I benefici del portare i bambini

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Portare i bambini sin dalla nascita ha degli effetti immediati sul loro benessere da moltissimi punti di vista. Abbiamo chiesto ad Elena Sardo, psicoterapeuta e portatrice, di aiutarci a capire i benefici più importanti della pratica del babywearing.

benefici-portare-bambiniLa conquista della postura eretta ha regalato alla nostra specie la necessità di partorire cuccioli neurologicamente immaturi…ovvero con la testa più piccola, in modo da consentirne il passaggio attraverso il bacino stretto. Per compensare questa fragilità dovuta all’evoluzione, sono comparsi una serie di riflessi, atti ad aiutarli nel passaggio del canale del parto (riflesso di raddrizzamento), a ciucciare il latte anche senza avere lo stimolo della fame (riflesso tonico asimmetrico del tronco, rooting e riflesso di suzione e deglutizione) e a mantenere la vicinanza e il contatto di un adulto della specie, dopo averlo richiamato col pianto, sopperendo all’immaturità motoria (riflesso di Moro, riflesso di prensione e Babinski).
Anche l’anatomia del bacino, della colonna e della tibia del neonato sembrano proprio progettate perché sia portato in braccio (posizione sul fianco) e tenuto a contatto.

Con queste premesse sarebbe più semplice parlare di come si complichino le cose, non seguendo predisposizioni biologiche, istinto, naturalità, ma con la civilizzazione, noi esseri umani, ci siamo ritrovati a perdere di vista l’importanza di certe pratiche, che sono state ultimamente riscoperte, grazie anche all’etnopediatria e alla psicologia, ma sopratutto grazie ad una riscoperta del buon senso come guida.
Il buon senso, però, soprattutto per chi non ce l’ha e si interroga su quello degli altri, ha bisogno di essere sostenuto dalla Conoscenza, quindi: quali benefici ci sono per il bambino ad essere portato?

I benefici per il bambino

Il primo beneficio è sicuramente quello di disporre di una naturale incubatrice per completare la propria gestazione, a contatto con il corpo dell’adulto: ciò garantisce termoregolazione, regolazione del ritmo della respirazione, controllo del riflesso di Moro ed un filtro per le stimolazioni esterne. Inoltre il contatto, soprattutto se pelle a pelle, e il contenimento sono indispensabili per la strutturazione del sistema nervoso, per la riduzione dello stress e per la strutturazione sana della personalità (se la zia Pina vuole le fonti ditele di leggere Spitz e Montagu…se mastica l’inglese, ci sono ricerche anche recenti).

Il processo di attaccamento

Il contatto continuo, tra le altre cose, favorisce la produzione dell’ossitocina, sia nel bambino che nella mamma: questo ormone favorisce la fuoriuscita del latte materno, ma ha anche proprietà psicoattive: è cruciale nello sviluppo cognitivo del comportamento sociale di tutti gli animali (negli esseri umani parrebbe imputato nella capacità di riconoscere i volti) ed è alla base della creazione dei legami affettivi.
Il contatto fisico è, infatti, uno degli elementi del processo di attaccamento, ovvero della creazione del legame con i genitori, primo passo per la costituzione della base sicura, il mattone fondante della sicurezza in se stessi.
Questo, in parole povere vuol dire che, il neonato piangerà meno, perché non verrà attivato dagli stimoli ambientali, come variazioni di rumore, luce e temperatura, che lo metterebbero in uno stato di disagio e di ricerca dell’adulto: stare al mondo è un’esperienza nuova e molto forte che abbiamo bisogno di affrontare gradatamente.

Il portare stimola lo sviluppo del bambino

Per i bambini più grandi, tralasciando benefici fisici come il non respirare i gas di scarico che sono ad altezza passeggino, essere portati offre una stimolazione continua, non solo di tipo propriocettivo-vestibolare (cosa che avviene già per il neonato: ovvero i movimenti dell’adulto portatore stimolano il sistema muscolo scheletrico, come una ginnastica passiva), ma a livello dei cinque sensi.
Questo nostro sistema nervoso incompleto, necessità dell’ambiente in tutte le sue espressioni, per potersi attivare e sviluppare; siamo esseri socio-bio-psico-sociali, che nascono dotati di tutte le potenzialità, ma senza il contesto che le attivi e ne stimoli lo sviluppo, siamo destinati a morire. Per questo i bambini richiedono continuamente di essere stimolati e diventano irrequieti quando non hanno nulla da osservare e sentire. Stare addosso ad un adulto nella quotidianità, un adulto che si muove ed è affaccendato e in relazione con altre persone, offre infinite occasioni di stimolazione e apprendimento, appagando questo innato bisogno del bambino, che, soddisfatto, si addormenta, ritrovando così la condizione favorevole per il consolidamento e la rielaborazione delle acquisizione fatte durante la veglia.
Essere portati è anche un’importante “scuola” dei meccanismi socio relazionali, che regolano i nostri rapporti umani, un precoce “ingresso in società”, in cui il bambino non subisce passivo e in posizione di vulnerabilità incursioni di adulti nel proprio spazio vitale, come quando è in carrozzina o in passeggino, ma una vera e propria interazione sociale, viso a viso, a pari altezza, protetto dal contatto con l’adulto di riferimento.

Ogni genitore che ha vissuto quest’esperienza potrebbe allungare questo elenco all’infinito.
Per me, che ho portato dalla nascita entrambe le mie figlie, i benefici più evidenti sono stati la riduzione del pianto della prima bimba, nata leggermente pre-termine, quindi con maggiori difficoltà di regolazione degli stati, in poche parole più richiedente, e la possibilità di essere in relazione precoce con il mondo, potendo fare con noi moltissime cose.
Essendo il “portare” di fatto una modalità relazionale e quindi un modo che mamma e bambino hanno di comunicare, si è rivelato cruciale quando è arrivata la seconda bimba, con neanche 24 mesi di differenza: portare ci ha aiutate a mantenere continuità nel rapporto, a sentirci vicine come prima ed evitare grandi crisi di gelosia, ed è stato il mezzo per rispondere ai bisogni di una neonata, restando libera di braccia e movimenti, per poter appagare le necessità di una bimba di due anni.

– di Elena Sardo, psicologa e psicoterapeuta –

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