Cose che non aiutano

25

Sarò sincera con voi.
L’altra sera prima di addormentarmi osservavo il buio con gli occhi sbarrati e mi dicevo che sono così stanca da non riuscire non solo a focalizzare quali sono gli argomenti su cui riflettere ma neanche a rispondere con un commento alle cose belle che vengono pubblicate ogni giorno (leggasi per esempio l’articolo di Supermambanana).
Altro che contrappunti!

Grazie al cielo, però, da un pensiero ne nasce un altro .
E ripensando all’articolo cui faceva riferimento Supermambanana (e per altro, avendolo probabilmente in parte frainteso) ho ridacchiato tra me e me su quella che non ho trovato altro modo per definire se non “la mia attuale sindrome da nido pieno“.

Questo pensiero è andato rapidamente a crashare contro una battuta di un’amica che mi diceva “un figlio te lo perdonano, due no” e la contemporanea lettura del libro di Marina Piazza “le trentenni”.

“Spesso appaiono sulla stampa inchieste, articoli, domande rivolte alle donne: perché non vogliono più assumersi il ruolo né di moglie né tantomeno di madre? Che cosa dovrebbe fare la società per aiutarle, proteggerle, sostenerle?
Oppure, alternativamente: dove, in quale perverso circolo emancipativo le donne hanno perso il loro istinto materno?
Secondo me, date le condizioni con cui la società italiana e il sistema di welfare accolgono i nuovi nati e le loro madri (e padri) questi interrogativi sono in realtà circondati da un alone di falsa coscienza e di colpevolizzazione a senso unico nei confronti delle donne (se il tasso di fecondità in Italia è il più basso al mondo è colpa delle donne che sono egoiste e dedite al loro interesse, anche professionale, e quindi non si sacrificano per il bene del paese; se i figli crescono male, è colpa delle madri che non dedicano loro il tempo necessario, e via dicendo).” (Marina Piazza, op. cit.)

E tra una e l’altra cosa, il rimbalzo è avvenuto sul valore Istat 2001 secondo cui in Italia siamo a 1,2 figli a donna.
Quindi ho un 0,8 figlio di troppo a riempirmi il nido !

E improvvisamente ho iniziato a pensare che questo è il classico pensiero che fa male, che non aiuta.

Seguitemi: se davvero soffro di sindrome da nido pieno, ossia – per riprendere con un riassunto azzardato il pensiero della Piazza – di una confluenza eccessiva di diktat idee obiettivi in una manciata di anni – pensare di aver fatto 0,8 figli di troppo non aiuta.

Così come non aiutano i sensi di colpa.

E ho pensato a come mi sto comportando a cosa sto facendo dei miei sensi di colpa (se sto crescendo, per collocare questo appunto sotto la giusta ottica, dato il titolo dato a questo blog dalle mie ospiti …) e soprattutto a cosa aiuta e a cosa non aiuta.

Per dirlo sempre con la Piazza:

Quali sono le strategie personali e di coppia che permettono di sostenere la nascita di uno o più bambini?

(nota personale: in questo periodo non mi sento granché strategica, ma ci sono momenti in cui si può razzolare male ma alzare la testa per provare a pensare bene o almeno spero 😉 )

Mi sono detta che non aiuta quest’enfasi accorata sull’importanza del nido caldo della mamma fino ai 3 anni della vita del bambino.
Mi sono detta che non aiuta non decodificare il pianto dei bambini quando vengono inseriti al nido.
Mi sono detta che non aiuta questo immaginario collettivo per cui bisogna fare tutto (“ah, quando avrai due figli non avrai più tempo di consultare l’agenda, non stare neanche a comprarla”).

Aiuta (me) incontrare luoghi di cura per i bambini (la tata, la tagesmutter, per esempio) che siano quella “famiglia” allargata che non esiste più (sono pochi, sono casi di eccellenza, ma ci sono).
Aiuta (me) sapere che il pianto significa il dolore dovuto all’amore estremo che c’è tra di noi. Non “odio questo posto, ti odio perché mi lasci qui, starò malissimo” ma “ti amo tanto, mi dispiace tu vada via. Magari mi divertirò un mondo, ma tu sarai il mio sole”.
Aiuta (me) conservare me stessa e le mie esigenze ancora (in qualche modo) al centro della mia agenda (che ho comprato! e di mio gusto).

