Come aiutare i figli a scoprire i propri talenti

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Rifletto spesso sul discorso del talento, in particolare in relazione ai figli. Quando vedo mio figlio ballare ad esempio, penso che sia una delle cose che lo rende più felice. E’ una cosa che ha sempre fatto, sin da piccolissimo, da quando ha iniziato a muovere i primi passi, la musica lo ha sempre portato a sgambettare per seguirne il ritmo ovunque si trovasse. Al cinema, quando partivano i titoli di coda, si spingeva fino sotto il grande schermo per poter ballare, aprendo in più di una occasione le danze per tutti i bipedi al di sotto del metro e una manciata i centimetri presenti in sala. Come genitore mi sono trovata a decidere per lui se iscriverlo o meno ad un corso di danza, perché potesse coltivare questo suo talento, ma mi sono trovata anche a decidere se la danza dovesse essere l’unico sport oppure no. Perché mentre da un lato è vero che sarebbe un peccato non sviluppare quelle arti o quegli sport in cui abbiamo talento, dall’altro è anche vero che è difficile scoprire un talento se non ci si prova. La nostra strategia quindi è sempre stata quella di fargli provare più sport e attività possibili. Facilitati dal fatto che in Svezia la maggiorparte delle attività extra curriculari rivolte ai bambini al di sotto dei 10 anni richiede un solo impegno a settima, i miei figli hanno provato nel corso degli anni scherma, basket, nuoto, ginnastica, parcour, danza, pianoforte, scout, arrampicata, disegno, hiphop, tennis, atletica leggera, teatro. Al momento, all’età di rispettivamente 9 e 13 anni praticano un attività quasi ogni giorno della settimana per un totale di 13 attività in due. Ovviamente questo ha attirato più di qualche occhiataccia o commento per una scelta spesso giudicata estrema da chi pensa che i bambini si stressino troppo a fare troppe attività. Ma questa non è la nostra esperienza (**)

Photo by Jason Rosewell on Unsplash

La verità è che siamo bravi a fare quello che siamo bravi a fare

Spesso si fa l’errore di pensare che funzioni al contrario ossia che si riescono a fare bene le cose che ci piace fare, ma questo è vero solo in parte in realtà ci piace sentirci competenti, perché rassicura la nostra autostima e quindi ci impegniano a fare quello in cui ci sentiamo bravi per soddisfare il nostro bisogno di conferme. In pratica ci piace fare quello che abbiamo impararato a fare, almeno fino ad un certo livello. Fateci caso, non ci piace praticare nessuno sport finché non impariamo un po’ di rudimenti e scopriamo che ci viene abbastanza bene. A nessuno piace il tennis se non riesce mai a lanciare la palla dall’altro lato della rete. A nessuno piace suonare uno strumento se tutto quello che esce sono suoni irritanti. Quando invece iniziamo ad infilare palle in rete, o le note iniziano a scorrere sulla tastiera del pianoforte, in quel momento può nascere la passione per il calcio o per la musica. Questo è decisamente vero per i bambini, perché quando i bambini scoprono di essere bravi a fare qualcosa, o meglio ancora, quando credono di essere bravi a fare qualcosa, improvvisamente quel qualcosa diventa la loro attività preferita, al limite dell’ossessione. E quando diventa la loro attività preferita, iniziano naturalmente i progressi, perché con la pratica si migliora qualsiasi abilità, almeno fino ad un certo livello.

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Il talento e il grit

Ora è fuor di dubbio che ci sono cose che richiedono un impegno maggiore per diventare bravi. Tra gli sport ad esempio è indubbio che il gioco del calcio sia più semplice della pallavolo o della pallacanestro, e infatti viene mediamente praticato da bambini più piccoli. Imparare a suonare uno strumento musicale è più difficile che imparare a cantare, e anche tra gli strumenti, il pianoforte da sicuramente più soddisfazioni sin dall’inizio rispetto ad imparare a suonare il violino. Alcune attività quindi richiedono un impegno prolungato per ottenere quel minimo di soddisfazione e di appagamento che ci porta a sentirci “bravi” e ad avere quindi voglia di continuare ad impegnarci.

Quando si è bambini però, e a volte anche da adulti, la motivazione principale per impegnarsi in una certa attività è la gratificazione più o meno immediata che riceviamo da quella attività. Questo vale nel lavoro, nella scuola, negli sport, ma anche nelle amicizie (se io chiamo sempre un amico che non ricambia mai le chiamate l’amicizia inevitabilmente finisce). Della gratificazione (o reward in inglese) si parla moltissimo ad esempio nell’ambito dei social media, perché il ritardo tra azione e reazione è minimo e la gratificazione data dal collezionare likes e commenti è talmente immediata e facile, da rendere i social media alla portata di tutti. La gratificazione dà dipendenza, grazie alla dopamina, anche detto ormone della felicità, ossia l’ormone rilasciato dal nostro corpo ogni volta che proviamo gratificazione. E quando la gratificazione tarda, perché l’attività in questione richiede uno sforzo più prolungato prima di raggiungere un risultato, entra il gioco il valore del grit, ossia della grinta che ci permette di rimanere sull’obbiettivo sufficientemente a lungo prima di darci per vinti, aumentando quindi la probabilità di riuscita.

