Bellezza aliena

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dali-bellezzaL’esperienza della meringa di Serena mi ha fatto ricordare un episodio analogo di qualche anno fa: eravamo in aeroporto, in attesa del nostro volo, e passeggiavamo su e giù per ingannare il tempo. Passando davanti un Duty Free, dove campeggiava in gigantografia il viso enorme di una modella, pubblicità di una marca di cosmetici, Boy-two, avrà avuto cinque anni, si fermò a guardare intento e poi disse convintissimo “she’s ugly” (è orribile).

Mi colpì molto questo commento: certo io non sono esattamente una utente di cosmetici, ma non ho mai considerato brutto un viso truccato, anzi, il viso era un bellissimo viso, il trucco non troppo marcato in fondo, l’insieme molto molto gradevole. Per me.

Mi chiedo cosa abbia visto invece Boy-two in quel volto, se quelle fattezze in fondo sottolineate dal trucco (anche se, ripeto, non esagerate in maniera marcata, per come la vedevo io) gli davano comunque di “falso”. Oppure se era il viso serio della modella a farlo impensierire, quella solita espressione grave e sostenuta delle foto pubblicitarie di moda. Penso cioè che ci abbia visto qualcosa di anomalo, di alieno. E l’alieno, si sa, può causare meraviglia, e la meraviglia non è sempre un’emozione positiva.

Mentre a me pareva un bel volto perché conforme a quello che avevo col tempo assimilato come un prototipo di bel volto, abituata alle immagini patinate. Immagini che invece per lui non erano abitudinarie, non usando io cosmetici, non avendo per casa riviste di moda, con pochissima televisione al nostro attivo, e vivendo in un ambiente in cui il trucco e parrucco è davvero una cosa da divertimento del venerdì sera, momento in cui le ragazze si trasformano in bellissimi uccelli del paradiso, coloratissimi e con pettinature elaborate, per puro divertimento, piuttosto che qualcosa che vedi, seppure in una versione più lieve “da giorno”, nel quotidiano.

Certo, la cosa non avrebbe dovuto stupirmi, nel senso che dovrei essere usa a questa percezione duale del mondo, a questa vita in cui l’alieno e il familiare si intersecano, si confondono e si mescolano, alternandosi in continuazione. Non pretendo di essere un caso unico o isolato, se l’esperienza della bellezza per ognuno di noi passa anche dal nostro vissuto, da quello che la bellezza ci ispira, o ci ricorda. Solo che.

Solo che leggo i post di Lorenzo, che racconta ai figli la sua bellezza, di Silvia, che rivede con gli occhi del figlio luoghi che ha amato, e mi accorgo che è un po’ differente per me questo aspetto.

Io mi guardo intorno, gli occhi accarezzano queste colline, questa pietra grigia, questo verde tanto unico, la “green and pleasant land“, e i colori ormai familiari dopo tanti anni sanno ancora stupirmi, sanno ancora di nuovo.

A volte, uno dei piccoli grandi lussi di essere expat, mi concedo di giocare con le mie percezioni: passeggio e mi concentro a guardare di nuovo quello che mi circonda con gli occhi di tanti anni fa, di quando arrivai per la prima volta. E’ una iniezione di meraviglia questo esercizio, perché riscopro una parte di me che spesso la quotidianità sopprime, tutto mi pare bello perché tutto mi crea stupore, come tanti anni prima mi sento come se mi ritrovassi a passeggiare nella Contea degli Hobbit, avvolta da qualcosa di ben noto ma al contempo di magico che posso finalmente assaporare da protagonista (un po’ come la prima volta che si ha l’occasione di ammirare dal vivo un quadro famoso: da un lato non si prova troppo stupore perché lo si conosce perfettamente, talmente tante foto e riproduzioni si sono viste, dall’altro invece ci si stupisce ed emoziona perché si stenta a credere di essere davanti a quello vero, quello autentico e unico).

Questo esercizio di meraviglia può coinvolgere tutti i sensi, non soltanto la vista, intendiamoci, e anche con esperienze più prosaiche, e mio malgrado. Anche entrare nel cucinino dell’ufficio e percepire, per dire, il microonde del collega che si riscalda il tikka masala diventa un’esperienza estetica, la percezione di un odore che sa di casa ormai, ma che al contempo sa di cosa nuova, sa della vita nuova tutta mia che mi sono costruita in questi anni, sa della mia valigia, e dei miei addii.

Tutto questo per forza di cose non si applica ai miei figli: per il semplice motivo che per loro lo scoiattolo che campeggia in giardino, o le gazze sul melo, o il volpino che nei giorni di nebbia puoi intravvedere nel boschetto dietro casa, o il sentiero fra gli aceri, sono la quotidianità. Come quotidianità è il curry, o ascoltare le rime sconclusionate di Dr. Seuss o di Edward Lear, o la coda alla fermata dell’autobus, o la sera di Halloween. Certo lo stupore non manca, certe cose sono speciali e basta, ma è stupore per la cosa in sè,  manca questo ulteriore passaggio.

Manca l’odore di valigia.

Cosa che invece hanno per loro il mare, il caldo, il cielo azzurro, l’odore di pasticceria. Loro che, ovviamente, dicono di voler vivere in Italia da grandi. Che, ovviamente, dicono che “mamma, ma vivere in appartamento è fighissimo! Io voglio vivere in un appartamento da grande!”, e non è (ancora!) per spirito di contraddizione, ma proprio perché tutto questo pare loro nuovo, e li riempie di meraviglia.

Insomma, sento che esiste un livello, nel consumare insieme ai miei figli la bellezza, oltre il quale non possiamo andare nella condivisione. Proprio per mancanza di linguaggio comune, che va oltre quel “abbiamo avuto esperienze diverse” che magari è comune a molti genitori e figli, ma ha radici nell’essere alieni gli uni agli altri. Il linguaggio stesso è, per primo, causa di meraviglia vicendevole: scoprire il linguaggio, gli uni degli altri, ascoltare i boys leggere ad alta voce ed apprezzare la pronuncia in leggerezza di certe parole ancora per noi ostiche, o restare colpiti da una particolare locuzione a cena che non fa parte del nostro limitato lessico inglese, o viceversa stupirli con filastrocche nostre, con le loro vocali secche e le erre rotanti. Parlare, parlarci, avrà sempre questo substrato di meraviglia reciproca, che si aggiunge e prescinde dal contenuto della comunicazione.

Alieni ma al contempo famiglia. Non che mi crucci della cosa, intendiamoci, avere figli “stranieri” significa che anche questo, vivere in una contraddizione continua: anche il non capire che caaaaavolo dicono a volte, diventa la normalità, ci si abitua a tutto nella vita, sappiatelo. Del resto noi siamo traghettatori, lo abbiam detto, abbiamo altre faccende per le mani.

La persistenza della memoria – Salvador Dalí

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1 COMMENTO

  1. Come ti capisco cara, ci penso spesso a questa cosa.
    Essere famiglia, madre e figlia, con lo stesso sangue, le stesse espressioni del volto, lo stesso modo di dormire, eppure essere ctresciute in due mondi cosi’ differenti!

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