Chi sono i nativi digitali?

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L’uso di tablet al di sotto dei 3 anni non è più una novità. E’ sempre più diffusa l’immagine del bambino piccolo tenuto buono in passeggino o in macchina grazie al cellulare. Ma al di là della funzione “babysitter”, i bambini diventano digital smart un po’ prima. E’ un bene o un male? Quali sono le conseguenze sullo sviluppo? Ci sono studi in merito? Lo abbiamo chiesto a Massimo Giuliani psicologo e psicoterapeuta della famiglia, ed esperto di comunicazione e relazioni umane via web.

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Nativi digitali e nativi gutenberghiani

Non è un bene, non è un male. È semplicemente quello che sta succedendo. Le novità hanno certamente effetti sulle nostre vite, ma, spesso, ad avere conseguenze fastidiose sono i modi in cui le affrontiamo. Uno di questi modi qualche volta è la paura.
Un modo in cui qualcuno ha cercato di descrivere l’attitudine sviluppata dalle nuove generazioni nell’uso della tecnologia è quello di descrivere i giovanissimi come “nativi digitali”. L’espressione è stata inventata da un autore statunitense, Mark Prensky, e da noi ha scritto sulla questione Paolo Ferri dell’Università Milano Bicocca. È una metafora che vede i più giovani come “nativi” di una cultura nuova, e perciò portatori di un sapere e di un modo di vedere il mondo che non è del tutto assimilabile a quello dei loro genitori (“immigrati digitali” perché “nativi gutenberghiani”) e nemmeno valutabile con le loro categorie. Una cultura straniera, insomma.

L’intelligenza connettiva

I teorici dei “nativi digitali” sostengono che le stimolazioni delle nuove tecnologie agiscano a livello neurobiologico provocando cambiamenti nel funzionamento del cervello. C’è da dire che nell’era digitale investiamo su modalità di pensiero che già conoscevamo e utilizzavamo, ma che in questo contesto vengono esaltate. Dice Derrick De Kerckhove che il pensiero ipertestuale (che procede per abduzioni, per associazioni e percorsi reticolari più che per ragionamenti lineari) è quello che già applichiamo ad esempio quando leggiamo l’oroscopo: leggiamo quella storia, la connettiamo agli eventi della nostra vita e mettiamo queste connessioni dentro una cornice più grande, nella quale quella storia e quelle connessioni hanno senso. E l’intelligenza connettiva, che l’uso delle tecnologie digitali e social incoraggerebbe, ha a che fare con il mettere in relazione intelligenze, con la capacità di connettersi ad altri e di moltiplicare le intelligenze per trovare soluzioni nuove ai problemi: perché anche i videogiochi, a mano a mano che evolvono, sono sempre più collaborativi e meno solipsistici. È probabile dunque che le nuove generazioni stiano crescendo più allenate all’utilizzo di queste forme di pensiero.
Detto questo, la definizione di “nativi digitali” è molto utile per tenere presente che questi bambini crescono in mezzo a stimoli nuovi e che fanno esperienze spesso diverse dalle nostre; ma non mi soddisfa del tutto se la prendiamo alla lettera e le diamo un valore assoluto. Tutti vediamo con che facilità un bambino impari le regole di un videogioco o l’uso di un software per disegnare, ma abbiamo anche presente l’espressione sgomenta con cui un “nativo” ci guarda quando gli diciamo, ad esempio, “adesso fai un copia-incolla”. Ci sono indubbiamente momenti in cui l’abilità di un “immigrato” digitale è superiore. Come accade con tutte le definizioni che dividono il mondo in due, mi pare che il rischio sia quello di perdere un po’ della complessità della realtà.

