fortissimi, sia in ambiti lavorativi ( ad esempio il corpo insegnante nella scuola d’infanzia in Italia è quasi al 100% di donne) sia, soprattutto, in ambiti che riguardano la sfera emotiva (pochissimi padri utilizzano la possibilità di congedo parentale). Trovo questa riflessione in un certo senso illuminante.

Il problema di una società che favorisce una così forte stereotipizzazione dei generi sin da bambini è che non fa bene a nessuno dei due. Quello che noto è che mentre da un lato c’è una certa attenzione (ancora poca sicuramente), con iniziative volte ad aiutare le bambine e poi le donne a superare il loro ruolo stereotipato e convincerle che sono perfettamente in grado di fare tutto quello che vogliono, c’è una inquietante assenza di iniziative dedicate ai  bambini e più tardi agli uomini.
Possibile che riusciamo a creare laboratori di programmazione per le bambine e non riusciamo a pensare a dei laboratori di lettura per i maschi? Possibile che pensiamo a come includere più bambine in alcuni sport e non ci chiediamo come aumentare il numero dei maschi che si dedica ad attività artistiche? Possibile che la scuola non riesca a pensare a dei modi per far interessare anche i bambini allo studio?

Credo ci sia un fortissimo bisogno di prendere coscienza anche di questo aspetto del problema della parità di genere, e mi auguro che il dibattito sul tema riesca e mettersi al più presto anche dalla parte dei bambini (maschi).

 

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10 COMMENTI

  1. Ho un bambino di 5 anni e sempre ho creduto fermamente nella frase: “le donne e gli uomini sono differenti, ma hanno gli stessi diritti”. Stiamoo allevando, o almeno ci proviamo, un bimbo molto vivace, a cui non piace giocare a calcio (povero, per questo già viene escluso….) ed amante di tutto ciò che ha le ruote, ad essere libero: libero di fare quello che vuole, di indossare i colori che gli piacciono e che essere diversi non è facile, ma non è così male. Per fortuna sono aiutata da un uomo che si è comprato un cellulare viola, cucina delle frittate da urlo ed è un mago nell’aggiustare tutto. Io stessa cucino tutto il giorno, faccio la maglia e sto imparando a cucire a macchina, però aggiusto i giocattoli e costruisco aeroplanini di carta come nessun altro. Tutto ciò per dire che per me l’importante è l’esempio, è aiutare a crescere persone sicure di sé nel rispetto degli altri. Facile? No!! Però l’importante, credo, è esprimere le proprie emozioni davanti dei figli e chiedere scusa, se tocca…il resto lo scoprirò, anno dopo anno.

  2. La scuola si è troppo femminilizzata, 90% di maestre donne e di insegnanti donne. Bisognerebbe mettere per legge una quota di parità 50% uomini e 50% donne. La figura del maestro farebbe benissimo ai bambini maschi e ai ragazzi.

  3. Concordo con l’articolo. Quest’anno ho a che fare, come capo scout, con bambini e bambine in separata sede. La differenza è abissale. I Lupetti fanno molto onore al loro nome, facciamo molta fatica a tenere sotto controllo la violenza e le attività concettuali, beh, meglio lasciar perdere. Le Coccinelle, invece, per quanto vivaci, sono adatte sia ai giochi spotivi che a riflessioni scritte ed è sempre possibile ragionarci serenamente. Dovessi tagliare con l’accetta direi che 1/10 dei bambini si comporta come 9/10 delle bambine e viceversa. Ma anche per cose ‘da maschi’ tipo, che so, costruire una bussola con un ago magnetizzato, sughero e un bicchier d’acqua, o imparare a fare dei nodi, ottenere l’attenzione dei bimbi è un’impresa fallimentare che mi costa ben poco sforzo con le bimbe…

    PS: ho condiviso via facebook ma il post mi è stato cancellato in automatico come ‘non appropriato’…

  4. c’è anche però da dire che uno dei motivi per cui non ci sono gruppi di lettura per i maschi, o gruppi artistici per i maschi, è che comunque, a valle (perché è sempre guardando a valle che si decidono strategie) gli scrittori, i musicisti, i poeti e i pittori, e anche gli chef e gli stilisti, di successo, sono uomini. Quindi l’attitudine non è tanto nei confronti di chi fa cosa, ma è piuttosto: se consideriamo le attività in modo professionale, allora ci troviamo il maschio, se le consideriamo in modo amatoriale, allora ci troviamo la femmina. Il giorno in cui avremo il divario di genere fra scrittori e scrittrici, sospetto che il gruppo di lettura per i maschi nascerà come d’incanto. Problema due, e corollario del precedente, sono le attività in cui invece CI STA un divario fra i generi (tipo, insegnamento primario? professioni di cura?) e qui appunto, andando di corollario si potrebbe insinuare (e peste ci colga!) che non siano considerate attività altrettanto ispirescional da meritare di dover colmare il gender gap.
    Certo sono profezie che si autoavverano, e cercare di coinvolgere tutti i generi da subito in tutte le attività è ovviamente la strategia migliore, ma ci vuole anche un drive sociale di qualche specie, perché questo avvenga su scala massiccia, tipo quello che sta succedendo per incentivare le donne nelle scienze.

