Competenze e rivoluzioni
Questo post è stato scritto da PiattiniCinesi come contributo alla nostra iniziativa del CerVello di mamma e papà. Come sempre Anna sa stupirci con la delicatezza e profondità della sue riflessioni, che pur partendo dalla sua esperienza personale finiscono per descrivere l’esperienza di ciascuna di noi.
Silvia e Serena mi hanno chiesto un post sull’argomento il Cervello di Mamma e Papà, e io subito mi sono ricordata di una cosa che avevo scritto tempo fa, poco dopo l’apertura del blog, e che potete trovare qui. Ma rileggendolo adesso l’ho sentito distante, come se fra allora e adesso fossero passati molto più di due anni, che forse è la sensazione che abbiamo quando viviamo una rivoluzione interiore.
Pensando a quello che avrei dovuto scrivere sull’argomento ho riflettuto su come è cambiata la mia vita negli ultimi dieci anni, da quando cioè è nato il primo figlio.
La prima rivoluzione è stata la gravidanza. Vivere per nove mesi sulla linea sottile che separa l’essere dal non essere, partecipare al mistero della creazione della vita senza capirci in fondo niente, essere parte attiva di un processo con forti limitazioni decisionali, credo che cambi per sempre le prospettive su quello che significa l’esistenza.
La seconda rivoluzione è stato capire sulla mia pelle cosa vuol dire occuparsi di qualcuno giorno per giorno. Viviamo in un mondo di monadi. La responsabilità nei confronti degli altri è un’esperienza che molti non faranno mai. Ma imparare la pazienza, la tortura degli orari, delle azioni ripetute mille volte, lo zen della routine, il rispetto delle esigenze altrui, è un insegnamento prezioso.
La terza rivoluzione è stato scoprire che quello che avevo imparato come madre poteva essere utile sul lavoro, e viceversa. Capire il lagnese non è poi così diverso dal capire qualcuno che parla l’operatorese (il dialetto degli operatori di ripresa romani) o “si dà le arie” in giornalistichese o geekkese. Paragonare le fasi di lavoro ai moduli di una cucina componibile ha scandalizzato qualcuno, ma ha reso le procedure giornaliere di post-produzione molto più comprensibili a chi doveva lavorarci. E soprattutto la mia capacità di rimanere impassibile di fronte agli isterismi dei capi ha suscitato la più grande ammirazione da parte di chi non aveva mai dovuto superare la prova- del-pianto-ininterrotto-di-due-ore-senza motivo, una prova che non senza ragione da qualche anno è stata inclusa nell’addestramento psicologico dei marines.
La quarta rivoluzione è stata capire quanto lavorare fuori casa mi aiutasse nel difficile compito della maternità. Avere diversi baricentri nella mia giornata, concentrarmi su altro, provare passione e piacere per quello che facevo mi rendeva sicuramente più disponibile in famiglia.
La quinta rivoluzione è stata capire che aiutando i miei figli a crescere, a superare le proprie paure, le proprie tristezze, ad accettare i propri limiti senza tradire la voglia di fare, l’entusiasmo, la passione per le sfide, stavo crescendo io stessa, e continuo a farlo. Per chi ancora non c’è arrivato vi avverto: i 40 anni sono come una seconda adolescenza. Roba tosta insomma.
La sesta rivoluzione è stato capire, a un certo punto, che la strada che stavo percorrendo era sbarrata, e decidere che forse avrei potuto trovarne una alternativa, che mi convenisse meglio.
Negli ultimi anni il terrore di restare senza lavoro mi aveva spesso portata ad accettare ritmi e compromessi (come quello di avere una babysitter a casa, cosa che non sopportavo, o di pensare che fosse normale lavorare fino alle 9 di sera). Non rimpiango niente. Ci sono momenti in cui bisogna fare quel tipo di scelte. A me sono servite. Ma a un certo punto mi sono chiesta se non ci fosse un altro modo di fare le cose, un modo in cui siamo noi a fare le regole, e ho provato a costruirmi le mie.
Niente è facile, e io mi sento ancora su una zattera piuttosto traballante (per quanto meno di qualche mese fa) ma alle aziende, a chi gestisce le risorse umane, e soprattutto a chi in questo momento è in cerca di lavoro, vorrei dire che nel curriculum di ciascuno, accanto agli studi, gli achievement, le lingue, la presenza su friendfeed, il possesso di un’auto o di un’ iphone, ci dovrebbe essere uno spazio riservato alle competenze sentimentali, alla capacità di ascolto, di riflessione, di dedizione, e anche… di rivoluzione.
