Crochet antistress

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crochet-2Anche se vengo da un’ottima scuola, quella della santa zia Filomena che sferruzzava alla cieca senza perdere un punto mentre leggeva un libro tenuto aperto dal cassetto del tavolo di cucina, il tutto ascoltando la radio, io i lavoretti da femmina li ho sempre odiati. Sarà che la coordinazione occhio mano non mi è mai venuta completamente come doveva, sarà che porto gli occhiali da quando ho quattro anni e continuo ad essere lievemente cecata, sarà che sono arruffona e superficiale di mio, ma i lavoretti di precisione mi mettono il nervoso. Tanto a me vengono imprecisi per definizione.

In mezzo a zie e cugine ricamatrici, sferruzzatrici, uncinettatrici, niente, a me anche il giro d’indice per rifinire gli gnocchi veniva male. Invece di crearvi una fossetta per poi con il proseguimento dello stesso gesto arrotolare lo gnocco su se stesso, in modo che non venisse tondo ma cavo, così non restava crudo all’interno, io lo spiaccicavo con un buco che manco i donut.

Sarà che mio padre insegnava applicazioni tecniche maschili e io mi ricreavo a leggere i vari testi che le case editrici gli mandavano da visionare, a me affascinava più il fatto di riuscire a fondere una medaglia con lo stagno in uno stampo di argilla, come faceva lui con la sezione C, che non fare quadretti a mezzo punto per la festa della mamma come pretendeva la mia maestra (e comunque il quadretto a mezzo punto l’ ho finito, perché per amore della mamma questo e altro). Poi, quando sono arrivata io alle medie era finita la separazione tra fonderia per i maschi ed economia domestica per le femmine, ma a me a educazione tecnica capitò Tanzi che aveva la mania delle proiezioni ortogonali, altra attività che più dell’uncinetto metteva a dura prova l’occhio e la mano e la precisione, e niente, quindi un’altra materia da odiare.

Diciamo la verità, a fare ai ferri qualcosa avevo imparato da piccola e da adolescente al liceo ci fu un fuoco di paglia per i ferri in metà della mia classe, grazie a una prof di italiano sferruzzatrice che a ricreazione ci insegnava i punti. Ma era solo perché adoravo i maglioni irlandesi costosissimi e cercavo di farmene uno in proprio, che ho avuto la recrudescenza. Magari poi erano solo ormoni, comunque i miei genitori rientravano a tarda sera dal lavoro, mi trovavano sulla poltrona a sferruzzare convinta e si guardavano inteneriti pensando: almeno stavolta domani non viene  nessuna madre incazzata a dirci che nostra figlia ha menato a suo figlio. Per un genitore sono soddisfazioni, ora che lo sono anch’io me ne rendo conto.

Un’altra recrudescenza l’ebbi quando conobbi maschio alfa, e gli feci uno splendido maglione verde bosco interamente lavorato a trecce, che solo chi ha sferruzzato trecce può capirmi la passione che ci ho messo. Venne bellissimo, un po’ tirato nelle misure, lui mi guardò commosso tirandosi giù le maniche sui polsi che rimanevano diversamente scoperti dalle maniche troppo corte, e disse solennemente: questo resterà comunque la cosa più importante della mia vita. Infatti dopo 22 anni l’ho tirato fuori dal cesto dei lavori incompleti e ho constatato con soddisfazione che fra un po’ entrerebbe a figlio 1, se solo figlio 1 si decidesse a indossare maglioni al posto delle felpe con lampo e cappuccio. Ma ho ancora un paio d’anni per sperare in figlio 2, i bambini crescono talmente in fretta.

