Bambini ad alto potenziale cognitivo

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“E’ un bambino tanto intelligente!”
Ecco una frase che – seppure pronunciata con le migliori intenzioni – è priva di significato e può creare un sacco di pericolosi malintesi. L’intelligenza è un concetto dinamico, in constante evoluzione e che si diversifica in competenze variegate. Lo stesso vale per il talento. Ma possono diventare una voragine emozionale da riempire con pregiudizi e falsi miti.
Vorrei provare a fare un piccolo riassunto, come mamma e non certo come esperta, sulla base di ciò che ho imparato sui bambini ad alto potenziale.

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Chi sono i bambini ad alto potenziale cognitivo?

Secondo le statistiche, circa il 5% della popolazione infantile ha un alto potenziale, ossia uno sviluppo cognitivo superiore alla media dell’età (che si identifica normalmente con un QI superiore ai 130 punti).
Alcune caratteristiche sono:
• profonda curiosità e desiderio di approfondimento su questioni complesse, pensiero astratto
• precocità nello sviluppo del linguaggio, grande memoria e apprendimento spontaneo della lettura\scrittura in età prescolare
• enorme sensibilità, perfezionismo, facilità alla frustrazione e bassa autostima
• alto livello di energia
• sviluppato senso dell’umorismo
• dissincronia tra sviluppo cognitivo ed emozionale
• difficoltà di integrazione nel gruppo dei pari
• difficoltà nel riconoscere l’autorità

Non si parla assolutamente di piccoli “geni” ma di bambini che fin da piccolissimi mostrano comportamenti peculiari, modalità di pensiero originali, difficoltà oggettive che li portano a sentirsi diversi dai coetanei. Non è una scelta e neppure un percorso facilitato, come si sarebbe portati a credere. Anzi, spesso la plusdotazione si trasforma in un limite, se non riconosciuta e supportata.
Per questo amo la definizione “alto potenziale”, è il riconoscimento di un nucleo innato che però necessita di cura per svilupparsi. Il valore di QI ovviamente non definisce un bambino, è solo un parametro, però rappresenta un punto di partenza per comprendere determinate caratteristiche.

La scuola e lo stile di apprendimento

I bambini ad alto potenziale cognitivo iniziano ad apprendere spontaneamente, spinti dalla precoce curiosità e spesso l’ingresso nella scuola primaria rappresenta una grande delusione, si annoiano e non comprendono le richieste degli insegnanti.
Hanno ottima memoria e velocità di ragionamento, per questo riescono ad affrontare i primi anni di scuola senza doversi realmente impegnare, senza dover imparare un metodo di lavoro, senza costanza e concentrazione sui compiti assegnati. E odiando ogni tipo di attività ripetitiva.
Gli esperti parlano di pensiero “arborescente” o divergente, contrapposto al più comune pensiero sequenziale. I bambini ad alto potenziale collegano molte informazioni simultaneamente, li ramificano e scelgono strade alternative basate sull’intuizione. Ma i nostri programmi scolastici seguono un sistema essenzialmente sequenziale e per questo i bambini ad alto potenziale spesso non ottengono i risultati che ci si aspetterebbe da studenti tanto “intelligenti” e soprattutto si sentono così a disagio all’interno della classe.

Allora si aprono diverse strade, facciamo alcuni esempi:
• alcuni bambini reagiscono mettendo in discussione l’insegnante, disturbano i compagni, scappano, urlano. In questi casi il pericolo è avere diagnosi errate di ADHD,
• altri bambini si chiudono nel silenzio, soffrono di iperadattamento alle regole scolastiche (questo è il caso di mio figlio) e rischiano di essere semplicemente dimenticati dagli insegnanti,
• è anche possibile (soprattutto accade alle bambine) che scelgano di nascondere le peculiari competenze per integrarsi nel gruppo dei coetanei, per allontanare l’immagine di “diverso”.