Una questione di competenze

Giuliana Guazzaroni, una studiosa di e-learning e realtà aumentata, ha provato a classificare le abilità nell’utilizzo dei nuovi media distinguendo madrelingua digitali, digitali non madrelingua, principianti digitali, pre-intermedi digitali, eccetera: una classificazione che contempla gradazioni e sfumature nel rapporto con la tecnologia. Soprattutto, una classificazione non binaria, che piuttosto introduce differenze. E che guarda alle cose in modo complesso, perché i madrelingua hanno grande competenza nell’utilizzo del proprio linguaggio nativo, ma è quel tipo di competenza che manca di riflessione metalinguistica. Per farla facile: molti di noi, a meno che non abbiano imparato a farlo per ragioni varie, non riflettono molto sull’uso che fanno della lingua nella quale sono cresciuti. Non saprebbero descrivere le regole e le strutture che usano: semplicemente, le usano. Diverso è se devono studiarne una straniera, ad esempio. Insomma, si può essere più competenti, in questo senso, in una lingua altrui che nella propria. E questo mi pare un punto di vista interessante per superare il dualismo fra nativi e immigrati della tecnologia.
Ecco, la differenza fra il bene e il male, come accade spesso, non sta nel fatto che al mondo esistano differenze e che una generazione sia portatrice di differenze rispetto alla precedente: sta nel rischio di descrivere queste differenze in un modo che crea separazione e incomprensione, e perciò paura. La quale porta a separare e a perdere curiosità per l’altro e dunque genera incomprensione e così via, in un circolo vizioso che non si interrompe.
Mi domandi della funzione di “baby sitter” della tecnologia: è ovvio che in nessun modo questi argomenti intendono giustificare il ritiro degli adulti dalla relazione coi figli, e non c’entrano col bisogno di mettere in mano ai bambini qualunque cosa per l’ansia di proteggerli dalla noia. Anzi, sto parlando proprio di guardare alla tecnologia come una dimensione nella quale incontrarsi.
C’è una grande opportunità che si presenta, cioè quella di fare esperienze sempre più varie e diversificate. La carta e la scrittura digitale; stare connessi e stare distanti; immergersi nelle informazioni e annoiarsi; relazioni in presenza o virtuali; e persino tutte le possibilità intermedie fra queste!

– Massimo Giuliani, psicoterapeuta, Centro Milanese di Terapia della Famiglia. www.massimogiuliani.it

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7 COMMENTI

  1. Grazie a tutti per la lettura attenta e i commenti!
    Aggiungo giusto poche parole, perché il discorso con genitoricrescono continua, e credo che le curiosità dei commentatori potranno trovare soddisfazione anche nel prosieguo.
    Però, intanto, a Silvia vorrei dire che ripenso ai nostri genitori che, davanti alla musica che ascoltavamo, scuotevano il capo e si domandavano cosa ci trovassimo. Oggi, spesso, i nostri figli ascoltano (anche) la musica che ascoltavamo noi. Non la disdegnano, comunque. È più facile che abbiamo approcci diversi sulla tecnologia. Pazienza. Nessuno insegue nessuno, anzi è probabile che il futuro sarà più divertente non tanto per chi sceglierà se stare di qua o di là – analogico o digitale – ma per chi saprà mettere insieme il meglio di tutto.
    Anna, sono d’accordo: penso che se è vero che tutto questo è una specie di incontro fra “culture”, o si fa muovendosi da ambo le parti, o non si fa. Credo che nei nostri prossimi incontri verrà fuori qualche altra indicazione di letture: degli autori citati fin qui, è da tener presente Paolo Ferri che ha scritto “Nativi digitali” e, con Susanna Mantovani, “Bambini e computer. Alla scoperta delle nuove tecnologie a scuola e in famiglia”.
    Lorenzo, antica questione quella delle differenze di attitudine e di “ritmo” fra primi e secondogeniti! La missione principale di chi arriva per secondo è quella di sfruttare le vie aperte dai più grandi ma trovando al contempo uno stile e una velocità propri nel percorrerla. Dunque, in un panorama così complesso e in trasformazione, identificare strategie è difficile… però so che a volte quello che frega i genitori è il voler fare a tutti i costi le cose “uguali” per i propri figli: che uguali non sono, e spesso hanno bisogno di cose e tempi diversi.
    m@w, se ho capito le obiezioni: alle metafore non si può chiedere troppo. Quella dei “nativi digitali”, come tutte le metafore, un po’ rende l’idea di quello che vuole descrivere, un po’ va oltre. Il fatto che esistano “nativi” di una cultura inventata dagli “immigrati”, ad esempio, è un controsenso. Poi, son d’accordo, se prendiamo questa metafora per immaginare mondi separati da una specie di incomunicabilità, andiamo fuori strada. Però, come ogni metafora, allarga la prospettiva: ad esempio, questa suggerisce che per comprendere un altro, non ci basta pensare come penseremmo noi; dobbiamo domandargli come pensa lui. Dobbiamo pensare che il suo modo di vedere il mondo non è una deviazione da qualche normalità: è un altro modo.