Mi sono detta che non aiuta pensare di essere in dovere di fare qualcosa per la casa mentre i figli riposano (della serie: “ah, riposano, bene, ora la to-do-list prevede: preparazione cena, elenco della spesa, ordine, stirare, lavatrice…”).
Mi sono detta che aiuta pensare di usare quel tempo per essere una persona migliore (ndr. – per cena: pasta al volo, la spesa e la lavatrice, direttamente con i figli quando si svegliano, ordine, stirare: non pervenuto; ora: gambe in alto sul divano e … recupero mentale, che qui si ha bisogno di una mamma, magari riposata e se possibile felice).

Mi sono detta che non aiuta la pretesa (non detta): bene, dopo due maternità dimostraci che sai ancora lavorare, che sei ancora disponibile, che fai più degli altri.
Aiuta sedersi alla scrivania consapevoli che quello E’ un pezzo di me, che lo so fare bene, che sapevo farlo bene anche prima senza che sia necessario da parte mia dimostrare alcunché.

Mi sono detta che non aiutano campagne “di massa” ma ascolto individuale, perché così come i percorsi delle Trentenni sono, ormai, percorsi individuali, tortuosi, ribelli, ricorsivi, tutti diversi, anche i consigli e le prospettive legate alla maternità e alla famiglia non possono che essere scelte individuali, strategie private.

Se il nido è pieno di obiettivi professionali appena abbozzati, di figli ancora in fasce, con pannolini, biberon, coliche e notti insonni, di nostalgia per i tempi dilatati del prima, di genitori bisognosi, di una società che chiama e pretende toppe sulle falle di un sistema di welfare ormai mezzo affondato, l’unica cosa che aiuta è la pulizia e l’onesta intellettuale di buttare fuori richiami e aspettative iscrivibili a una agenda di desiderata che ci viene appiccicata addosso.

Le pile di biancheria da stirare si ricreano, la nostra serenità come persone è una sfida da perseguire costantemente e quotidianamente.

Come disse Supermambanana (per la sindrome opposta):

L’importante è riconoscere che ci sta accadendo, che non siamo le uniche, […] e che passerà.

Prova a leggere anche:

25 COMMENTI

  1. Io sono a +0,8, e vorrei incrementare ma non si può…

    Dal lato economico, sono di quelle che vogliono lavorare, ma non troppo. Non ci tengo alla carriera, ma scoppierei a fare la mamma full time (e credo che le mie figlie potrebbero avere gravi danni collaterali). Alias, sogno un part time, 4 ore al mattino, ti levi di casa, respiri, fai qualcosa di “vero” oltre alla colf. Ma poi hai tempo. Tempo per i figli che non mi basta mai.

    Detto questo, il part time non lo trovo, mollare il lavoro non posso, va bene così. Il mutuo c’è. La seconda figlia è stata un salto nel buio, della serie “sarà dura, è quasi irresponsabile, non so bene come faremo ma forse possiamo” e l’abbiamo fatta. Un po’ di incoscienza a volte ci vuole. Certo un po’, ora si tira, si tira, niente extra, mai, faccio il pelo anche su pane e spesa, si mangia il pesce ogni morte di papa, ma ce la si fa. Il terzo sarebbe incoscienza di troppo, un’altra retta del nido non potremmo reggerla, e allora pace, non si fa. Questo è il confine tra il po’ di incoscienza e il troppo, credo…

