Bambini, bambine e potere

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I bambini e le bambine incontrano presto relazioni e strutture di potere, e anche la violenza che li accompagna. Il che non vuol dire, automaticamente, che si tratti di «violenza sui minori»: stiamo parlando di forme di potere e di esibizione di un potere (quindi anche forme di violenza) che non si riconducono però a reati, né azioni classificate come comportamento violento, come abuso, a volte neppure maleducazione.

Foto di Jason Pratt utilizzata con licenza Flickr CC
Il gioco del «poliziotto buono e poliziotto cattivo», ormai proverbiale in tanti telefilm e cliché letterari, lo si usa in famiglia da secoli. Il papà è quello che è «meglio non far arrabbiare» o le conseguenze della sua arrabbiatura saranno ben peggiori di quelle materne; meglio non fargli sapere le cose; meglio non costringerlo a decidere, meglio non metterlo di fronte al fatto compiuto; la sua ultima parola, di solito, è quella definitiva. Questi sono modi per istituire una gerarchia di potere nella quale l’uomo/padre sarà sempre superiore alla donna/madre, e lassù rimarrà per tutta la durata della crescita del bambino o bambina. L’eco di questa gerarchia si sentirà ovunque durante le attività di bambini e bambine.

Ancora oggi molti genitori credono che i giochi nei quali si usa la forza (regolata) o il contatto fisico siano pensati per i maschi e non per le femmine – anche quando la forza è solo usata metaforicamente; la scelta degli sport da svolgere è troppo spesso dettata, specie per le ragazze, dalla preoccupazione per uno sviluppo «femminile» del corpo secondo i consueti e mai discussi canoni di grazia e armonia, senza valutare l’ipocrisia di questo canone.

Per le bambine ginnastica artistica sì, arti marziali no; pallavolo sì, pallacanestro no; atletica sì, calcio no. I desideri di bambini e bambine passano quasi sempre in secondo piano rispetto alle richieste di una immagine sociale del loro sesso, e non ci sono casi e statistiche che tengano: la mentalità patriarcale e sessista resiste a ogni evidenza numerica e a ogni testimonianza eccezionale.

Deviare un desiderio, mortificare una possibile esperienza di sé, sono forme di violenza, e spingere una bambina verso la danza invece che verso il judo o un bambino al calcio invece che al pattinaggio artistico – quando queste scelte sono dettate da pregiudizi – sono violenze. Violenze che hanno un valore “contaminante”, perché queste scelte rimarranno come segni impressi, strade, condotte di comportamento per un bambino o una bambina da usare anche in futuro. Si sottovaluta troppo spesso che il comportamento sessista di un genitore è avvertito dai bambini e dalle bambine come «la regola», come ciò che va fatto per essere accettato e voluto come bambino o bambina.

Questa imposizione, che sembra ovvia e naturale da parte di una figura autoritaria, per la prole ha un peso emotivo enorme: è in gioco la solidità del rapporto, che per bambini e bambine è vitale, quindi una repressione o una deviazione del desiderio avrà conseguenze molto sentite. Tanto per cominciare, le avrà subito nei rapporti tra pari instaurati da bambini e bambine: la violenza ricevuta sarà immancabilmente trasmessa, con i gesti o con le parole.

Tipicamente ci si stupisce di quanto i bambini e le bambine a volte siano crudeli o spietati nei loro giudizi; ci si dimentica però dei bambini nati in contesti sociali umanamente terribili che imparano a manovrare armi, o a lavorare per dieci ore al giorno in tenera età. Com’è possibile? In realtà è molto semplice: in quei contesti la loro vita è quella, è l’unica vita che abbiano vissuto e di cui abbiano sentito parlare. E pur in un contesto diverso, l’incidenza di quella realtà vissuta rimarrà decisiva: cresciuto in un contesto sessista, il bambino o la bambina sarà sessista nei pensieri e nei gesti, volendo e desiderando quei segni distintivi del proprio sesso che gli sono stati imposti, che vede agiti intorno a sé, che sente come socialmente accettabili da quando è nato.

Eppure non dovrebbe essere difficile immaginare quello che succede. I bambini tra loro sanno essere straordinariamente capaci di non stupirsi di situazioni che a noi adulti sembrano complicatissime, così come sono terribili nel discriminare chi non appartiene al loro gruppo, alla loro cerchia, a ciò che riconoscono simile a loro. Queste capacità non sono innate: sono una risposta, non filtrata da un linguaggio evoluto e da una lunga esperienza di vita, a ciò che l’ambiente sociale li ha educati ad essere. Lo stupore che suscitano in noi la loro tolleranza come la loro crudeltà, dovrebbe essere l’inizio di una migliore e più profonda comprensione di certe dinamiche sociali: invece rimane troppo spesso un’estatica ammirazione – o una empatica repulsione – per un comportamento singolo, che rende ai nostri occhi quel bambino o quella bambina unici autori e ideatori del comportamento che vediamo. Quasi mai è così.

Tratto liberamente a cura dell’autore dal libro “Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni” di Lorenzo Gasparrini, Editore Settenove

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1 COMMENTO

  1. “Mamma, io sono un maschio, vero? Non sono una femmina”
    “Amore, hai il pisello, direi che sei proprio un maschio. Perché, qual è il problema?”
    Guarda, altro, sospira, poi fa:
    “Le femmine vanno a balletto”.
    E fu così che alla tenera età di 4 anni trovai una classe di balletto di soli maschi – scoprii che un altro paio di scuole ne avevano – e comunque dopo tre mesi di casino e un saggio, Luca decise che in fondo balletto non gli interessava. E manco a suo fratello maggiore che aveva insistito per farlo anche lui.

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