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Con il talento non si nasce

Quindi una volta accettato il fatto che il talento è un qualcosa che si deve imparare, o scoprire, e non ci è dato in dotazione dalla nascita, si capisce meglio il perché della nostra personale scelta come genitori. Nel corso di questi anni i nostri figli si sono messi alla prova in molti ambiti diversi e hanno scoperto talenti che non pensavano di avere. Non solo, il fatto di aver tentato strade diverse e di aver potuto sperimentare sport e attività differenti gli permette di collezionare skills interscambiabili, ad esempio il gioco di squadra sviluppato nel basket è stato utile anche per lavorare meglio con la propria pattuglia scout. Il senso del ritmo sviluppato nella danza è utilissimo nello studio del pianoforte. Il rimanere concentrati sull’obbiettivo nonostante la fatica fisica richiesta dal nuoto è un buon esercizio per lo sviluppo della determinazione nel finire una corsa di 1 km con il gruppo di atletica leggera. La ripetizione ad libitum di pezzi al pianoforte aiuta a sviluppare il grit nell’applicarsi nello studio di una materia ritenuta ostica, nonostante i risultati tardino ad apparire. E tutto l’insieme delle attività contribuisce a rafforzare l’autostima, perché quando ci sentiamo competenti ci sentiamo rassicurati, forti delle nostre capacità, e questo fa si che ci impegnamo sempre di più, aumentando la possibilità di scoprire talenti nascosti, con buone speranze di arrivare con uno zaino pieno di skills utili ad attraversare l’adolescenza, e speriamo che più in là li aiuterà a cogliere con grinta le sfide dell’età adulta.

 

(**) PS. Nessun bambino è stato torturato e costretto a frequentare così tante attività. Tutte le attività sono scelte da loro, e il nostro lavoro di genitori il più delle volte consiste nel tentare (invano) di limitare il loro entusiasmo, perché in realtà vorrebbero iniziarne delle nuove 😉

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2 COMMENTI

  1. Ciao, ho letto velocemente il tuo post. Sono in parte d’accordo con te. Penso che il talento esista, mentre non penso esista il genio. Ovvero, esistono persone che hanno dei lampi di genio, delle intuizioni magari non sempre riconosciute o valide, ma dei lampi di genio. Invece penso che esista il talento, lo dimostra Mozart ( hai parlato di musica). A mio avviso, lui aveva quello che si chiama l’orecchio assoluto, ovvero la possibilità di riprodurre le note o un suono in musica dopo averlo sentito solo una volta. Ma quello che lo ha reso eterno è stata la dedizione e la determinazione ( sua e di suo padre, anche per motivi economici) a diventare colui che è e sarà. Lo studio, la perseveranza e anche lo sfruttamento del suo talento ( l’orecchio assoluto) ha fatto in modo che molti lo chiamassero genio. Detto questo sono rimasta colpita dalla quantità di attività che i tuoi bambini fanno!!! Io ho bambini della stessa età e purtroppo spesso per motivi scolastici ( studio ) riescono a fare poco… Mia figlia fa nuoto una volta alla settimana, suona piano e violino. Ma le piacerebbe danzare, cantare e fare musical. Il maschietto, più piccolo vorrebbe fare basket, atletica, ma nel frattempo suona anche lui piano e chitarra, fa fumetto e nuota ( che odia) e alla fine mi ritrovo a cercare in continuazione corsi/eventi/ situazioni che possano coinvolgerli, ma mi arrendo davanti agli impegni scolastici…A volte vedo che sono delusi, specialmente la grande, che è una entusiasta e vorrebbe anche lei fare cento e un corso per sperimentare, proprio come i tuoi..forse in Italia, vedo che vivi in Svezia, la situazione è un po’ diversa. L’impegno scolastico da noi è vincolante, le scuole non apprezzano il bambino sportivo, musicale o comunque diverso da un bambino studioso…Come riesci a far loro fare queste esperienze, cosa mi consigli? Grazie

    • ciao Monica, come hai detto tu siamo sicuramente avvantaggiati dal fatto che la scuola qui in Svezia prevede pochissimi compiti a casa, e quindi hanno più tempo libero. Inoltre qui i vari club e associazioni sportive non richiedono un impegno eccessivo, spesso si tratta di 1 sola ora di allenamento settimanale per la maggior parte degli sport fino alle scuole medie quando alcuni sport intensificano gli allenamenti. Mi sembra però che anche i tuoi figli fanno già molto. Forse visto che suonano 2 strumenti possono prendere in considerazione di lasciare uno degli strumenti a favore di un’altra attività che vorrebbero iniziare? Tra l’altro imparare uno strumento musicale richiede molte ore di studio a casa oltre la lezione quindi contribuire a liberare del tempo utile per lo studio e altre attività? Una cosa che facciamo noi è di fargli provare sport o attività scegliendoli come campi estivi durante le vacanze scolastiche. Spero di averti dato qualche spunto utile. Fammi sapere!

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