  5. Sono d’accordo con te Serena che questa “deriva” degli studenti maschi può essere l’effetto boomerang di una cultura sessista che propone ai bambini maschi un determinato modello.

    Faccio un esempio estremo che non fa statistica, ma è per capirci: alle superiori avevo un professore di italiano che era un maschilista vero, ma soprattutto un provocatore, qualcuno che obbligava noi studenti a confrontarsi anche con modi non proprio corretti. A distanza di tempo lo devo anche ringraziare perché in un contesto iperprotetto come quello della scuola, trovare una persona così ti obbliga a tirar fuori le metaforiche “palle”. Solo che appunto parlando di palle, funzionava in modo diverso fra maschi e femmine: con le ragazze studiose e volenterose, lui era tranquillo e a modo suo, perfino dolce, mentre diventava una iena con quelle che marinavano le lezioni; con i ragazzi era speculare, aveva sempre un’ottima intesa con gli scavezzacollo mentre poteva umiliare davanti a tutti il ragazzo tranquillo che pensava a studiare.

    In una prospettiva più ampia, nel mondo di oggi la scuola e più in generale l’istruzione e la cultura sono sentiti come un peso e una fatica inutile, quindi non mi meraviglia vedere che i ragazzi inseguono modelli distorti anche loro: se le ragazze vedono le veline anoressiche, i ragazzi si vedono proporre Briatore, i vari Pietro Taricone, Costantino e i loro eredi, fra una dose di cocaina e una bella macchina presa chissà come. Insomma i maschi non possono non vedere che i “vincenti” sono quelli che non studiano, fare fatica non porta a nulla e quelli che l’hanno vinta sono gli esempi peggiori.

    Sarei veramente curiosa di sapere se almeno in Italia, i dati sono differenti scorporandoli per etnia: cioè non mi sorprenderebbe sapere che i figli maschi degli immigrati hanno risultati simili alle loro coetanee femmine, in quanto per chi arriva dopo spesso l’istruzione è il tramite per l’avanzamento e il riscatto sociale.

    • Sarebbe interessante confrontare il successo dei due generi per etnia, anche se secondo me c’è anche un altro fattore che pesa molto: la totale o quasi assenza di insegnanti maschi nelle scuole primarie. Non escluderei il fatto che quando i bambini si accorgono di essere in un mondo di femmine, decidono che non fa per loro.

      • Può ben essere. Secondo me vanno insieme la svalutazione dell’insegnamento e la femminilizzazione del corpo insegnante: in Canada mi hanno spiegato che da tempo loro notano questa cosa, cioè quando una professione perde prestigio si riempie gradualmente di donne e di neri – e per un circolo vizioso più donne e neri ci sono, più la professione si svaluta. La conseguenza per gli alunni è che LE insegnanti non si vedono attribuire la stessa autorità che hanno GLI insegnanti uomini. Questo forse è più visibile nelle scuole professionali, dove i colleghi mi dicono che una certa mentalità è più visibile ed è più facile che gli alunni si divertano a provocare le insegnanti donne mentre hanno più timore dei colleghi uomini. Ovviamente qui ci sono le singole esperienze, ma ricevo continue conferme in questo senso e mi sembra che la tendenza sia stabile. Questa poca autorevolezza attribuita agli insegnanti dai genitori si traduce certamente in poca disciplina e temo che sia un fattore nella scelta di abbandonare gli studi che vengono comunque avvertiti come inutili.
        Il problema è che non è affatto vero e anche se continuano a ripeterci che ci sono troppi laureati, in un periodo di crisi come questo un diploma può fare la differenza fra avere un posto di lavoro oppure no.

  6. Mi sembra ovvio che gli stereotipi di genere valgano per tutti ed i primi a trasmetterli sono proprio i genitori. Mentre per le femmine se ne è presa coscienza in quanto discriminate, per i maschi si ritiene, a torto o a ragione che essendo avvantaggiati “per nascita” non sia necessario, anzi dannoso.
    Ricordiamoci comunque che c’è ancora moltissima strada da fare: le ragazze hanno sì risultati migliori nel ciclo scolastico ma non sono nè sufficientemente incoraggiate nè tantomeno motivate a riuscire in carriere finora prerogativa maschile: la competitività diventa insostenibile e molte ragazze sono portate a scoraggiarsi ancora prima di tentare.

    • Sono d’accordo con te. Il punto è che mantenendo arbitrariamente i maschi fuori da certe dinamiche sin da bambini, si alimenta proprio quella cultura di differenza di genere che ti si ritorce contro. Se si cerca di colmare il gap nelle bambine e non nei bambini maschi, a mio parere non si risolve nulla. Dobbiamo lavorare contemporaneamente su più fronti.

      • le differenze di genere in sè non sarebbero un problema, il problema è la rigidità: in sè non è un problema se a calcetto ci vanno molti bambini maschi, è un problema il genitore che costringe il bambino a fare calcetto anche se non vuole o non gli permette di fare danza se è quello che il bambino vuole

        (credo sinceramente che i bambini le emozioni le esprimano nè più nè meno delle bambine devono imparare a gestirle, poi ci sono chiaramente bambini e bambine più introversi o più estroversi, vivaci e meno vivaci, ovviamente)

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