In tutti i casi il mancato riconoscimento dell’alto potenziale può portare all’underachievement o sottorendimento, ossia uno scollamento tra il rendimento scolastico e le reali potenzialità del bambino.
Se, come dicevo, durante gli anni della primaria i bambini ad alto potenziale riescono a compensare e ad avere buoni risultati, entrando nella scuola secondaria si scontrano con la propria sostanziale impreparazione ad affrontare sfide più complesse di apprendimento e ad organizzare il lavoro quotidiano.
I risultati stentano ad arrivare, l’innato perfezionismo fa soffrire, la fatica dell’apprendere risulta frustrante, il sostegno del talento non è più sufficiente. L’autostima crolla e arriva la depressione di sentirsi improvvisamente privati del dono su cui avevano fatto così tanto affidamento.
E il rischio di fallimento e di abbandono scolastico diventa elevatissimo per i ragazzi ad alto potenziale, molto più che nella media degli studenti.
Ovviamente non sarà così per tutti ma purtroppo – senza il supporto adeguato – appare un percorso molto frequente. Per questo occorre riconoscere la diversità dei bambini ad alto potenziale come un valore positivo, occorre sostenerli con modalità di apprendimento che appaghino la loro necessità di complessità, occorre allenarli all’impegno e anche al fallimento.
Infine, permettetemi, è indispensabile non dimenticare mai che sono bambini e – come tutti – hanno tutto il diritto di essere lodati e incoraggiati, troppo spesso diamo (genitori e insegnanti) per scontati i loro risultati. Lo vedo accadere continuamente a scuola, nonostante mio figlio abbia una maestra molto attenta, e lui ne soffre molto.

Le relazioni (pericolose)

Affermare che tutti i bambini ad alto potenziale abbiano problemi nelle relazioni socio-emotive sarebbe una sciocca generalizzazione. Però è indubbio che vi siano dei tratti comuni che influenzano il loro benessere sociale.
Il primo punto che mi sento di sottolineare è l’estrema sensibilità di questi bambini, tutto viene vissuto in modo incredibilmente profondo, eventi che a noi genitori appaiono come marginali per loro assumono un valore totalizzante. Il forte senso di giustizia li porta a difendere posizioni scomode con un’energia che può risultare fastidiosa, e con una capacità di argomentazione e manipolazione da navigati principi del foro! L’estrema sensibilità rende anche molto faticosa la socializzazione, per questo può accadere che preferiscano il rapporto uno a uno piuttosto che le attività di gruppo.
Trovo illuminante questa citazione che ho preso da qui (dove c’è anche un buon riepilogo delle caratteristiche dei bambini ad alto potenziale):

To him…
a touch is a blow,
a sound is a noise,
a misfortune is a tragedy,
a joy is an ecstasy,
a friend is a lover,
a lover is a god,
and failure is death.
(Pearl Buck)

Un simile sentire rende già complesso farsi comprendere dai genitori, figuriamoci dai coetanei.
A questo si aggiunge la dissincronia nello sviluppo cognitivo e fisico-emozionale. Un minuto parlano di universo, quello seguente si arrabbiano perché non riescono fisicamente a realizzare il progetto che hanno in mente, quello dopo piangono perché la mamma ha tagliato le carote a pezzetti e non a rondelle come d’abitudine.
Quindi fin da piccolissimi i bambini ad alto potenziale appaiono diversi dai coetanei, alla scuola dell’infanzia hanno interessi inusuali, spesso non giocano con gli altri e si oppongono alle attività proposte. Questo è di solito il periodo in cui i genitori vengono “invitati” ad approfondire i presunti problemi del bambino che, a seconda dei casi, si stimano in autismo o ADHD. Immaginate la paura di genitori già sufficientemente provati dal crescere bambini così peculiari!

Sulla necessità di socializzazione a scuola, sinceramente io concordo con le posizioni del Dott. Giovanni Galli, e invito chiunque abbia interesse nell’argomento a leggere gli importanti documenti che mette a disposizione sul suo sito. L’errore fatale è pensare che tutti i ragazzi debbano, seppure con i propri tempi, giungere ad un certo livello sia nella didattica sia nella socializzazione. Ma questo non ha senso, esistono molti modi per stare bene nella comunità, non è detto che per questi bambini il luogo ideale sia la propria classe di coetanei.

