Competenze, aggressività e esplosioni di rabbia

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bambini rabbiaMolte esplosioni di rabbia nei bambini avvengono perché si trovano a dover gestire qualcosa più grande di loro, che sia riuscire ad allacciarsi le scarpe, o lo stress dello studio.
Il Vikingo fino alla scorsa estate non riusciva a colorare nei contorni. Poco male, direte voi, sono tanti i bambini che non ci riescono. Solo che per lui era un vero e proprio problema. Se il colore usciva dal contorno anche di un solo millimetro, veniva sopraffatto da una rabbia incontenibile. Tentava in ogni modo di addossarmi la colpa, urlando che lo avevo distratto. Voleva a tutti costi che io mi ingegnassi per risolvere il problema, ma qualsiasi soluzione proponessi non era per lui accettabile. Piangeva sconsolato perché il suo disegno era rovinato inesorabilmente.

Se non si capiscono i problemi scatenanti e risolvono le assenze di competenze, c’è ben poco da sperare di risolvere questi scoppi di rabbia. E questa è la ragione principale per cui, per alcuni bambini, la punizione o i premi non portano alcun giovamento pratico, e anzi hanno la conseguenza di far sentire al bambino quanto sia sbagliato senza offrirgli soluzioni per migliorarsi.

Se anche voi siete tra quelli che le avete provate tutte: punizioni, premi, time out, amore incondizionato, ricatti, minacce, avete provato a dirgli le cose dolcemente, con autorevolezza, e con autorità ma nulla sembra funzionare: forse è arrivato il momento di cambiare strategia.

Dr. Ross Greene, autore di The Explosive Child ha sviluppato un metodo per bambini che tendono ad avere frequenti e incontrollabili esplosioni di rabbia, ma che in realtà è un metodo molto utile da applicare per risolvere conflitti ripetuti con tutti i bambini. Lui, da bravo americano che si rispetti, gli ha trovato un nome “Collaborative Problem Solving” (ossia Risoluzione di problemi in modo collaborativo), ma in realtà forse non si tratta né più né meno di buon senso, insieme alla voglia di trattare un bambino come una persona di pari valore, che però non è affatto cosa ovvia.

La rivoluzione copernicana sulla quale si basa il metodo è la certezza che un bambino che sa comportarsi bene, in linea generale lo farà. L’idea cioè è che se vi trovate spesso ad affrontare crisi di rabbia molto probabilmente c’è un problema da risolvere che è denominatore comune tra tutte le crisi. Meglio quindi concentrarsi sull’individuare il problema e cercare insieme una sua soluzione, piuttosto che punire un bambino per non essere in grado di comportarsi come desiderate che faccia (visto che non sa come fare a farlo). Fin qui sembra tutto molto semplice, alla fine si tratta di capire il problema e trovare una soluzione.

Problema -> Soluzione

In realtà il problema potrebbe essere una questione puramente contingente, ma che normalmente dipende da una mancanza di una o più competenze, o skills.
Una regola d’oro è quella di riflettere su quello che succede, ossia, cercare di capire se le crisi avvengono sempre in determinate condizioni.: fame, sonno, stanchezza, momenti di passaggio, in gruppo, fuori casa, in posti rumorosi, eccetera eccetera.
Le competenze mancanti potrebbero quindi essere del tipo: capacità di mediare, flessibilità, difficoltà ad isolarsi dai rumori, adattabilità a nuovi ambienti o nuove situazioni, capacità di passare da un’attività ad un’altra, eccetera.
Lo schema è quindi un po’ più complicato e diventa più o meno

Competenze mancanti -> Problema -> Soluzione

E’ quindi l’assenza di competenza a generare il problema o conflitto. Ed è proprio sull’acquisizione di queste competenze mancanti che bisogna agire per evitare il ripetersi dei problemi e delle crisi.

Il Collaborative Problem Solving (o CPS) parte quindi proprio dal tentare di definire con esattezza il problema. Si possono individuare tre ingredienti principali:

Definizione del problema. Questa prima fase è quella in cui dobbiamo cercare di raccogliere più infomazioni possibili riguardo al problema, e il modo migliore per farlo è quello di chiederlo al diretto interessato. Greene consiglia di iniziare la domanda con una affermazione generale che riguarda un’osservazione neutrale e di chiedere al bambino di spiegare la situazione. La parte difficile è quella di fare domande riguardo un certo comportamento senza esprimere nessun giudizio in merito, e senza dare nulla per scontato (soprattutto senza pensare di conoscere già i termini del problema).
Quindi non:
Ho notato che non ti stai impegnando abbastanza a scuola. Che succede? (NO)
Ho notato che ultimamente fai il prepotente con tuo fratello. Che succede? (NO!)
Quanto piuttosto:
Ho notato che non vai volentieri a scuola in questo periodo. Che succede?
Ho notato che ultimamente litighi spesso con tuo fratello. Che succede?