    Per il stare bene…
    Non mi fa stare bene sentirmi la migliore custode delle mie figlie (leggi: se non ci sono io non è la stessa cosa).
    Mi fa stare bene fare la pigra e tagliare (cucino meno, pulisco meno, riordino meno, il tempo che mi resta lo passo con le bimbe, e se ne avanza, vado a correre che sto meglio io).
    Mi faceva stare meglio il pisolino delle piccole, che io passavo sul divano. Peccato che la grande non lo faccia più.
    Non mi fa stare meglio vivere in un posto dove la casa e i figli sono ancora della mamma. E tu sei fortunata se tuo marito ti aiuta.
    Mi fa stare meglio chiedere, sempre chiedere “oggi dovresti stendere e lavare i pavimenti, e per piacere, fammi trovare la tavola apparecchiata”. Che pacchia arrivare a casa una volta e sedersi a tavola e basta…
    Non mi fa stare bene la sindrome del “è colpa tua”. Se tua figlia piange all’asilo, o a scuola, vuol dire che hai sbagliato qualcosa…

    Insomma, alla fine sono sempre le stesse cose…

  2. @Silvietta

    😉 Preciso che mi ha colpito l’atteggiamento della scrittrice, nonostante l’impegnativa vita professionale ha scoperto suo malgrado che la sua identità era fortemente legata all’essere madre.
    Ecco io adesso lavoro a scatti eppure sento chiaramente di essere altro da mio figlio e anche il desiderio di non averne altri/e lo colloco nella stessa posizione.

    Tornando ai partner, spesso è un lavorio che parte da lontano, addirittura dal “fidanzamento”, parlare senza inondare, chiarire senza ferire, non avere paura di chiedere, di sapere, di esplicitare che tipo di famiglia e di relazione si vuole. Ovvio è una mia opinione!

    Grazie a te, è un piacere passare di qua con o senza caffè.
    In bocca al lupo!!

  3. @Close @Miriam @Supermambanana @Serena:
    grazie di aver ampliato il discorso a temi importanti come il rapporto con la paternità e le leggi! e soprattutto di aver portato esempi così concreti ed efficaci (altro che il mio malessere 😉 ) delle cose che non aiutano.

    che vi devo dire? c’è da lavorare…

    @francesca: figurati!! sapssi quanto ha aiutato me 😉

    @Monica, Marzia: grazie per aver condiviso questi pensieri e progetti impegnativi! condividete le vostre scelte, aiuteranno altre e pian piano cambierà sicuramente anche la mentalità.

    grazie a tutte, s.

  4. @Closethedoor: grazie a te per la fiducia! secondo me, se il tuo desiderio è quello di un bimbo in più e i progetti quelli di cui parli nel tuo blog, stiamo semplicemente riecheggiando tentativi simili di mettere in atto strategie efficaci di soddisfazione personale! dai, stay tuned 😉

    @Morgaine Le Fée: grazie! efficente esempio di strategia riuscita … e di “cose” e atteggiamenti che AIUTANO!
    Trarrò spunto…

    @Silvia: proviamo a ribaltare assieme: pensa all’esempio che dai a tua figlia, lavorando, per lei e voi tutti. Ci sonodei bei libri per condividere la nostalgia che provate reciprocamente a stare lontane…

    @Miriam: dici davvero che dovrebbe interrogare di più i partner? io resto convinta che si possa fare molto anche semplicemente partendo da se stessi. certo, poi le condizioni sono pesi incombenti, ma il nostro approccio può creare rivoluzioni! sia se vogliamo, come te, pensare “my primary identity was being a mother”! sia se vogliamo spazio e tempo per costruire e consolidare un’identità diversa (e patiamo il nido troppo pieno)