I bambini plusdotati

Per concludere, l’alto potenziale cognitivo è qualcosa che i bambini hanno, non è una scelta nè una scusa.
Nella letteratura anglosassone si parla di bambini gifted, è una definizione calzante, positiva eppure non è sufficiente. L’alto potenziale è – appunto – un dono ma è anche un valore in costante divenire, deve essere riconosciuto, supportato, curato. Diversamente può trasformarsi nel peggiore nemico dei nostri bambini, motivo di frustrazione e di fallimento.
E’ importante che i genitori siano preparati ad affrontare le sfide che questi bambini pongono e non rinunciare mai ad educarli, nel rispetto della loro diversità. Per farlo spesso occorre l’aiuto di specialisti, che supportino le famiglie nel creare specifici processi di resilienza e che facciano da ponte tra i bambini e le strutture scolastiche.

E’ facile pensare che i bambini ad alto potenziale non abbiano bisogno di aiuto, soprattutto a scuola, eppure senza un supporto didattico adeguato rischiano di perdersi molto più dei compagni.
Ed è altrettanto facile pensare che dietro a questi bambini ci siano genitori ossessionati da obiettivi e performance, ma posso assicurare che la realtà è molto diversa. Nessun genitore sano di mente farebbe valutare il potenziale cognitivo del proprio figlio per soddisfare il proprio ego, dietro c’è un mondo di dolore e solitudine di cui finalmente si parla anche a livello istituzionale.

Concludo con una citazione, sono le parole di una mamma che si è fatta anima di un’associazione che molto sta facendo affinché anche Italia – come in molti altri paesi sta accadendo da tempo – la plusdotazione e il talento diventino una risorsa per la società e per la scuola, e non l’ennesimo problema da accantonare:

“…Essere genitore di un bambino dotato è un pò come vivere sulle montagne russe. A volte si sorride, a volte si resta senza fiato. A volte si ride, a volte si urla. A volte lo sguardo è pieno di meraviglia e di stupore, a volte si è agghiacciati. A volte si è orgogliosi. A volte il percorso è così snervante che non si può fare altro che piangere…”

Per approfondimenti:
Associazione Step-net
LabTalento dell’Università di Pavia
Dott. Giovanni Galli

Questo post è stato scritto per noi da Marzia – L’ascia sull’uscio

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18 COMMENTI

  1. finalmente capisco che non siamo soli!! ho una bambina fantastica, solare aperta a tutti ma con un “difetto” che solo ora abbiamo capito…alla materna giocava da sola, si isolava, pretendeva di parlare dei pianeti del sistema solare a 3 anni con i suoi coetanei..ora è in prima, si annoia e non ha voglia di fare i compiti..le maestre non si spiegano perchè, visto che è così intelligente…ora ce lo spieghiamo noi genitori e vorremmo intraprendere il cammino del riconoscimento per poter concordare con le maestre una didattica che non la annoi o che non la faccia sentire inadeguata nonostante il suo dono, vogliamo che le maestre comprendano che le sue reazioni non sono capricci.
    Grazie

  2. Gentile Marzia sono capitata qui perchè cercavo informazioni sui bambini da alto potenziale cognitivo, dopo l’ennesimo mio pianto per non saper ‘come prendere’ la mia meravigliosa bimba, Anna di 7 anni e mezzo. a casa tutti c’eravamo accorti della sua diversità fin da piccola, ha imparato a leggere da sola prima dei 4 anni..ora legge romanzi di 300 pagine in due giorni…oltre a questo, testa eternamente fra le nuvole, enormemente oppositiva, crisi di rabbia ingestibili…dopo un percorso di un anno e mezzo con una bravissima neuropsichiatra che ha lavorato molto anche con noi genitori alcune cose sono migliorate, ma forse perchè abbiamo cambiato atteggiamento noi, in realtà Anna è la stessa di prima, con le sue difficoltà . la prima elementare un disastro, quest’anno la Provvidenza ci ha mandato un’insegnante che ha subito riconosciuto la plusdotazione di Anna, comincio a leggere articoli al riguardo (quest’ultimo mi ha toccato il cuore, è il ritratto di mia figlia) e capisco qualche cosa in più, soprattutto non mi sento più tanto colpevole come genitore (dove ho sbagliato??)…c’è un’associazione a Padova, Talentgate, che segue bimbi e famiglie..probabilmente ci rivolgeremo a loro. La mia sofferenza è grande quando torna a casa da scuola, triste, demotivata, annoiata, mentre i suoi compagni lavorano lei si perde nel mondo della fantasia e a casa oltre i compiti infinite pagine noiose da recuperare…come vorrei esistessero supporti scolastici per stimolarla in modo più adatto a lei..
    grazie per questo articolo, per le testimonianze di altre mamme, mi sento meno sola.
    Silvia