  2. Curioso, pochi giorni fa ho scritto sul mio blog (che da un po’ è privato, visto che ho scelto di fare l’eremita digitale e che ha alcuni temi ricorrenti, tra cui questo; non vorrei fare la figura della nemica della tecnologia o della madre ansiosa, visto che non sono nè l’uno nè l’altro, ma si tratta di un argomento complesso a cui ho dedicato molte altre riflessioni) un post con lo stesso titolo.
    Lo copio-incollo (ctrl c-ctrl v) perchè lo so fare:

    Di tutte le definizioni, questa la trovo particolarmente assurda.
    Insomma i nativi sarebbero quelli che, arrivati a questo mondo, ci trovano una serie di cose già bell’e pronte e se ne appropriano senza tanti complimenti strappandole di mano a quelli che c’erano già prima di loro e che di quelle stesse cose hanno se non seguito, almeno condiviso l’evoluzione.
    La generazione dei 35-55enni, anno più, anno meno, è invece l’ultima ad aver avuto la possibilità di imparare prima le regole che vigono nel mondo reale e poi quelle trasposte nel virtuale.
    Peccato che si sia clamorosamente dimenticata che quello virtuale non è un mondo “altro”, abitato da misteriosi nativi che ne avrebbero dovuto definire e comunicarci le regole prima ancora di imparate a parlare, ma il nostro stesso mondo un po’trasformato, un mondo in cui, nel bene e nel male, vigono o dovrebbero vigere le stesse regole di quello reale.
    Peccato che per molto tempo abbia creduto che non fosse così.
    Peccato che anche adesso che qualcuno si preoccupa finalmente di mettere queste regole nero su bianco o in variopinti caratteri su schermo continui ad ignorarle.
    E peccato che non si preoccupi di trasmettere alle nuove generazioni le vecchie regole e di scrivere insieme le nuove, lasciando che questi piccoli conquistadores le infrangano impunemente e si avvelenino con frutti proibiti, vengano punti da insetti velenosi e aggrediti da animali feroci come se si fosse improvvisamente spalancato un portale su una terra ancora inesplorata e a noi sconosciuta.
    E mi ci metto tranquillamente anch’io.
    E non ho una ricetta pronta all’uso per impedirlo, ma almeno è da un po’ che mi preoccupo di cercare degli ingredienti e delle dosi che non trasformino lo svezzamento per assaggi in un’abbuffata indigesta.

  3. Grazie Massimo, le voci che non estremizzano le posizioni ma che le sfumano in opportunità di conoscenza reciproca non sono mai abbastanza. Questa storia dei “nativi digitali” è stata una scusa pronta all’uso già per troppo tempo.
    Una domanda: suggeriresti qualche strategia “di base” per comunicare con chi è nato e sta costruendo la sua percezione e il suo linguaggio in un mondo molto più stimolante e stressante di quanto accadde a me? Ho due figli di 10 e quasi sette anni e già noto enormi differenze in aspetti importanti della gestione familiare dei rapporti – come stabilire le priorità, rimanere concentrati, disporre del proprio tempo ordinatamente, non sentire l’indisponibilità altrui come un rifiuto – dovute, per quello che posso capire e sentire, a una letterale “differenza di velocità e di intensità” nella comunicazione verbale e non.
    Grazie per quanto hai già scritto e dàje così.

  4. Io sono molto incuriosita da come sta cambiando l’apprendimento dei ragazzi. La connettività, la presenza del gioco e del sociale, una grande capacità di memorizzazione a fronte di un ricorso continuo a internet per ricordare, la socializzazione che mescola fisico e virtuale sono elementi che trovo forti tra i ragazzi. Credo che sia importante per genitori e insenanti mettersi in gioco, imparare da loro per conquistare la fiducia e lasciare che imparino anche da noi, perché ci sia un passaggio generazionale più arricchente che conflittuale. Mi piacerebbe molto avere anche qualche consiglio di libri da leggere proprio sull’apprendimento e la socializzazione delle nuove generazioni, in particolare in relazione con il gioco.

  5. Sono d’accordissimo sul vivere questi cambiamenti come un’opportunità di incontro. Forse siamo la generazione di adulti che ha più argomenti in comune con i propri figli preadolescenti e adolescenti di qualunque altra precedente. In fondo gli attuali adolescenti non sono dei veri “nativi digitali”, lo sono i loro fratellini minori. Dunque, in un certo senso, noi e loro stiamo scoprendo relazioni nuove insieme.
    Mi chiedo però se i cambiamenti nei processi logici e mentali li stiamo sviluppando anche noi guttemberghiani riconvertiti al digitale oppure noi siamo “condannati” a inseguire i nostri figli con una mentalità non adeguata.

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