Bambini aggressivi: genesi del comportamento ed interventi

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Torna, con un suo validissimo contributo, (il dott.) Claudio Mochi, dell’APTI – Associazione per la Play Therapy Italia, che è già stato nostro ospite per spiegarci cos’è la play therapy.
In questo suo articolo affronta il tema dei bambini che mostrano abituali comportamenti aggressivi.

IL COMPORTAMENTO AGGRESSIVO
Alcune spiegazioni sull’origine di tali atteggiamenti e la presentazione di alcune modalità di intervento

Anche una sola persona che, nella vita del bambino, gli offra un luogo dove possa essere riconosciuto e accettato, può avere un impatto profondo nel futuro del bambino. S. Riviere (2006)

GENESI DEL COMPORTAMENTO AGGRESSIVO
La violenza cronica, sia verbale che fisica, non avviene senza contesto di riferimento. Si sviluppa nell’infanzia e di solito progredisce nell’età adulta”. Le variabili che dovrebbero essere considerate sono molte tra cui quelle psicologiche, economiche, relative all’ambiente sociale (modelli familiari di aggressività, comportamento deviante dei pari), biologiche e relative a fattori di rischio collegati allo sviluppo.
Nonostante molti autori riconoscano l’influenza di vari fattori ognuno propone spiegazioni psicologiche diverse circa lo sviluppo di alcuni atteggiamenti.
Autori che hanno come riferimento il modello cognitivo comportamentale, sostengono che i bambini aggressivi, rispetto agli altri, avrebbero deficit significativi e distorsioni importanti nel processare le informazioni. Per Mpofu e Crystal (2001) molti stimoli ambigui sarebbero pertanto interpretati come ostili, mentre per Steinberg (2003) sarebbero le limitazioni nella percezione delle interazioni sociali che determinerebbero concetti e convinzioni antisociali.
Thompson (2002), invece, ipotizza che in questa tipologia di persone il legame primario con la madre, o con altra persona che si prende cura del bambino in sostituzione della madre, è stato interrotto, o peggio, ha influenzato lo sviluppo di modelli comportamentali antisociali nei bambini.
Il fallimento nello sviluppo di un’esperienza interiore di attaccamento servirebbe pertanto ad incoraggiare e mantenere il comportamento antisociale.
S. Riviere (2006) sostiene che siano due gli elementi più influenti nel determinare l’attitudine di questi bambini: le caratteristiche del bambino stesso (livello di attività, capacità di concentrazione, controllo degli impulsi, emotività, socievolezza, capacità di risposta agli stimoli, propensione ad assumere le abitudini, eventuali peculiarità nelle caratteristiche fisiche, abilità di sviluppo) insieme a quello che definisce la storia di apprendimento del bambino. Per apprendimento del bambino intende tutto quello che ha appreso nella sua vita dentro e fuori casa, in famiglia, a scuola, con gli amici, alla televisione, ecc., comprendendo tutte quelle cose che i genitori non avrebbero certo desiderato che imparasse.

MODALITA’ DI INTERVENTO
Nel pianificare un intervento rivolto a diminuire l’aggressività bisognerebbe considerare una questione importante: sin dall’età di 18 mesi i bambini iniziano a manifestare marcate differenze rispetto a comportamenti di tipo aggressivo, per cui alcuni bimbi più di altri tendono in situazioni che generano rabbia e frustrazione a colpire, spingere e a lanciare oggetti.
Questi ed altri comportamenti aggressivi continueranno ad essere esibiti per tutto il periodo prescolare aumentando di intensità fino a raggiungere il momento culminante all’asilo, per poi decrescere nel periodo delle scuole elementari.
Archer e Cote (2005) hanno notato che la tendenza dei bambini è quella di diventare meno violenti con il trascorrere degli anni. Gli stessi autori hanno anche documentato come sia piuttosto raro riscontrare l’insorgere del comportamento aggressivo problematico nel periodo compreso tra i 2 e gli 11 anni. Tale tendenza apparirebbe evidente in epoche precedenti e sarebbe pertanto possibile in età precoce identificare con discrete possibilità di successo quei bambini che nel periodo di latenza o nell’adolescenza esibiranno problemi relativi a condotte aggressive.
Una quota rilevante di bambini (a seconda delle ricerche il 42% o il 75%) che hanno mostrato problemi di condotta aggressiva nella prima infanzia rimarrebbero tendenzialmente aggressivi nel corso di tutta l’infanzia. Inoltre, bambini che hanno manifestato precoci condotte aggressive tendono a commettere comportamenti violenti più gravi rispetto agli altri.
Queste considerazioni sostengono l’idea che un intervento d’elezione sarebbe quello di favorire in età precoce lo sviluppo di abilità che possano ridurre la necessità di agire in maniera violenta nel loro ambiente. Una modalità interessante a tale riguardo è quella di affiancare all’importantissimo e basilare tempo di gioco libero, lo sviluppo di attività di gioco strutturate che promuovano in tutti i bambini empatia, abilità sociali e rafforzino l’autostima.
Nelle situazioni in cui il problema appare invece evidente è opportuno pianificare un intervento che sarà tanto più efficace quanto prima verrà avviato. Nel seguente paragrafo verranno presentate alcune diverse tipologie di trattamento. Uno spazio maggiore verrà riservato a quelle modalità che utilizzano il linguaggio dei bambini: il gioco.

