Crescere anatre o brutti anatroccoli?

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brutto-anatroccoloCertamente tutti conoscete la favola del brutto anatroccolo. Potrei utilizzare allo stesso scopo la parabola del figliol prodigo, ma non vorrei urtare la vostra sensibilità religiosa.
Tutti noi, credo, ci siamo sentiti prima o poi il brutto anatroccolo. Sta nelle vicende umane sentirsi esclusi, o diversi
.
La realtà dice però che nella maggior parte dei casi ci comportiamo come l’anatra: una genitrice attenta a proteggere i suoi e subito pronta a sbattere fuori dal nido l’uovo diverso. Per paura che il cibo finisca, per i suoi cuccioli. Per paura che il diverso sia un predatore. Per timore di nutrire qualcosa che porta deviazioni alla sua tribù.
La storia del brutto anatroccolo prosegue con una serie di brutti incontri, nella solitudine, nella vergogna, nella paura e nel freddo. Fino a che si svela il motivo della diversità: un’identità diversa, ma anche più bella, splendente.

Il problema è che le persone non sono solo “anatre” o solo “cigni”: sono entrambe le cose. Dentro di noi albergano idee, emozioni, sentimenti, atteggiamenti “anatra” e idee, emozioni, sentimenti, atteggiamenti e scintille “cigni” (anche coloro che diventano “cigni” con storie e vicende di successo, hanno momenti e parti starnazzanti da “anatra”).

Tornando a noi … ascoltare, far prevalere, mostrare prevalentemente il nostro lato “anatra” è probabilmente più “normale”.
Ognuno di noi, a suo modo, è normale.
Allo stesso tempo, come disse qualcuno, “visto da vicino, nessuno è normale”.
Ecco allora guizzi, emozioni, sentimenti, curiosità nuove e diverse. L’apertura a queste novità, a queste diversità significa percorrere il rischio dell’avventura del brutto anatroccolo: momenti di freddo, di paura, di vergogna e di solitudine. Non soltanto quando osiamo grandi passaggi o cambiamenti nella nostra vita, ma anche e soprattutto ogni giorno, talvolta ogni ora, dentro noi stessi: emozioni che ci espongono, che ci muovono, che ci sollecitano a svolte ed evoluzioni.

Per evitare i rischi dell’inverno che queste svolte comportano, talvolta ci neghiamo di dialogare con alcune parti di noi, le rifiutiamo, ci imponiamo di assomigliare agli stereotipi che noi stessi abbiamo creato, le dribbliamo, invece di ascoltarle e affrontarle, soffocandole dentro le distrazioni o pretendendo di averle “risolte”.

Quello che neghiamo a noi stessi (una volta avevo scritto “facciamoci amica la nostra rabbia”) lo neghiamo al mondo attorno a noi – sia un’amicizia fuori dai soliti binari, ascoltare chi ci porta religioni, idee o gusti di paesi lontani – riducendolo agli angusti confini di un recinto per sole anatre.

Credo occorra imparare ad accogliere le emozioni scomode e diverse, anche se abbiamo paura mettano in pericolo le nostre sensazioni di “completezza” o “perfezione”: può essere che crescendo si svelino come cigni o che ci lascino in eredità esperienze che arricchiranno la nostra storia e i nostri racconti su di noi.
Altri invece, cresciuti un po’ storti, come la sottoscritta, possono trovare più faticoso accettare le parti “anatra” come essenziali a creare un nido accogliente per il cigno destinato ad aprire le sue grandi ali o non imporsi subito, come se fosse un bisogno scottante, correre dietro alle emozioni “cigno”.
L’uno non va senza l’altro.

Per questo, senza spaventarvi o scandalizzarvi, vorrei chiudere raccontando il mistero nascosto nella parabola del figliol prodigo: non ci sollecita a riconoscerci né nell’uno o nell’altro figlio, ma nel padre, che è pronto a voler bene a tutti e due.

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3 COMMENTI

  1. su una cosa hai ragione… non sono escludente, o meglio ho imparato a vedere i problemi immersi in un mare di soluzioni… ad ognuno la sua, e forse, rileggendo il tuo post mi viene in mente che talvolta i nostri figli non ci espongono una delusione, una frustrazione perché noi gli si dia una una soluzione a tutti costi, bensì perché noi li si guardi amorevolmente come li guardavamo quand’erano in fasce, li si accetti e li si ami così come sono, incondizionatamente.
    Mi salvo questo post da qualche parte… alla prox

  2. ciao Monica, tu hai una sensibilità rara e grande attenzione ad ascoltare tua figlia, e il mondo, e a chiedere. Credo che tua figlia sia accompagnata da una mamma anatra per nulla “escludente” che la sta già aiutando molto a non fare della sua allergia una barriera o una nota di separazione, ma un’occasione di scoperta (tra una seccatura e l’altra). La stai già accompagnando a stare bene con se stessa…
    un abbraccio!

  3. Da tempo volevo commentare ma solo oggi ci riesco.
    Questo è un tema meraviglioso… che non avevo mai guardato dal punto di vista dell’anatra… adulta…
    Hai scritto delle cose verissime, bellissime, e penso a mia figlia allergica … e a come vorrei che non si sentisse un brutto anatroccolo, ma anche non necessariamente un cigno… ma che stesse bene con se’ stessa, così com’è… come fare? Ecchennesò!!!|
    Userò questo post… ti farò sapere…
    grazie grazie, un abbraccio

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