Il tutto per dire che no, non ho la vocazione della crafter, e si, ho la vocazione ai trend. Infatti alla fine del 2001, quando ci furono le prime avvisaglie di un rigurgito “knitting is trendy”, almeno ad Amsterdam, e poi nulla, si rivelò un fuoco di paglia, con una panza incintissima e una suocera disposta a sferruzzarmi una copertina da passeggino, e l’ultimo negozio storico di filati nel centro di Amsterdam che stava per chiudere, non solo mi procurai degli splendidi gomitoli in rosso, verde mela e viola per la copertina del pupo (“Dico la verità, quando ho visto i colori che mi hai portato mi sono detta che insieme erano una schifezza, invece adesso che l’ ho finita, guarda, è venuta benissimo, hai avuto occhio” commentò santa Suocera all’epoca) ma presi anche dei ferri del 20 con annessa lana turchese melange per sciarpona, che in effetti dopo il parto ci misi un annetto a finire, ma ancora ce l’ ho, che non sia mai che mi lasci scappare un’avvisaglia di trend.

Ma diciamocelo pure, la vera femmina hipster uncinettara malgrè soi solo negli ultimi tempi può davvero dirsi in pieno revival, e infatti non si dice più uncinetto ma crochet. Fioriscono i blog, i siti e i gruppi su Facebook dedicati al crochet, ma anche le azioni politico-decorative, come Mettiamoci una pezza – una città ai ferri corti. Questo evento di urban-knitting lanciato dal collettivo Animammersa per attirare l’ attenzione sull’ abbandono dell’Aquila dopo il terremoto, non solo ha prodotto una grandissima partecipazione, con pezze all’uncinetto e ai ferri mandate da tutta Italia, ma è stato ripetuto lo scorso 23 aprile a Finale Emilia e Mirandola come segno di solidarietà per i terremotati dell’Emilia.

Un’ altra azione di sferruzzamento solidale è la bellissima iniziativa di Cuore di Maglia in cui volontari producono corredini, cuffiette e copertine in lana da regalare a reparti ospedalieri per bambini prematuri o malati. E infatti vedo le blogger intorno a me crochettare, sferruzzare, instagrammare e pinterestare le ciofeche, pardon, creazioni autoprodotte, che uno le guarda e si chiede perché le povere signore andine che facevano tante robine carucce e le vendevano a poco devono patire, oltre alla crisi che ci colpisce tutti, anche le manie creative delle techno-hipster crochettanti. Come tante ottime domande, anche questa resterà senza risposta.

Ma non ci preoccupiamo, anche il sano sfizio di sferruzzarsi un berretto o una sciarpa in proprio per puro edonismo ha trovato posto. Io per esempio, dopo tanti anni recalcitranti all’uncinetto (zia Filomena riusci à insegnarmi la catenella, e basta), in una notte di insonnia aprii un tutorial su youtube inviatomi da Roberta Castiglione. La sventurata rispose, insomma, e da allora  crochetto come un’assatanata. Perchè a me crochettare mi rilassa enormemente, ho scoperto.

Roberta è una blogger creativa che prima ha messo su il progetto Lane d’Abruzzo e poi ha creato su Facebook il Social Crochet, un gruppo di internaute crochettare che si danno appuntamento in giorni e orari concordati in precedenza per lavorare contemporaneamente a oggetti all’uncinetto di cui viene pubblicato il tutorial sul gruppo solo per la durata prevista dei lavori. Il vantaggio rispetto al seguire uno schema in solitario, è che essendo tutti su facebook contemporaneamente, i principianti in difficoltà possono fare domande al momento per farsi spiegare punti difficili, o postare una foto delle loro fatiche per farsi dire dove hanno sbagliato e come rimediare. Poi ognuno va avanti fino a completamento, e a lavoro finito lo si posta sul gruppo per confrontare le diverse interpretazioni dello stesso progetto e farsi incensare. La stessa tecnica dei corsi di motivazione per manager, insomma.

E d’altronde la Staccata nostra ce lo aveva anticipato nel suo Le mamme non mettono mai i tacchi, che in America ai manager fanno fare i corsi di uncinetto per aumentare la concentrazione. Adesso mi sono convinta anch’io che è vero.