INTERVENTI POSSIBILI
– Uno dei modelli di intervento più utilizzati è quello fondato sulle tecniche cognitive comportamentali, il cui scopo è quello di intervenire sulle distorsioni e i deficit nell’interpretare le informazioni. Protocolli di questo tipo sono molto applicati anche se vengono ritenuti maggiormente efficaci con adolescenti.
– Un altro intervento è la terapia della sostituzione dell’aggressione (aggression replacement therapy). Questa tipologia di intervento psicoeducativo prevede la combinazione di principi cognitivi comportamentali con attività di tipo educativo. Nei ragazzi che frequentano questi programmi si riscontra oltre ad una diminuzione di atti di bullismo anche un incremento nelle abilità sociali. Una recente ricerche norvegese documenta l’efficacia di questo intervento anche con bambini di età compresa tra i 7 e i 12 anni.
– Tra gli interventi figurano inoltre specifici programmi focalizzati sulla gestione dell’aggressività e anche programmi come gli Incredible years, che coinvolgono genitori e figli nell’apprendimento di una varietà di strategie comportamentali.
Come anticipato, un altro settore importante di interventi è quello che si fonda gioco. Di seguito sono presentate 3 diverse modalità: Child Centered Play Therapy, interventi di Play Therapy direttiva e Play Therapy dinamica.

Child Centered Play Therapy – CCPT (Play Therapy centrata sul bambino). La CCPT ha come scopo quello di migliorare la salute mentale del bambino e le sue capacità di gestire le situazioni difficili e si applica a bambini di età compresa tra i 3 e 12-13 anni.
La completa accettazione del bambino da parte del terapeuta permette a sua volta al bambino di accettare tutte le parti di sé comprese le tendenze più aggressive e distruttive. Attraverso l’espressione di comportamenti e sentimenti aggressivi nella stanza dei giochi e, cosa più importante, con la presenza di un adulto comprensivo ed empatico, il bambino apprende a soddisfare i propri bisogni secondo modalità più socialmente accettabili. Peterson e Flanders (2005) hanno osservato che, tanto negli umani, che negli animali, è l’empatia nei confronti degli altri il processo interno che regola l’aggressione negli individui.
Nella relazione in cui il bambino nella stanza dei giochi esprime sentimenti negativi ad un adulto empatico che riflette e accetta tali sentimenti, offre un’esperienza al bambino difficilmente ottenibile in altri contesti. Moustakas (1997) ha descritto il processo che caratterizza l’intervento con bambini aggressivi. Inizialmente i bambini entrano nella stanza dei giochi con grandi emozioni che sono tipicamente diffuse e indifferenziate. Nel momento in cui il bambino sviluppa maggiore fiducia nel terapeuta, la rabbia, l’ostilità e l’aggressività diventeranno più focalizzate e poste in diretta relazione con particolari persone. Quando queste espressioni sono accettate dal playtherapist i sentimenti del bambino divengono meno intensi e influenzano in misura minore il suo comportamento. Espressioni positive iniziano ad apparire mescolate con il gioco aggressivo. Nell’ultima fase della Play Therapy il gioco del bambino risulta maggiormente caratterizzato da sentimenti positivi e il gioco diventa più realistico. In questo processo di Play Therapy viene enfatizzato, come fattore curativo per ridurre il comportamento aggressivo, la relazione tra terapeuta e bambino.