Non sempre il bambino sarà in grado di rispondere a queste domande identificando subito il problema. Spesso potrebbe rispondere “non lo so” oppure offrire una spiegazione poco plausibile per il semplice fatto di essere spaesato dal vostro improvviso interessamento al problema in questione. E’ quindi importante non fermarsi e cercare di andare in profondità, continuando a fare domande, sempre sulla stessa linea fino a sviscerare il problema. Ma soprattutto è importante non tentare di spiegare la faccenda al posto suo, lasciandogli il tempo e la possibilità di esprimere il suo punto di vista in modo autonomo e privo di condizionamento da parte vostra.
Proviamo a fare un esempio pratico partendo dalla domanda:
“ho notato che ultimamente non vuoi più sistemare la tua camera prima di andare a letto. Che succede?”
Supponiamo che a prima risposta possa essere “non ho voglia di sistemare, è noioso.” potreste accettare questa come risposta, oppure continuare a chiedere “quindi pensi che sia una cosa noiosa sistemare la camera. Ho capito. C’è qualche altro motivo per cui non vuoi sistemare la tua camera la sera?” a quel punto la risposta potrebbe stupirvi “si, non ho voglia di distruggere le mie costruzioni! Ci ho messo tanto a farle, e non voglio romperle perché voglio continuare domani”
Ecco che al secondo tentativo è uscito un problema in più rispetto al primo. Ora avete identificato almeno due aspetti del problema che forse da soli non sareste riusciti ad identificare: la noia e una costruzione non finita.
E’ ora arrivato il momento di esporre quale è il vostro problema.
Attenzione però a far in modo che il problema di vostro figlio e il vostro siano messi sullo stesso piano di importanza: nessuno dei due ha valore maggiore dell’altro. IL dialogo potrebbe quindi continuare così: “Quindi se ho capito bene, il problema è che non ti va di sistemare perché pensi sia noioso, e perché magari non hai finito un lavoro che avevi appena iniziato. Il problema però è che per me è importante che tu sistemi i tuoi giochi perché….” aggiungete quello che volete voi, per esempio “perché altrimenti non è possibile pulire la stanza”

Una volta messi sul piatto tutti problemi siamo pronti per il secondo ingrediente. L’invito a risolvere il problema insieme.
“Ti viene in mente una soluzione che permetta a te di divertirti mentre sistemi, e ti permetta di evitare di distruggere la tua costruzione, e che risolva anche il mio bisogno di sistemare per poter pulire il pavimento della tua stanza?” Questa fase richiede un vero e proprio brainstorming, in cui entrambi devono sentirsi liberi di proporre soluzioni di ogni tipo prima di scegliere quale soluzione adottare. Se il bambino non propone nulla o propone una soluzione inattuabile invitatelo a pensare un po’ più a lungo. Sottolineate che non c’è fretta di trovare una soluzione, e invitatelo a pensarci ancora un po’. L’importante è trovare una soluzione che sia soddisfacente per entrambi prima di dichiarare che si è disposti ad adottarla.
Non siate tentati di proporre immediatamente la vostra soluzione, lasciate che sia prima il bambino a proporre qualcosa, non solo perché sarà più contento di attuare una soluzione a cui ha pensato lui, ma anche perché potrebbe stupirvi con una soluzione creativa a cui voi non avreste mai pensato.
Una volta identificata una possibile soluzione, sulla quale siete entrambi d’accordo, ricordatevi di dire che proverete ad attuarla, ma che se non funzionerà sarete pronti a discuterne di nuovo per trovare una soluzione migliore. Quest’ultimo aspetto è molto importante perché insegna al bambino che per trovare una soluzione soddisfacente potrebbe esserci bisogno di molto tempo.
Io e il Vikingo abbiamo trovato la nostra soluzione ai nostri problemi. Lui ha proposto di inventare un gioco che portasse i giocattoli ognuno al suo posto, rendendo l’operazione meno noiosa (idea totalmente sua) e io ho accettato di poter riporre le sue costruzioni su un ripiano speciale, in cui “salvarle” per una settimana, passata la quale vengono comunque distrutte per far posto a quelle nuove. Non tutti i problemi sono così semplici e lineari da risolvere, e più spesso c’è bisogno di molto molto più lavoro soprattutto nella prima fase, quella dell’identificazione del problema. Non ci sono infatti limiti al tipo di problema da risolvere, che si tratti di gelosia tra fratelli, di difficoltà a rimanere in silenzio in classe, di pasti che durano un’eternità, di liti con gli amichetti, di capricci al supermercato. La Collaborative Problem Solving è uno strumento a disposizione che non solo ha la capacità di risolvere conflitti, ma anche di insegnare ai bambini che i problemi si risolvono meglio insieme, e che è possibile trovare degli accordi anche quando la situazione sembra disperata.