  3. Questo articolo è il ritratto esatto di mio figlio maggiore, ma proprio preciso!!
    Noi dai 5 anni circa siamo stati seguiti da uno psicologo specializzato in DSA, con cui abbiamo fatto, separatamente bambino e genitori, una specie di corso di educazione all’emotività, che ci aiutati per tutto il discorso oppositività. Sul lato dell’apprendimento vero e proprio, devo dire invece che il beneficio maggiore l’abbiamo visto nel passaggio alla prima media, dove gli insegnanti finalmente apprezzano il suo pensiero “divergente” focalizzandosi più sui risultati che sul percorso. (Insegnanti da baciarsi i gomiti, aggiungo!). Rimane per lui purtroppo una fatica enorme nel concentrarsi sui compiti, interi pomeriggi volati via senza combinare niente a cui segue ovviamente frustrazione…
    Volevo però aggiungere che non necessariamente il binomio alta intelligenza – scarsa emotività si avvera: mio figlio piccolo, 5 anni non compiuti, è decisamente molto avanti anche lui (legge, scrive, conta già da un pezzo), ma è anche sportivo, socievole, ubbidiente a scuola e coccoloso a casa… Le domande su quanto abbia influito in loro l’ambiente famigliare e quanto il loro stesso modo di essere rimangono aperte….

    • Riconosco in questa descrizione di Lucia anche mio figlio!
      Ha 9 anni, da sempre distratto ma che risponde a segno. Considerato genio in classe per la sua dote di logica interdisciplinare. Non racconta un granché, spesso serio e assorto, ogni tanto restiamo a bocca aperta per esplosivi scatti di ira. Va d’accordo con i compagni, ma non si affeziona e inizia ora a mostrare interesse nel trascorrere tempo con uno o due di loro. Ieri doveva ripetere l’alfabeto e siccome lo sa benissimo da almeno 5 anni…me lo ha detto a rovescio….con tanto di lettere straniere. Chiaramente fa piacere, ma poi ti attanaglia il pensiero che quello che gli viene proposto non è conforme alle sue aspettative.
      Come Lucia, anche noi abbiamo il fratellino che è esattamente opposto, coccolone, dolcissimo, solare….non vuole leggere ne scrivere….ma fa le operazioni in riga senza metterle in colonna. In prima elementare. Le maestre mi dicono anche di lui che è un genio, nonostante le difficoltà nel linguaggio. Al test europsichiatrico per il percorso logopedico risultò a 4 anni e mezzo come un bambino di 7.
      Difficoltà tremende con entrambi a svolgere i compiti a casa.

      Sto leggendo più possibile sui bambini ad alto potenziale cognitivo, vorrei approfondire con qualche specialista, ma mio marito rifiuta completamente l’argomento.

      Grazie per questi messaggi, mi fanno sentire meno isolata!!!

      • Manuela! Il mio grande, quando in prima elementare doveva leggere le schede con le prime paroline, lui che già da un anno e mezzo leggeva speditamente, leggeva le parole al contrario, come il tuo con l’alfabeto!!!
        Ora ribadisco che in prima media sta andando molto meglio, ma già io temo per l’anno prossimo, quando l’effetto novità sarà svanito, e la noia prenderà il sopravvento…
        Anche noi ci siamo informati sul bambini ad alto potenziale cognitivo, abbiamo avuto contatti con il centro di Pavia, ma io ho un po’ paura di fare di mio figlio definitivamente un “diverso”