A me ne aspettano anche molte. Faccio lo stesso augurio anche a voi.
Prova a leggere anche:
- Diventare mamma e perdere il lavoro
- Mamma manager in congedo parentale
- Genitori in congedo 2 – perchè non ne approfittiamo?
- Maternità e vacanza
- 8 maggio: festa del CerVello di mamma e papà


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Che bello questo post!!!
Condivido in pieno, soprattutto l’affermazione che i figli non sono nostri. Ho visto persone oppresse dall’ingerenza di genitori ansiosi di plasmare le loro vite, pieni di sensi di colpa per non aver rispecchiato in pieno le strade preparate da altri per loro.
Io ho avuto la fortuna di avere genitori che mi hanno sostenuta e incoraggiata senza esagerare, spero di riuscire a fare lo stesso con mia figlia.
Per quanto riguarda il lavoro, anche a me lavorare piace, ho già commentato su questo sito come purtroppo sia ancora imperante l’idea che stare fino alle 9 di sera sia indice di efficienza…chissà se cambieremo mai.
Spero proprio che questa iniziativa sia un successo, io sto preparando il mio cv ma quanto è difficile raccontare la maternità!
Ciao
PS: la prova-del-pianto-ininterrotto-di-due-ore-senza motivo più che all’addestramento dei marines mi fa pensare alla tortura cinese!
Post davvero bello. Ogni mamma sa quanto si possa imparare dalla maternità, è un bagaglio culturale e formativo insostituibile, proprio perchè unico pur avendo esperienze comuni.
Non è la prima volta che qualcosa scritto da Piattins evochi in me sensazioni familiari.
L’adolescenza dei 40 anni mi ha colpito molto, perchè in questa strana rivoluzione mi ci sono trovata anche io.
Insomma, quando tutto sembrava incanalato in una direzione, mi sono capitate vicende e persone che hanno portato a svolte. E prima tra tutte queste persone che hanno impresso svolte al corso della mia vita, è stato sicuramente mio figlio.
Ma da li è come se fosse partito un percorso nuovo, nel quale sono più disposta a cogliere i cambiamenti di direzione improvvisi con interesse ed entusiasmo.
La più grande rivoluzione che la mia maternità mi ha regalato è stata quella di essere più rivoluzionaria.
applausi e una lacrima: per il commento di Silvia. grazie
Bellissimo post!
Io sono nuova come mamma -3 mesi-, mi trovo alla “seconda rivoluzione” , leggere cose di questo tipo mi incoraggiano molto.
Di solito l’idea della maternita’ che c’e’ in giro e’ come da cartolina, tutto bello, rosa e verde acqua. Non e’ che la maternita’ sia brutta, ma non pensavo fosse cosi’ dura. Psicologica e fisicamente sono provata, mai in vita mia ero stata cosi’ atletica senza palestra e brain training ; )
Io non ho un posto di lavoro fisso, cioe’, non ho un contratto a tempo indeterminato ecc. Il mio lavoro mi attende per dopo l’estate, non so come sara’, so pero’ che non voglio essere erratica e lasciare tutto all’azzardo. Io sono stata molto critica con chi e’ tornata dalla maternita’ e sembrava che avessi la testa altrove, che non si poteva contare mai su di lei perche’ non si sapeva mai quando c’era e poi quando doveva scappare. Quando tornero’ al mio lavoro, voglio essere li’, che la mia testa sia anche li’, anche se la veste di mamma non me togliero’ mai piu’. Il mio lavoro mi piace molto ed e’ una parte importante della mia vita, mi fa felice.
Diana
ok, siamo pronti per la rivoluzione! (e anche per andare in discoteca, mi pare di capire, Silvia confermi?)
mi ha colpito l’osservazione di Diana, sull’essere con la testa sul lavoro. Lo trovo fondamentale, come staccare la spina e godersi gli affetti.
Noooo, ad andare in discoteca non ce la faccio!! Ho ancora del sonno arretrato e lo avrò per tutta la vita, temo (anche se conto molto sulla pensione).
Anche a me ha colpito l’osservazione di Diana, che non è affatto scontata. Se ci sei, ci devi essere, sia a casa con tuo figlio che al lavoro. Inutile mescolare infruttuosamente tutte le attività, meglio piuttosto organizzare la propria mente, senza però dismettere mai nessun ruolo: un conto è quello che fai, un conto quello che sei.
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