Questo processo di CPS deve essere fatto preferibilmente a freddo, ossia in un momento di calma, e non nel bel mezzo di una crisi. A freddo infatti è più probabile che si riescano ad identificare i veri problemi, e a pensare a delle soluzioni che possano realmente funzionare. Ci sono volte però in cui non si può fare a meno di adottarlo a crisi scoppiata, e in quel caso può aiutare ad uscire dalla crisi più velocemente, ma difficilmente si riuscirà ad arrivare ad una soluzione a lungo termine. E’ come continuare a rattoppare una strada invece che rifare il manto, la toppa regge per un po’, ma pioggia dopo pioggia si ricomincia da capo. Il discorso è molto complesso, e vi consiglio vivamente di leggerlo direttamente sul libro che è ricco di esempio pratici. Fatemi sapere se c’è interesse per questo metodo, e magari posso approfondire qualche aspetto in un prossimo post.

Risorse online (in inglese): http://www.livesinthebalance.org/

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amazon.it

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28 COMMENTI

  1. Mi aggiungo a Elena a proposito di come fare quando mancano sufficienti competenze linguistiche.

    Aggiungo che trovo molte somiglianze con gli approcci di risoluzione creativa dei conflitti in M. Sclavi “Arte di ascoltare e mondi possibili” (che non è un libro sulla genitorialità).

  2. Mi piace questo approccio. In generale si tende a vedere i bambini come “alieni” e che i così detti capricci siano una sorta di mal funzionamento del “mezzo”. In realtà se si parte dal presupposto che i bambini sono persone complete al pari degli adulti, ma che devono ancora acquisire i mezzi per esprimersi, si capisce bene che i loro comportamenti sono manifestazioni di disagi che hanno sempre delle risposte (anche piuttosto banali, ovvie). Non so mi viene in mente che se un bambino si dispera perchè non riesce a stare nei bordi di un disegno forse è perché è stato fatto oggetto a scuola di paragoni, magari neanche diretti. Ma “Tizio sì che è bravo perché disegna nei bordi invece io non ci riesco quindi non sono bravo”. Oppure, talvolta, il malessere emerge quando si è in competizione con i fratelli o sorelle. Cose che ahimè capitano e possono capitare perché il bambino si confronta
    con ciò che lo circonda. La mia mediana, nella sua scomoda posizione, spesso fa riferimenti al fatto che la sorella grande è più brava di lei o che lei deve sbrigarsi a crescere. Tutto questo genera in lei frustrazione, un non essere nel “qui e ora” nel non godersi la sua età. E di conseguenza noi cerchiamo di parlare al suo “Io” più centrale, non della bambina che si mette in competizione, o fa paragoni, ma a lei “isolata” in un attimo tutto suo cercando, come dicevi tu, soluzioni e punti di vista prima suoi poi nostri e infine condivisi…

  3. invece oggi mio figlio a pranzo ha avuto una esplosione di rabbia, credo.
    tutto è iniziato perchè gli ho detto che non poteva mangiare e giocare al pc -che novità è questa? prima le lacrime, poi le urla, poi si calma, inizia a mangiare qualche spaghetto, e poi decide di no. butta per aria il piatto, volano le posate, comincia a menare me e la nonna. io lo castigo. mi scappa anche qualche scappellotto. lui continua ad agitarsi. rifiuta di mangiare.
    si getta a terra, non so come prenderlo. gli dico che se no vuole mangiare, tolgo tutto e direttamente mangia la sera. allora lui mi dice che ha fame e vuole continuare a mangiare così si risiede e cmq ricomincia da capo. alla fine arriviamo alla frutta, però mi sento sconfitta e delusa. da me e da lui. mai prima d’ora così irascibile. mai.
    mi faccio tante domande. dove ho sbagliato? c’è rimedio? forse perchè vivendo con i nonni ha 4 punti di riferimento e non 2?

  4. Serena, scusa… non avevo mica capito di dover rispondere qui!

    In effetti il bambino non ha delle esplosioni di rabbia. Purtroppo è piu’ un bimbo chiuso, che non parla molto e con il quale quindi si deve procedere a tentoni.

    Quando lui e il papà parlano, io non capisco, per ora. Quindi non so se la loro conversazione è improntata più su un piano materiale (che hai fatto a scuola) o sul piano emotivo/affettivo/sentimentale. Conoscendo il papà propendo per la prima ipotesi. E’ un padre molto dolce e coccoloso, però non è tanto bravo con le parole.

