Come accompagnare il senso di colpa all’uscita

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IMG_20150706_130003Per anni ho convissuto con un pesante senso di colpa.
Sentivo di non fare abbastanza nei confronti delle relazioni, di non avere abbastanza cura nei confronti delle cose e dei compiti, di poter dare più attenzione a chi aveva bisogno.
Poi ho iniziato a dipanare i fili delle emozioni, a dare a ciascuna il nome giusto e ad accettare anche quelle più difficili (verrebbe da chiamarle negative o brutte, ma non è così) fino a quanto è arrivato il momento di guardare anche il senso di colpa (che non è un’emozione, sia ben chiaro).

 

Che cos’è la colpa?

Assumersi, riconoscersi la responsabilità di un errore.
Succede, di sbagliare. Per ignoranza, per superficialità, per trascuratezza. Dove era nostra capacità e possibilità prevedere il possibile errore, evitarlo persino, dove abbiamo omesso un gesto importante o commesso un errore, realizzato un danno, ci viene richiesto di ammettere che avremmo potuto fare di più, di pagare, di restituire ciò che abbiamo danneggiato.

Poi c’è la vergogna

È sana, la vergogna: ci consente di comprendere quali cose non sono accettate o accettabili dal nostro gruppo. Ci frena rispetto ad azioni che ci metterebbero al bando per la nostra eccentricità, ci fa venire un dubbio su quale sia il comportamento più corretto per le regole del gruppo. Poi, possiamo valutare di andare oltre, perché abbiamo i nostri buoni motivi.
Finché le nostre azioni non “danneggiano” un altro, vergogna e colpa rimangono in due ambiti ben distinti. Posso vergognarmi di essere pessima nella retromarcia, ma questo è ben distinto dall’essere colpevole per aver fatto un danno, con la mia retromarcia.

Come si passi da un dato di realtà, quello di essere colpevoli di un danno, e da un’emozione protettiva rispetto all’appartenenza a un gruppo, come la vergogna, a un’opprimente, imperversante senso di colpa, non lo so.

Eppure, mi sembra ci sia un’epidemia diffusa. Si sentono in colpa i genitori che sbroccano, i figli che sclerano, le amiche che non riescono a rispondere con sufficiente solerzia.
Se scivolo lungo la china, le cose di cui posso “sentirmi in colpa” sono infinite.

Ma sono diventata grande e ho imparato che se millanta sono i motivi per cui “d’abitudine” ci pensiamo (e ci descriviamo, ancora peggio, cristalizzandoci in parole) in un determinato modo, ci sono altrettanti millanta modi con cui guardarci diversamente, magari anche stupirci.
Ho imparato a controbattere a me stessa, chiedendomi quali omissioni ci sarebbero nel mio comportamento, quali responsabilità avrei rifuggito, quali strade (e con quali energie, o soldi, o tempo) avrei potuto percorrere diversamente.
Se esistono, allora sono colpevole del mio errore. Cerco di capire perché – per esempio – ho urlato invece di spiegarmi, ho speso del tempo facendo una cosa invece che un’altra. Ma se, come spesso accade, ho fatto del mio meglio, e – oggettivamente – chiunque altro, nei miei panni, avrebbe fatto così, o peggio, allora, mi dico, non è una colpa.
Non sto dicendo che sia automaticamente facile. Né propongo un’autoassoluzione superficiale.

Mesi fa, scrissi della gelosia, e la descrissi come ombra dell’amore. Ne uscì una discussione, che mi fece sentire inadeguata e, ovviamente, colpevole di non vivere “correttamente” l’amore. Mi ci volle un po’ di tempo – e una voce amica – a riprendere le fila del mio ragionamento.