Interventi di Play Therapy direttiva. Contrariamente all’intervento precedente, in cui il playtherapist segue la guida del bambini, in questa modalità egli stesso propone una serie di attività. Gli interventi di natura direttiva indirizzati a bambini aggressivi sono molteplici. Di seguito viene presentato il protocollo di lavoro utilizzato da S. Riviere che risulta particolarmente efficace con bambini di 5-12 anni.
Riviere ha elaborato il suo programma partendo dal riscontro che i bambini con comportamento aggressivo e distruttivo hanno un’autostima che richiede continue conferme ed hanno paura di sentirsi incompetenti. Tale paura li pone spesso in una situazione difensiva che li spinge anche a biasimare gli altri per i propri errori. Considerando queste dinamiche, il primo aspetto da valutare è lo spostamento da un sistema di punizioni ad uno di ricompense. Senza entrare nel dettaglio Riviere suggerisce di spostare l’attenzione a cosa i bambini fanno di buono piuttosto di sottolineare cosa sbagliano. Il sistema di ricompense oltre ad essere cinque volte più efficace nello stimolare un comportamento rispetto al sistema di punizione tende inoltre a rimandare il messaggio che il bambino è competente.
Il secondo fondamento è il lavoro con i genitori. Per prima cosa è importante che i genitori realizzino che la funzione genitoriale con bambini di questo tipo è difficile per chiunque. È inoltre importante riconoscere con quale stile di genitorialità affrontano il problema. Kaduson (1996, 2006) sostiene che i genitori di questi bambini adottano uno stile piuttosto predicibile e che sia molto importante per loro diventarne consapevoli.
Altro aspetto fondamentale è riconoscere che, nella determinazione del comportamento indesiderato e aggressivo del bambino, le determinanti sono di natura individuale e culturale, mentre come fonti del comportamento positivo, ci sono le caratteristiche dei genitori e il livello di stress presente nella famiglia.
In parallelo al lavoro dei genitori, il playtherapist organizza una serie di attività che coinvolgono il bambino in prima persona. Le attività, tutte veicolate attraverso il gioco, hanno i seguenti obiettivi: la costruzione dell’autostima, l’addestramento nello sviluppare comportamenti finalizzati all’obiettivo, insegnare l’autocontrollo, canalizzare l’aggressività in maniera appropriata, consentire l’espressione della rabbia attraverso il gioco, praticare la pazienza, favorire la risoluzione dei problemi attraverso il gioco.

Play Therapy dinamica. Questo modello è stato sviluppato da S. Harvey e si adatta sia a bambini molto piccoli che ad adolescenti.
La Play Therapy dinamica si fonda sull’assunto che l’esperienza di gioco naturalmente creativa spontanea e condivisa produce intimità, fiducia e sentimenti positivi reciproci che sono necessari per la formazione di un attaccamento sicuro di base, l’intimità dell’amicizia e lo sviluppo dell’aspettativa che le future relazioni possano essere emotivamente appaganti.
Gli episodi di gioco prodotti da queste interazioni aiutano i bambini a sviluppare un’intrinseca motivazione ad aver fiducia negli altri e a coinvolgersi nella soluzione di problemi e dei propri conflitti e determina un miglioramento nella socializzazione con gli altri significativi. L’uso guidato di metafore nel gioco interattivo dei bambini può aiutare a sviluppare una più adeguata capacità dell’abilità di regolazione nelle situazioni sociali così come a generare alcune motivazione ad avviare la soluzione dei propri problemi.
L’obiettivo di questo approccio è la stimolazione di improvvisazione di episodi di gioco che possano rivolgersi ai problemi e ai conflitti per i quali si è cercato il sostegno del terapeuta. Il terapeuta analizzando i problemi riportati dalla famiglia predispone una serie di attività fisiche che coinvolgono genitori e figli. Le attività sono utilizzate come base di gioco da cui avviare modalità interattive improvvisate dai partecipanti. Il terapeuta interviene inoltre sostenendo i giocatori a mantenere il gioco “sintonizzato” e bilanciato tra forma ed espressione e nell’uso della metafora per collegare l’azione di gioco ai problemi.