Perché l’uncinetto? Perchè te lo metti in tasca e te lo porti ovunque e a differenza dei ferri in cui ti devi portar dietro tutto l’accrocco e metterteli sotto le braccia e fare un mucchio di preparativi prima di portarsi avanti con il lavoro. Perché l’ uncinetto mi permette di fare mezzo giro in un attimo di pausa qualsiasi, alla fermata del tram, mentre aspetto i figli che escono da scuola o dal calcio, in fila in farmacia. Io odio aspettare e così ho risolto, il tempo mi vola, il tram arriva sempre un secondo troppo presto. Io ci salgo, mi siedo (o mi incuneo contro un palo) ritiro tutto fuori e proseguo. E poi si socializza, la gente attacca discorso e la maglia alta, per esempio, me l’ha insegnata una madre del calcio a bordo campo durante un allenamento. Che col tutorial col cavolo che l’avevo capita.

Non avendo tempo da dedicare al completamento di un lavoro, ho scoperto che con i piccoli ritagli di tempo messi insieme prima di rendertene conto hai un cappello, uno scialle, una mantella. Posso farlo in macchina mentre sul sedile di dietro i figli si menano furiosamente e maschio alfa urla che lui sta guidando e di fare qualcosa io invece di crochettare. E infatti qui si rivela la superiorità dell’uncinetto sui ferri, che in situazioni del genere potrebbero espormi al rischio di gesti inconsulti, tipo infilzarci il figlio più vicino per farli smettere. Invece il mio bellissimo uncinetto nr. 16 in faggio naturale non si presta come arma impropria, al massimo come alternativa all’amante. Ma io preferisco darci forma a un filo di lana per farlo diventare un oggetto tridimensionale.

Da allora ho sempre in borsa o in tasca un uncinetto e un gomitolo. Dal basco del tutorial sono passata alle sciarpe. E da lì ai maglioni e mantelle inventati a occhio al momento, perché la grossissima scoperta del tutorial su youtube è stata che lavorando in circolo, ci si possono fare maglioni e vestiti procedendo mano a mano e infilandoli per vedere come andare avanti. Qui si aumenta, qui si diminuisce, qui si disfa e si ricomincia se non era venuto bene. Scopri che esiste l’infinito e che esso è cosa buona, scopri anche che è possibile riciclare una maglietta e traformarla in un tappetino, basta clikkare qui.

Per fortuna ho avuto Tanzi, a furia di proiezioni ortogonali riesco a proiettarmi un capo senza schema da portare avanti mano a mano che il filo scorre. Tutto sommato, educazione tecnica mi è poi servita nella vita.

La coordinazione occhio mano, invece, stiamo sempre lì. Comunque se qualcuno vuole farmi passare alla fase successiva e insegnarmi il Granny Patch, io qui sto. Rilassatissima.

– di Mammasterdam

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5 COMMENTI

  1. Claudia sei un tesoro, ma io gli schemi (quelli di Ravelry poi) proprio non so leggerli e i ferri circolari mi impicciano da matti. mica posso cominicare a stressarmi pure con le lane? Io vado a sentimento e se viene male, disfo. Infatti ho più lavori disfatti in giro, che completati. No, no, l’ unica cosa è attaccare discorso con qualcuno e farmi insegnare un punto nuovo, poi qualcosa ci faccio.

  2. Io invece vengo proprio dalla scuola di Roberta Castiglione, grazie a lei ho amato l’uncinetto e sul social crochet ho trovato un “caldo angolino” tra amiche con cui crochettare.

    Un vero antistress … un modo per staccare la mente dai pensieri quotidiani, fermarsi e liberare la propria creativià.

    Proiettare nella mente un’idea, un lavoro e lasciare libere le proprie mani di creare … è una sensazione magicamente unica.

    ciao
    Maeva

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