        • Scusate se mi aggiungo allo scambio, solo per un aspetto operativo. La nostra esperienza con il LabTalento di Pavia è stata assolutamente positiva, nel senso che è stata un’occasione per conoscere meglio taluni aspetti del bambino e della nostra famiglia (e sono bravissimi con i piccoli, mio figlio che è così restio a stare solo con estranei, ha trascorso una giornata piacevole) ma non è vincolante in alcun modo e non cambia la vita, se non per una stampella in più che può essere utilizzata alla bisogna.
          La diversità dei nostri figli è palese, non potrebbe mai essere nè migliorata nè peggiorata dal risultato dei test. E’ solo un modo per fissare qualche paletto su punti di forza e punti di debolezza e magari dare al bambino/ragazzo una spiegazione in più sugli aspetti in cui si sente più in difficoltà.
          Come dicevo nel post, stabilire l’alto potenziale cognitivo non è attaccare ai bambini il cartellino del genio, non lo sono! Però per esperienza vedo che più si sentono compresi e più stanno bene nella loro pelle, anche se talvolta la vedono diversa da quella dei coetanei 🙂
          Comunque – prima di tutto – è importante che la famiglia sia serena nella sua scelta, non ci sono percorsi perfetti o modi giusti in assoluto per affrontare questo argomento. Quando la necessità di un supporto si presenta, penso non sia possibile ignorarla, solo in quel momento lo specialista ha un senso.
          In bocca al lupo!

  4. Il commento di Sonia mi conferma che uno dei problemi è proprio la confusione fra intelligenza e maturità emotiva. Che poi è difficile con gli adulti, figuriamoci con i bambini.

  5. Idem mia figlia. .. le si attagliano tutte le descrizioni, tranne forse lo spiccato umorismo essendo un pò permalosa. . Ovviamente alla materna è arrivato il classico discorso ai genitori.. non partecipa, ha delle crisi di pianto e rifiuto dell’autorità. . Ci stiamo facendo sedute dalla pedagogista che ha collaborato cn la maestra.. Risultato, dipendeva al 90 per cento dalla maestra che la sopravvalutava in maturità ed era rigida. Ora la sa prendere e la impegna quando si annoia. . Ne ha giovato anche a casa… Spero che alle elementari trovi una brava insegnante… A 18 mesi contava fino a 10., sapeva l’alfabeto, e ci divertiva. Se ora si annoia la cosa mi preoccupa. A 4 anni nn voglio che impari a leggere e scrivere anche se ne avrebbe già le capacità. Per la sua vivacitå e disobbedienza mi becco tante occhiate dalle altre mamme e mi sento spesso inadeguata. .. Altre volte sono orgogliosissima della mia piccola despota così sensibile e intelligente. Ma ogni giorno è una prova. . 🙂
    Grazie per il bellissimo articolo

  6. Cara Marzia,
    Mi ritrovo anch’io come Lanterna nella descrizione, per me gli aspetti di relazione non erano così accentuati ma da quando ho memoria ricordo spesso la sensazione di non essere del tutto parte del quadro, un po’ come essere adolescenti già a 6 anni…nel mio caso posso dire che per fortuna 35 anni fa in Veneto l’ADHD non sapevano cosa fosse, quindi la maestra mi dava semplicemente un sacco di cose in più da fare così io ero contenta e impegnata. I miei genitori dal canto loro mi hanno sempre spinto a non sedermi e a non accontentarmi dei risultati facili. Se posso dare un suggerimento ai genitori di bambini ad alto potenziale è di non pensare che riescano a fare tutto da soli: la loro mente è ricca di idee e di sete di conoscenza, ma è importante insegnare un metodo per non far disperdere tutta questa energia