CONCLUSIONI
Il comportamento aggressivo di alcuni bambini causa la sofferenza in altri e rappresenta un indicatore importante di predicibili difficoltà nel percorso di crescita. La tendenza a sviluppare tali modalità di comportamento può essere individuata e contenuta in periodi molto precoci. Il successo dell’intervento dipende dalla tempestività con cui si realizza, dalla flessibilità nell’applicare il trattamento più indicato al singolo e al suo nucleo familiare e possibilmente nel promuovere alcune abilità prima che le tendenze a comportamenti problematici diventino problemi manifesti.

Una manifestazione rilevante di comportamenti aggressivi è quella nota con il nome di BULLISMO, un fenomeno esteso che coinvolge la vita di molte famiglie e istituzioni.
Quando un bambino è esposto ripetutamente ad azioni negative da parte di uno o più bambini è vittima di bullismo (Olweus, 1993).
La percentuale di bambini vittime di bullismo è molto ampia, a seconda delle ricerche e dei Paesi varia dal 20% (Usa) al 49,8 % (Irlanda).
Il bullismo ha un impatto sul benessere dei bambini che ne sono vittime e sul loro sviluppo. E’ stato infatti documentata l’esistenza di una chiara relazione tra il bullismo e i risultati accademici, l’assenteismo scolastico e il disturbo di attenzione dovuto da iperattività (Dake, 2003). Le vittime del bullismo hanno inoltre più possibilità rispetto ad altri bambini di sviluppare problemi psicologici da adulti.
Tra gli atti di bullismo non dovrebbero essere trascurate le violenze di natura verbale come le prese in giro, il dare etichette o le minacce. La violenza verbale ,indipendentemente dalla sua natura, causa sofferenza e “con molta probabilità genera nelle vittime convinzioni negative circa i propri pari, creando in questo modo un ciclo aggressivo” (T. Mott, 2009).
Gli interventi su menzionati, sono tutti applicabili ai bambini coinvolti in episodi e comportamenti di bullismo.

Contatti:
cmochi@apt-italia.org
www.apt-italia.org

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21 COMMENTI

  1. Gentilissimi,

    ho un figlio di quasi 11 anni che da qualche mese manifesta aggressivita’ nei miei confronti che sono la madre. Mi dice bugie
    quando lo punisco reagisce con calci e spintoni misurandosi addirittura con me.
    A scuola è un ragazzo modello con 10 in condotta a casa sono il suo nemico . Volevo puntaualizzare che è figlio unico e dopo la scuola è in compagnia della nonna.
    Cosa posso fare cosa dirgli?
    Grazie
    F. Caleprico

  2. buona sera ho bisogno di un consiglio.sono una mamma avvilita xche non so come comportarmi con mio figlio di 7anni ,oggi e ritornato da scuola con l’ennesima nota x il suo comportamento .questa volta aveva dato un pugno a pieno viso alla compagna xche le ha procurato una punizione ,non giusta secondo lui .nel raccontare la cosa mi diceva che non era riuscito ha controllarsi dalla rabbia ,e le ha dato un pugno .I maestri mi dicono che in leo ci sono due bambini completamente diversi, quello che va benissimo a livello didattico che addirittura li stupisce e l’altro che non ubbidisce che disturba la classe ,che risponde a tono e non rispetta i maestri .A casa è un bambino “normale “e riesco a gestirlo bene .ma quando non ci siamo noi, mamma e papà,si comporta con aggressività quando pensa di essere preso in giro o pensa che li sia fatto un torto, queste son sempre le sue giustificazioni . parliamo sempre tanto con lui di qualsiasi cosa e x qualsiasi cosa succeda ,non c’è giorno che non le dica quanto e speciale x me ,sopratutto quando si comporta male . ho anche sbagliato qualche volta quando ho pensato ,e dato uno schiaffo pensando che fosse la cosa giusta in quel momento .oggi non so più cosa fare o voglia solo di abbracciarlo forte ,e piangere .

  3. mio figlio ha comportamenti molto aggressivi e violenti, non sempre ma reagisce male a comportamenti di altri bambini esempio a dispetti ecc.
    come posso aiutarlo?

  4. ho un bambino di 5 anni vilento con i compagni, lancia giochi, introverso, sfuggente, spinge, rompe gli oggetti. manifesta quotidianamente questi comportamenti, gli altri bambini lo escludono perchè fa male. e una situazione statica e ripetitiva. ne ho parlato con i genitori che affermano e anche loro sono in difficoltà. che cosa posso fare? grazie meri

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