Colazione da viaggio

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Seduta al tavolo della colazione della super mega residenza per studenti londinese, studio i commensali ai tavoli vicini.

La stragrande maggioranza dello spazio è occupato da almeno tre diverse, a giudicare dalle cartelle colorate, scuole estive di ragazzini italiani in visita. Il loro vocìo riempie il salone, le domande, le curiosità, cosa si mangia come, quando si mangia cosa.

Foto utilizzata con licenza CC0

Ad un altro tavolo un gruppo di quelli che sono chiaramente residenti abituali, studenti delle varie facoltà della capitale, che a corsi finiti restano indietro, non tornano a casa, passeranno l’estate lì. Inutile dire che il motivo per cui restano indietro è che andare a casa significherebbe attraversare oceani e continenti. Si muovono sicuri nel loro spazio, con i libri da una parte e il vassoio dall’altra. Avranno la partita di tennis nel pomeriggio, fuori. Poi magari un gelato a Covent Garden, la giornata di sole e caldo ispira vacanza comunque.

Più in là, una coppia in vacanza, intorno alla sessantina, direi. Mappe alla mano, sandali ai piedi, marsupio alla cintura, caffè alle labbra.

Nella zona centrale con i divanetti, un giovane padre si districa agilmente fra il suo piatto di porridge e il piccoletto che appena sta seduto da solo e tende le manine: gli sorride, lo prende, lo bacia sul naso, lo rilascia sul divano, il braccio sempre teso dietro di lui, pronto a sostenerlo se servisse.

La signora cinquantenne in un angolo, struccata, capelli lunghi bagnati dalla doccia mattutina e pettinati indietro per farli asciugare prima di uscire, che fa colazione da sola, alza gli occhi verso una seconda signora cinquantenne in un angolo, struccata, capelli bagnati dalla doccia mattutina e pettinati indietro per farli asciugare prima di uscire, entrambe hanno il portatile davanti, chiaramente pronte ad una giornata lavorativa. La seconda, quella dell’angolo di qui, sono io.

Affondo la punta della forchetta nella mia aringa affumicata e mi chiedo, quelle domande oziose di quando mangi da sola, mi chiedo a quale dei gruppi io mi senta di appartenere. Ci penso un po’ ma la risposta che mi sento di dare è, tutti. I ragazzini italiani che si chiedono cosa siano i crumpets e annusano sospetti lo sciroppo d’acero, sono io. Ero io, sono io, lo sarò comunque sempre. Ci unisce la lingua, l’esperienza pregressa, l’attitudine di base. Gli studenti asiatici sono decisamente i più vicini, vivere e lavorare nello stesso ambiente ci unisce in modo che nessun’altra caratteristica di nazionalità, genere o preferenze potrebbe mai, sono la mia tribù, sono chi sono io, sempre lo saranno. Il genitore ovviamente sono io, ci unisce l’esperienza di negoziare il proprio spazio fra i tavoli degli alberghi al momento, ci uniranno tantissime cose negli anni che verranno. La coppia sessantenne che sceglie di pernottare in residenza studentesca anche sono io, siamo noi, ci unisce quel senso di frugalità ed essenzialità, l’età che sta per arrivare, il ritrovarsi in due dopo essere stati in tanti, il fare cose insieme. E ovviamente il mio clone dall’altro lato della stanza sono io, ci unisce l’anagrafe probabilmente che ci ha regalato quel senso di libera sciatteria e l’autorizzazione finalmente acquisita ad occupare uno spazio senza essere notati o notevoli.

Ritorno a posare lo sguardo sui ragazzini italiani e mi chiedo se anche loro fra 35 anni potranno dire lo stesso. Mi auguro di si. Noto che sono tutti lì a guardarsi negli occhi e parlare, se non altro per capire se assaggiare lo sciroppo d’acero o meno, quasi nessuno è affondato nel suo cellulare. Ottimo, penso, che ci siano, qui in questo momento, presenti. Spero che abbiano abbastanza opportunità, certo non in questa esperienza, che si sa come sono le scuole estive, ma in futuro, non soltanto di viaggiare e annusare, ma di esserci. Gli auguro di imparare a viaggiare non per “vedere” posti nuovi, affacciati ad una cartolina da postare sui social, ma per “essere” nei posti nuovi. Di poter raccontare, quando tornano, non tanto che in quel posto fanno così o colì, ma che LORO hanno vissuto integralmente l’esperienza di fare così o colì. E che magari fra 35 anni, anche loro indecisi su quale sia la loro tribù davvero, decidano che ce ne sono, in verità, tante.

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