  7. Grazie per i vostri commenti! Sono davvero felice di questo scambio, nato oggi su un argomento ancora poco diffuso in Italia,
    Ovviamente si tratta solo della punta dell’iceberg e di una necessaria descrizione generale, poi ogni storia è diversa, ci sono infinite variabili.
    Ad esempio nel nostro caso credo che il potenziale congnitivo abbia in parte nascosto altre problematiche, che stiamo cercando di definire proprio ultimamente. Trovare il supporto giusto può essere difficile, soprattutto quando non si sa neppure formulare le domande giuste! Per rispondere a Close, non abbiamo avuto precisi parametri circa lo scollamento tra sviluppo cognitivo e sviluppo emotivo, spero di scoprirlo presto.
    La teoria e la pratica sono molto diverse, e sono felice di leggere esperienze come quelle di Lanterna e Ciacco.29 che hanno trovato una via efficace per rispondere alle specifiche esigenze. Non dispero di riuscirci anch’io, ora che mio figlio pare deciso a collaborare … è un tipo tosto che col silenzio ha sempre tenuto lontane le domande “scomode” e i consigli più complicati 🙂
    Nel frattempo cresco anch’io, che mica ero preparata a tutto questo e sono ancora una mediocre apprendista!
    Sarà per questo che adoro “Genitoricrescono” 😉

  8. Ho seguito il filo e sono approdata da là a qua.
    Come sai, il mio Attila ha le sue peculiarità.
    Riassumendo potrei dire che tra i tanti tipi di “Intelligenza” che si possono pensare, lui ha avuto in dote un alto potenziale cognitivo e la possibilità di lavorare molto sul resto.
    La nostra storia non è molto diversa da quello che scrivi: l’opportunità di approfondire certi atteggiamenti ci è stata suggerita alla scuola dell’infanzia e, dopo un periodo di studio e valutazione (scusa la brutalità), abbiamo appreso che nostro figlio non necessitava di alcun “sostegno” dal punto di vista scolastico (non era ADHD) ma di un sostegno di sicuro. Tant’è che abbiamo scelto un percorso psicologico.
    La nostra sfida è tenere insieme la crescita intellettuale con quella emotiva, tirando un po’, spingendo un po’, rispondendo alle sue curiosità (finchè possiamo) ma invitandolo a fare una vita che, pur con le sue peculiraità, non si discosti troppo da quella degli altri ragazzini della sua età.
    I complimenti sulla sua “intelligenza” mi fanno piacere, quando mi viene chesto però se non mi piacerebbe fargli”bruciare i tempi”, sento tutto il peso della superficialità altrui: miro a un figlio sereno, felice, non ad un genio.
    La prima forma di intelligenza di una persona è la sua capacità di vivere bene la sua vita.
    Il resto dovrebbe seguire

  9. Come dicevo su FB, questo post mi tocca in quanto individuo, non in quanto mamma.
    Io ero una bambina plusdotata: contestavo gli insegnanti, non facevo i compiti, avevo interessi strani (la lirica a 12 anni…), mi annoiavo quando non c’era da imparare (veramente mi succede ancora) e dal punto di vista socio-sentimentale lasciamo perdere.
    Poi però sono andata al liceo classico, e mi sono trovata circondata magari non da disadattati come me, ma da persone più vicine a com’ero, pur rimanendo sempre sul “piedistallo” di quella brava (ma non la più brava della classe, e men che mai la più studiosa).
    Ho avuto la fortuna di apprendere un metodo di studio dalla compagnia dell’allora migliore amica, più ligia di me e con più problemi a memorizzare.
    Poi l’università è stata una passeggiata, perché ogni esame era nuovo sapere che mi entrava nel cervello.
    Ma la goduria vera è arrivata al master, in cui ero circondata di persone in gamba e intelligenti, con cervelli molto più agili del mio. Lungi dal sentirmi sminuita dalla loro compagnia, ne ho goduto e ho assorbito quello che ho potuto.
    Ecco, una cosa non mi sembra che abbiate sottolineato: spesso quelli come me sono dei sedentari. Si sentono dire fin da piccoli che sono imbranati, e finiscono per crederci. Lo sport lo odiano perché si sentono idioti e non vincono manco per sbaglio.
    Da questo fantasma mi ha liberata la danza. Danza orientale, vulgo danza del ventre, ma potrebbe servire allo scopo qualsiasi danza popolare. Mi sono riappropriata del mio corpo e ne ho conosciuto ma non odiato i limiti.
    Ecco, non ho scritto questo commento per vantarmi di quanto sono intelligente e danzereccia, eh. Lo scrivo perché, se riconoscete i vostri figli in questa descrizione, non vi spaventiate troppo: poi si cresce e si trova il proprio modo di convivere con limiti ed eccellenze.

