Cinque cose che ho imparato dall’odiarmi

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Ho letto ogni cosa, dai consigli su come abbassare il volume della radio critica interna a come amare le proprie imperfezioni, ma per quanto io faccia, una parte di me sistematicamente non si comporta come si deve e mi boicotta, anzi, mi odia: è l’odio “proprio”. E ne trova sempre una da dire.

Foto Asha Komarovskaya utilizzata con licenza Flickr CC

Ma io, da questo “odio proprio” che si rivolge contro il suo proprietario, ho imparato alcune cose.

  1. Le cose su cui la critica si fa più pesante, quelle su cui la mia vocina interna non mi perdona, alla lunga, sono diventate il mio punto di forza. Dove decido di fare tutto ciò che occorra perché io stessa poi non mi debba odiare, beh, sono i prodotti o risultati in cui raggiungo quasi l’eccellenza. Ovviamente lei (io) non lo riconosce, ma razionalmente non posso (può) non notarlo. Quindi, quando voglio fare bella figura, so di dover ascoltare la voce futura della me che mi odia, prevedere i suoi rimproveri e usarli come punti di forza.
  2. Non esiste praticamente nessuno che possa dirmi qualcosa di così terribile che io non mi sia già detta e in modo peggiore.
    E’ orrendo, lo so. Però questo significa una cosa. Quando c’è qualcosa a cui tengo, qualcosa che credo sia indispensabile fare, il timore degli altri, la vergogna non hanno alcun potere su di me. Se davvero ne vale la pena, posso tentare, tanto mai nessuno dirà qualcosa peggiore di quello che mi son già detta da sola.
  3. Andare avanti giorno per giorno con una parte di me che mi odia non è né è mai stato divertente. Ma quando la voce si fa roboante, semplicemente, l’ignoro. Ho scoperto la bellezza di andare avanti, passo per passo, come un pellegrino tra le mie attività quotidiane. Lascio l’odio ruminare contro di me e io mi concentro su una pratica quotidiana dopo l’altra finché non torniamo a patti. Cosi faccio ciò che mi compete, senza ingaggiarmi nell’inutile ed estenuante lotta con questa me, che tende ad alimentarsi della lotta contro di lei.
  4. Accettando che l’odio proprio non è destinato ad andarsene sono venuta a patti con l’affermazione “o me o l’odio proprio”: non è cosi. E’ me con l’odio proprio, con il suo fastidioso patrimonio di vocine, critiche, insulti faticosi. Forse si starebbe meglio senza, ma questo è un vicolo cieco, in cui si finisce per sedersi a immaginare e non ci si alza più. Chiedo costantemente scusa del fastidio che questa parte mostra manifestamente a chi mi sta vicino, ma la realtà è che ho imparato ad andare avanti comunque, ho imparato che io comunque posso avere un mio spazio. Certo, lo condivido con l’odio proprio, ma almeno ho uno spazio. E avanzo. E tanto mi basta.
  5. Cosi come è vero che le parole con cui ci rivolgiamo a noi stessi ci condizionano e condizionano il nostro quotidiano, è altrettanto vero che gli abiti e le abitudini, anche costruite, anche autoimposte, funzionano.
    “Fake it ’til you make it”.
    Ho avuto per un periodo l’abitudine di controllare quasi ossessivamente alcuni social da cui sapevo di non ricavare altro che male per me stessa, di non stare facendo altro che alimentare l’odio proprio. Poi, un giorno che il troppo era davvero troppo, ho creato un diversivo, una sorta di trucco: ora, quando starei per farlo, ho preso l’abitudine di fare un’altra ricerca, che non ha l’obiettivo di farmi stare bene, ma ha un suo fine. Seguo quella e mi distraggo quanto basta dall’alimentare l’odio proprio.

Se e’ vero come dice Jung che ogni luce ha la sua ombra e che chi si fingesse solo positivo finirà per essere mangiato o sopraffatto dalla propria ombra, è anche vero, come dice il poeta, che “There is a crack, a crack in everything. That’s how the light gets in.“: dall’odio proprio si può far entrare la luce che serve per volersi giusto quel poco di bene che basta per poter continuare a crescere.

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