    Per questa tecnica del problem solving applicata al problema del sonno…. in modo meno strutturato noi la questione gliel’abbiamo posta (tu hai paura in camera tua, lei non dorme con te nel letto, come si fa?), ma la risposta è stata “perche’ lei non dorme nella stanza degli ospiti o nella mia?”. Giustamente questo bambino ha avuto genitori singles dall’età di 3 anni, quindi non ha assolutamente idea del fatto che l’uomo e la donna dormono insieme etc etc. Mettici pure che la mamma è chiusa come lui, e non era nemmeno troppo affettuosa col marito. Quindi forse un po’ lo spiazza anche vedere l’intimità che io ho col padre. Comunque quando ci “sorprende” a baciarci o a farci una coccola, io lo prendo per un braccio, lo metto in mezzo e gli dico “sandwiiiich”, così capisce che l’affetto non è per X o Y, ma può essere per X E Y.
    Ma ciò detto… ho ancora qualche giorno di tempo prima che torni da noi… facciamo questa riunione a freddo il primo giorno che arriva, dicendogli che abbiamo notato che l’ultima settimana che è stato da noi si è svegliato sempre, che questo non è salutare né per noi né per lui, e che vorremmo capire cosa c’è che non va e come possiamo risolvere il problema? La cosa che suggerivi della play therapy è da includere in questo “pacchetto” come una sorta di premio (tipo= l’ultima notte che sei stato qua non ti sei alzato quindi abbiamo deciso che hai “vinto” questo premio che a giorni alterni sarai re per 20 minuti e potremo giocare insieme a quello che vorrai?). Oppure è una cosa che procede su un proprio binario, che va attuata senza ulteriori spiegazioni?

    Grazie mille per tutti i consigli che saprai darmi.

    • @Veronicq la play therapy è da fare in parallelo, e non è assolutamente mai da prendere come un premio. Viceversa è ancora più utile quando si comporta male. In sintesi è una tecnica che gli garantisce tempo di qualità con te (o con il padre), e deve essere una garanzia. Lui ci deve poter contare su di voi, deve sapere che indipendentemente da come si comporta voi sarete sempre disponibile per il vostro momento di gioco speciale. E’ per questo che non va usato come premio. Va attuata senza molte spiegazioni, o al limite dicendo semplicemente “ho pensato che possiamo instaurare un momento tutto nostro, un gioco speciale, con delle regole speciali. Duranti i nostri 20 minuti non ci sarà nulla che potrà disturbarci, nemmeno il telefono, e ci dedichiamo l’una all’altro. Tu sceglierai a cosa giocare e le regole del gioco (purché ovviamente non ci siano rischi per nessuno e siano cose che fanno piacere a tutti, cioè se ti vuole legare ad una sedi e darti fuoco non vale 😉 ) Spero di aver chiarito i tuoi dubbi. Aggiungo che non sono una professionista, sono solo una mamma come altre. Se vuoi sapere di più di noi, leggi la pagina chi siamo: http://genitoricrescono.com/about/

  5. Quasi quasi lo compro e lo leggo… per me!
    Devo ammettere che spesso ho delle reazioni spropositate quando “qualcosa non mi riesce”, un po’ come fanno i bimbi. Le “vittime” sono oggetti sfasciati, presi a pugni, lanciati…
    Quando si dice che l’età anagrafica non sempre combacia con quella emotiva ed intellettiva.
    Ciao
    LB

  6. Il nostro più grande problema è riuscira a far convivere il puledrino (4 anni e mezzo) con la piccola peste (19 mesi) senza che la piccola peste riachi ogni volta la salute. Devo ammettere che le cose piano piano migliorano con il tempo (crescono entrambe) ma non sempre è facile. Le crisi di rabbia del puledrino sono spesso legate direttamente o indirettamente alla sorella. L’altro giorno l’ho sgridata perchè aveva fatto male alla piccola, la cosa non le è piaciuta, ma in quel momento non ha mostrato reazioni. Dopo circa 10 minuti per una sciocchezza è scoppiata e si è avventata su un lavoretto che avevamo fatto insieme e al quale io tenevo molto. Il suo intento era chiaramente di farmi arrabbiare e c’è riuscita. Dopo un primo momento di rabbia (alle volte faccio fatica anche io a contenermi) e passata la sua rabbia, ho parlato con lei dicendole: “ho capito che eri arrabbiata e va bene perchè si può essere arrabbiati, capita spesso anche a me, ma non va bene che alzi le mani e distruggi le cose, bisogna trovare un altro modo per sfogarsi”. Ecco ho tentato di applicare l’allenamento emotivo, sperando che prima o poi funzioni a priori e non a posteriori. Comunque trovo questo nuovo approccio molto interessante.

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