Come essere un buon genitore

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Diventare un genitore è – anche – assumersi la responsabilità di essere un modello per il proprio figlio. Ma come dev’essere un buon genitore? Che emozioni deve suscitare nel proprio figlio?

Mi sono chiesta quali emozioni ci vengano in soccorso per comprendere se stiamo o no facendo un buon lavoro, come riconoscerle e come farci aiutare da esse.
A questo punto, però, il tracciato dei miei pensieri è diventato piatto e ho compreso di essere partita con il piede sbagliato. Di aver bisogno di ingredienti diversi, per scrivere.
Come, per esempio:
un paio di scarpe da corsa
un post di un blog (ok, tre)
un film in dvd.

bravo-genitore

1. Un paio di scarpe da corsa

Avete tutti almeno un amico o un’amica che corre (magari è anche un modello per voi, con la sua tenacia e forza o velocità). Molti corrono ascoltando musica (difatti, per aiutarvi, il web è pieno di running-playlist). Ma io ho un amico (virtuale, ma vero) che un giorno mi ha detto: “io corro senza musica” – e la cosa mi ha così colpito che ho dovuto provarci.
Ho corso senza musica e ho corso con le mie amate cuffiette e l’mp3 con la sua musica-a-random che mi spiazza sempre. Cuffie alle orecchie, sono andata più veloce, ma mi è morto il respiro prima. Senza musica, sono andata a seguito del mio corpo, delle sue energie, della sua stanchezza o della sua sete di endorfine e di respiro: i pensieri hanno avuto più spazio, anche le emozioni. Qualche volta mi sono, mi hanno fermata, ma sono stata in buona compagnia: la mia. La condizione che mi permette di accogliere le emozioni dei bambini e rispondere ai loro bisogni, non a quelli che avrei io nelle condizioni in cui, non a quelli che generalmente sono di questa età o di questo gruppo o
No: io e ciascuno di loro.

2. Un post di un blog (ok, tre)

Pochi giorni fa una bella persona ha scritto un post sull’autostima (e se non avete letto abbastanza di lei qui, nelle famiglie scomposte, potete leggere di lei anche li), in cui raccomandava di guardare alla propria vita attraverso lo specchietto retrovisore, osservando tutte le volte che abbiamo realizzato qualcosa nonostante che…. Nonostante – per esempio – tutte le voci di conoscenti amici parenti che sostenevano che non ce l’avremmo fatta. Perché non ce l’avremmo fatta? Perché non corrispondevamo alla loro idea di riferimento per quell’azione che avevamo in mente.
Polly guarda nello specchietto retrovisore perdonando quei pensieri. Ci ho guardato anch’io e (ma siete liberi di pensare che sia io quella sbagliata) guardo a quelle voci, a quelle persone, con un bel po’ di rabbia. Non starò a riprendere il discorso su quanto sia sana e protettiva la rabbia (potete tornare qui, per dire): vorrei andare un po’ oltre.
La sostanza è che io e Polly siamo diverse 🙂 e che anche facendo lo stesso gesto le emozioni predominanti sono diverse. Lo è la relazione con noi stesse e quella con gli altri. Ora che ho imparato, infatti, che ci sono persone cattive o ambienti cattivi, mi fiderei meno delle loro voci e dei loro modelli (la misura della fiducia dà valore a quanto possa essere pesante, oggi, il perdono). Ma sono ancora in una fase in cui tutto ciò che ho fatto “nonostante che” mi sembra brilli, rispetto a certe collezioni di cattiverie che mi sono state così generosamente donate. Quello che sono è ben oltre i modelli a cui mi si diceva non sarei mai potuta arrivare. O meglio: non è oltre, è diverso, è me. E la mia rabbia non è che un modo con cui io mi abbraccio.

Il che mi ha fatto tornare in mente due diverse letture, fatte sul web: la prima, un post di amightygirl in cui si citano le impressioni di una bambina di sette anni (Kasey Edwards) rispetto ai commenti che la madre fa su se stessa e il proprio corpo. Non è l’immagine in sé a rendere la madre meno bella, ma l’odio che essa ha del proprio corpo (inadeguato alle immagini e ai modelli imperversanti) a tramandare alla figlia l’odio di sé, a farle interiorizzare una percezione negativa di ciò che è e ciò che può essere. La seconda, un filmato di un TED Talk in cui Larry Smith sbraita sui motivi per cui non faremo una grande carriera che termina descrivendo un dialogo tra un padre e un figlio con questa battuta: “Senti figlio mio anch’io una volta ho fatto un sogno. Ma poi sei nato tu …”
Che cosa voglio sia percepito di me? È ciò che dico, o ciò che faccio e vivo? Sono un modello o mi rifaccio a modelli esterni che non mi fanno apprezzare la mia unicità o sfruttare le emozioni che mi suscitano per dipanare, giorno dopo giorno, la mia storia – unica e irripetibile?

3. un film in dvd

E’ un film piccolo, “Carissima me”, e l’episodio che vi cito non è che una parentesi, ma significativa.
La supermanager interpretata da Sophie Marceau, Margaret, nelle scene più tese del suo lavoro, viene rappresentata mentre scava tra fotografie di grandi donne della storia (Chanel, Curie, Madre Teresa, Ava Gardner…), per ispirarsi a loro nelle interazioni successive. Tutto questo fino a quando – mentre si dipana la storia principale del film – tutti questi ruoli e modelli le vanno stretti e il mazzo di fotografie salta in aria: sono serviti, a ispirarla fino a quel punto, ma arriva un momento in cui i modelli, per quanto ottimi che ci siamo dati e che ci hanno accompagnato, devono rimanere indietro, lasciar spazio alla novità della storia. Così accade per noi, così accadrà per i figli.

Quali emozioni, allora, devono accompagnarci per saperci buoni modelli, come genitori?

Il mio augurio è che siano la contentezza, di saperci perfetti nelle imperfezioni, l’inquietudine, per affrontare tutte le novità con un coraggio che non nega la paura, e la consapevolezza che ci sono alcune emozioni che ci parlano di più, che ci sono le più fedeli amiche nella nostra storia nel mondo.
E che sapranno guidarci, a intuire dove le strade diventano vicoli ciechi o dove al contrario, oltre una salita, un tunnel scuro, si dipana qualcosa di unico, per noi o i nostri figli.

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4 COMMENTI

    • Grazie Raffaella!
      Riesco a scrivere solo se significa qualcosa per me ma allo stesso tempo temo molto… significhi “solo” a me. Per cui… doppiamente grazie!

    • Grazie, Eli’! In effetti, meglio sto con me stessa, meglio sto anche con i ragazzi 🙂 e’ un lavoro mai concluso, ma meraviglioso 🙂

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