  5. Accidenti, io sono a -0,2 figli … una pacchia! Inutile dire che non mi sento proprio così. Ho rinunciato ad altri figli senza dolore, dopo 1 anno ero assolutamente certa che quel compito avrebbe già da solo assorbito il 150% della mia energia vitale. E sono stata ottimista!
    Non ho piu’ sensi di colpa verso mio figlio, io ho sempre lavorato e chi mi sta attorno lo considera una condizione normale non da giustificare. Probabilmente se i primi anni di Ale io fossi stata a casa tutto il giorno sarei crollata, era durissimo. Ora però inizia a pesarmi la quantità di ore che sto fuori casa, i viaggi (non più così frequenti ma ci sono), la stanchezza che mi porto addosso alcune serate. Io amo lavorare, è un pezzo di vita esclusivamente mio a cui non vorrei rinunciare e nessuno mi chiede di farlo. Però 10-11 ore fuori casa sono troppe, adesso lo sono. Ora che il mio bambino ha voglia di raccontarmi un po’ della sua giornata e lo deve fare spesso nella nostra mezz’ora esclusiva prima di dormire, ora che fare i compiti e’ il momento per raschiare nei miei anni di studio e vedere nei suoi occhi la scintilla della curiosità .. Non sento di voler rinunciare a un po’ di impegni perché madre o donna ma perché mi sono sudata e guadagnata ogni sua parola e perché non c’e’ nessuno che sappia gestire il suo essere meglio di me. Mio marito e’ un ottimo padre e ho anche dei nonni che aiutano ma io ho fatto la differenza e desidero esserci di più proprio ora che i passi avanti si fanno importanti. Questo e’ il solo pensiero che mi aiuta e tra un post e l’altro trovo tante idee per trasformare il pensiero in strategia. Grazie!

  6. @Supermambanana: grazie, cara, anche per me averne due (alla stessa distanza, mira te che coincidenza) sta coincidendo con il fatto di collocare diversamente le priorità (e con meno ansia) ma devo ancora delineare bene questa mutazione visto che per ora non si vedono punti di svolta, anzi!

    @Lanterna: grazie di questo passaggio e della sintesi efficace! si sento anch’io che a suon di voler centrare troppi obiettivi perdiamo un po’ di buon senso, anche quel buon senso di essere contenti di quanto si fa! attendo il tuo post, ora!

    @D: appunto, il problema è: se non sempre sei la persona che vorresti essere, non c’è da qualche parte uno switch che ti possa aiutare? magari non si possono cambiare le condizioni, ma il modo con cui le viviamo e le nostre scelte si. perché alla fine ai figli passa molto più come viviamo la nostra identità che le aspirazioni.

    lo dico serenamente, come una che – come sottolinea Supermambanana nel commento successivo – si vive certi disagi proprio perché vuole essere mamma E qualcos’altro e ogni giorno sente (dalla società dai colleghi da tutto) di essere “colpevole” per aver voluto quell’0,8% di figlio in più!

  7. Ho un marito, una figlia (una sola per scelta), una casa e un lavoro. Gli ingredienti per la felicità e la soddisfazione ci sono, ma sono combinati male, non è questa la vita che vorrei. Fino a qualche giorno fa pensavo che le cose che non mi aiutano sono un marito che come lavoratore autonomo non riesce ad avere uno stipendio degno di questo nome (non riuscirebbe a mantenere neppure se stesso, per capirci), un datore di lavoro che non conosce la parola ferie o permesso, un lavoro a tempo pieno che è a circa un’ora di auto da casa mia,e altre cosucce del genere. La colpa era della società, del marito, del capo… Però…. però da qualche giorno (e in particolare dopo lunghe e serie riflessioni su realtà familiari completamente diverse, per es. emerse dal dibattito su homeschooling)sto cercando di rialzare la testa e mi sono accorta che la cosa che non mi aiuta maggiormente sono io, io con la mia paura di cambiare, di non fare “ciò che gli altri si aspettano da me”, di affrontare i miei ingiustificati sensi di colpa, la mia insicurezza, le critiche degli altri, di non voler guardare avanti in senso positivo. Devo ammettere che non è facile riprogettare la propria vita alla soglia degli “anta”, e quando economicamente si sta già raschiando il barile, ma qualcosa devo fare, la vita non può (e non deve) essere tutta qui. Quindi mi aiuta la volontà di non trovar più scuse e di applicare un bel pò di sano downshifting, partendo dalle piccole cose, assumendomene ogni responsabilità (mi riferisco soprattutto alle pressioni derivanti dall’ufficio) e soprattutto tornando a vivere quanto più possibile coerente con me stessa e con le mie aspettative, a cui troppo spesso ho voluto rinunciare per paura di sbagliare.

LASCIA UN COMMENTO