  10. Che sollievo questo post!!!!!! Quanto ci riconosco il mio piccolo!!!!!
    Da quando è al nido siamo stati inviati da psicologi, psicomotricisti, psichiatri… abbiamo lavorato un sacco con lui perché fa fatica ad integrarsi, solo da poco (ha 6 anni) ha iniziato a giocare con i compagni, prima era sempre solo (ma non triste di esserlo) e le maestre ed educatrici ce lo facevano sempre pesare, spingendoci a consultare specialisti perché secondo loro non era normale….
    Noi ci meravigliamo davanti alle domande “esistenziali” che ci fa e per un sacco di tempo ci siamo impauriti di fronte allo stato quasi isterico in cui si metteva quando una cosa non gli riusciva come voleva lui, e questo fin da piccolissimo….Ora abbiamo imparato a conoscerlo e non ci spaventiamo più, le maestre per il momento lo capiscono e apprezzano i progressi che ha fatto per integrarsi, ma non è facile andare contro a chi avanza ipotesi che vanno dall’autismo a problemi psicologici e perfino psichiatrici… a chi associa il fatto che lui sia così esigente con sé stesso al fatto che siano i genitori a metterlo sotto pressione… Speriamo che andando avanti si ritrovi con personale dotato di buon senso che saprà capirlo….
    Comunque grazie mille per questo post che mi ha chiarito molte molte cose!!!

  11. Ciao Marzia! Ho fatto visita al tuo blog qualche volta e mi colpisce molto questo post. Davvero molto interessante.
    Anni fa ho letto un libro intitolato “Il dramma del bambino dotato” anche se a memoria mi sembra che parlasse di una generica sensibilità infantile non riconosciuta dagli insegnanti e non di un’intelligenza superiore che si traduceva in difficoltà scolastiche. Purtroppo si trattava anche di uno dei libri più colpevolizzanti per i genitori che io conosca, che offriva sì l’analisi di un problema, ma nessuno strumento ai genitori per cambiare!

    Dunque parlando di analisi e soluzioni. Devo confessare che sono reticente davanti alla “misurazione” in materia di persone – il QI per capirci – perché rischia di diventare una delle tante etichette che possono intrappolare la persona. Ma se serve a distinguere un problema da un altro, ben venga.
    Parlo, avendo in mente mia figlia che risulta precoce in alcune cose e presenta pure una differenza fra sviluppo cognitivo ed emotivo: viviamo all’estero dove ogni scuola ha un ‘’pedagogista’’ e il nostro ci spiegava che nostra figlia a 4 anni aveva le capacità cognitive di un 5enne e la maturità di un 3enne. Questo mi è servito moltissimo perché mi ha fatto chiarezza su un errore che si fa comunemente, cioè pretendere da un bambino intelligente la maturità di un bambino più grande.
    Immagino che nel caso di un bambino APC la differenza sia ancora più marcata: vi hanno dato un parametro per avere un’idea?
    Riguardo al percorso scolastico, premetto che ho insegnato per breve un periodo alle superiori e ricordo due casi di studentesse chiaramente sopra la media, di cui una presentava problemi di disciplina che però erano stati identificati senza problemi come frutto della noia. Nel caso di un paio di studenti maschi però, il problema è stato identificato molto tardi e mi chiedo se nel caso dei maschi risulta ulteriormente penalizzante un’aspettativa condivisa per cui un maschio non va “troppo” bene a scuola.
    Scrivo questo perché mi è capitato veramente un professore che mortificava gli studenti posati e le studentesse scapestrate, mentre premiava le studentesse posate e gli studenti scapestrati. Ho sempre pensato che fosse un privilegio per i maschi poter evitare di impegnarsi troppo a scuola e rifiorire più tardi, ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Non sarebbe male forse parlare chiaramente di queste aspettative non solo in merito alle bambine ma anche per i bambini.
    Ho scritto un commento troppo lungo, spero di aver contribuito in qualche modo.
    Tanti tanti in bocca al lupo di cuore, spero che continuerai a condividere il tuo percorso.

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