Le emozioni sono spontanee

Le emozioni sono spontanee, sia che siano facili, belle, presentabili, sia che siano difficili, le ombre in negativo di un bel sentimento. Non siamo colpevoli delle emozioni che ci attraversano. Non causiamo la nostra gioia così come non siamo gli artefici della nostra gelosia, o rabbia, o paura. Le emozioni ci attraversano per aiutarci, darci un segnale. Siamo responsabili di ciò che facciamo, ascoltato questo segnale.
Purtroppo, tendiamo a ricacciare le emozioni negative indietro, dove popolano ombre che pian piano diventano difficili da gestire. Finché non viene il momento di farci i conti, prima che ne esca fuori una rivoluzione: piano piano, si possono ascoltare, una per una e, talvolta, sorridere anche un po’ di ciò che di noi ci può dire una paura nascosta dietro una voce grossa, un’amore genuino, nascosto dietro una gelosia puerile, un’insicura tristezza, che esce fuori solo dopo che la rabbia ha sfondato tutto.
È un ascolto faticoso. Chiede di spogliarsi un po’ dell’immagine che abbiamo di noi stessi (ego) per ascoltare un po’ meglio chi siamo davvero (io credo).
È un po’ un tango, ballato tra il nostro cuore e la nostra pancia. Abbandoniamo un po’ di chi ci crediamo per scoprire un po’ di più chi siamo, e poi torniamo indietro.

Il senso di colpa, in questo ascolto, non gioca a nostro favore.
Un tempo credevo servisse da stimolo, da pungolo a tirare fuori il meglio di me. Oggi invece credo che non faccia altro che blaterare al nostro ego che avrebbe potuto o peggio dovuto fare dell’altro, fare “di meglio”, senza ascoltare quello che per noi è davvero il meglio, quello sguardo unico, sulla realtà, che solo noi, come esseri unici, possiamo portare sulla terra. Noi. E non i doveri che secondo il senso di colpa sarebbe nostro dovere adempiere. Ancora peggio, se questi doveri sono nell’ambito delle relazioni: cosa mettiamo in gioco, nella trama da costruire nelle relazioni, se non ci poniamo (o non ci lasciano porre) con il nostro vero essere ma solo con l’immagine che si vorrebbe di noi?

Alcune relazioni non escono con il buco.
Se ci portiamo ciò che serenamente siamo, con le nostre luci e le nostre ombre, ci arricchiamo reciprocamente.
Se ci imponiamo di essere o di far essere secondo dei doveri predeterminati ci perdiamo quella ricchezza che giace in ciascuno di noi, la libera umanità dell’uomo.
Una libera umanità che credo meriti tutta la nostra fiducia.

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4 COMMENTI

  1. La metafora più efficace è quella del tango: descrivi proprio bene quello che succede nella nostra mente.
    la causa principale nella “produzione” del senso di colpa secondo me deriva dalla nostra educazione, poi da ciò che ci circonda e influenza che può farci sentire inadeguati.

    • anche secondo me gran parte fa l’educazione, però ritengo anche che quello che ci circonda è ciò da cui ci piace farci circondare… più ci liberiamo dai vincoli del senso di colpa meno saranno usati come leva da chi ci circonda per farci fare ciò che a loro piace e fa comodo…. 😉

  2. quanta densità in queste tue riflessioni condivise. Ho bisogno di rileggerle altre due volte, almeno, perché ci sono cose che dici che descrivono solchi che riconosco in me e altre che ne aprirebbero alcuni, conducendomi un po’ più vicina a me stessa, immagino. O anche solo un po’ più in là rispetto a me stessa. Ogni qualvolta scrivi ti leggo con estremo piacere. Mi piace il tuo tono, il tuo timbro, che trovo sommesso e la qualità delle cose che dici. Grazie

    • grazie a te, Raffaella. Spesso scrivo cose che ho vissuto e mi rendo conto che vado piano per paura di saltare passaggi che do per scontati o al contrario di saltare dei passaggi perché se arrivo a ragionarci è perché un po’ le ho metabolizzate.. e sono già al problema dopo 😀 quindi? grazie, di accorgerti che il mio timbro è il timbro di chi è stato già bastonato dalle cose che scrive e grazie di dirmi che sono cose comprensibili!
      a presto

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