Baciare fare dire. Cose che ai maschi nessuno dice

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Il cromosoma y impone regole precise alle quali si deve obbedire. Ma perché agli uomini non è permesso mai piangere, anche quando sono sopraffatti dal dolore? Perché un uomo non può mostrarsi sensibile ed emotivo? Perché agli uomini viene insegnato che non devono chiedere aiuto?

copertina baciare pellaiQueste sono le domande che si pone Alberto Pellai nel suo ultimo libro, “Baciare fare dire edito da Feltrinelli, e a cui risponde con le dichiarazioni degli adolescenti interpellati, nonché con dialoghi, pensieri, considerazioni da uomo, marito, padre di quattro figli, ma anche da figlio che è stato, e soprattutto da medico quale egli è e opera da anni come psicoterapeuta e ricercatore*.

Personalmente, se dovessi rispondere io a quelle domande di pancia, senza pensare, direi per la stessa ragione per cui alle femmine non è permesso avere le stesse esigenze dei maschi (essere vivaci, correre, scegliere uno sport qualunque esso sia, e via discorrendo), oppure per la stessa ragione per cui dalle femmine ci si aspetta che diventino madri, si occupino dei genitori anziani, oppure che rimangano sempre giovani… In una parola? Stereotipi di genere.

Proprio qualche settimana fa, prima di entrare nel salone di una scuola dove l’autore si accingeva a presentare un altro libro, “Tutto troppo presto“, che tratta il tema della educazione sessuale ai tempi di internet, avevo chiesto ad una mamma perché fosse venuta sola e non accompagnata dal marito, e lei mi rispose che di “queste cose” al figlio deve parlarne lei, in quanto il padre non ci pensa minimamente. Peccato, un’opportunità persa per coltivare un dialogo e un legame con il proprio figlio, dialogo e legame che sono alla base del rapporto con sé stessi e con gli altri. Non solo. Un’opportunità persa per contribuire a crescere un uomo più rispettoso: delle persone, delle idee altrui, delle altre culture.

Bene, “Baciare, dire, fare” parla di tutto ciò di cui un padre dovrebbe parlare al proprio figlio, ma non pensa che ce ne sia bisogno, o magari più semplicemente non trova il coraggio o parole adeguate per parlarne. Sfortunatamente non è disponibile on line un’anteprima del libro con il primo capitolo, perché vi stupirebbe per l’ironia, la semplicità e chiarezza, e la competenza con cui l’autore parla del primo tema, ossia la sfida tra padre e il figlio che comincia già nell’infanzia, perché:
[…] per tutta la vita l’uomo che ciascuno di noi sarà e diventerà è legato a doppio filo all’uomo che ci ha generato.

Il secondo capitolo, invece, parla di emozioni. Riporto un breve scambio di battute tra padre (l’autore) e il proprio figlio (l’adolescente), perché è un punto di vista largamente condiviso, ancora oggi:
Papà, ogni volta che vedi questo film ti commuovi.
– E allora?
– Come ‘e allora?’. Dovresti farla finita.
– E perché?
– Primo: perché sai già tutto di questo film. Lo hai visto almeno dieci volte. Lo sai a memoria. – Quindi?
– Secondo: perché piangere per un film non s’è mai visto.
– Tua mamma piange, tua sorella pure: perché non lo dici anche a loro?
– Ecco, è proprio questo il punto: loro sono femmine.
– Embè?
– Possibile che non capisci? Le femmine piangono. Gli uomini no.
– E questo chi te l’ha insegnato?
– Tutti me l’hanno insegnato. Hai mai visto il nonno piangere?

L’uomo che piange non è più debole, perché le lacrime, come scrive l’autore:
[…] non sono scritte in un cromosoma, ma sono scritte nel nostro cervello che, quando sente il dolore, ci obbliga a piangere, così qualcuno vede che stiamo male e magari si avvicina e ci abbraccia. Per confortarci, per farci sentire calore, quando il cuore è gelido, per dirci che non siamo soli, mentre stiamo così male. È questo il motivo per cui l’evoluzione ha lasciato in dotazione le lacrime agli esseri viventi: perché così quando soffrono possono subito essere riconosciuti da qualcun altro che li può aiutare e consolare. E se l’evoluzione ha fatto resistere questo meccanismo per milioni di anni, io mi domando – e vi domando – perché mai dovremmo disattivarlo, renderlo vano, per paura di non sembrare abbastanza uomini?

E sempre di stereotipi di genere si tratta dunque. Trovo che ciò che spesso a donne e uomini è negato è la libertà di essere accettati per quello che si è.

Ma il libro parla anche di bullismo, al maschile, e Pellai si interroga sul significato di “uomo forte”, perché:
La forza per noi uomini è una cosa davvero importante. Se sei forte, allora sei. Se sei debole, o come tale appari, vieni definito con una serie di aggettivi che preferiresti venissero usati per qualcun altro. “Mezzacartuccia”, “mezzasega”, “pappamolle”. La serie può continuare all’infinito perché l’uomo deve essere forte, punto e basta. E quando si dice forte, si dice forte in quel senso lì: cioè forte nel corpo, forte di muscoli. […] perché questa è un’epoca che conferisce molto potere a chi si fa vedere forte. Forte quasi fino al disprezzo, fino a trascurare quello che c’è nella mente dell’altro, nelle sue emozioni, nel suo modo di vedere e di sentire le cose.

C’è una dichiarazione di un adolescente che mi ha colpito, perché alla domanda ‘Chi è un uomo forte secondo te’, Paolo, sedici anni, risponde: <<Un uomo forte è un uomo che sa gestire ogni situazione, che non si scoraggia e si “rialza dopo ogni caduta”, però tra le persone che conosco non saprei chi è così. Gli uomini che vogliono apparire forti amano il fatto di poter controllare le altre persone. In questo modo si illudono i di essere amati, di poter fare tutto.>>

Proseguendo la lettura, ci si imbatte in altri temi, come la pornografia ed è molto divertente leggere il dialogo tra l’autore e il proprio figlio adolescente sulla scintilla che ha fatto innamorare il padre della madre, perché il figlio non si capacita che gli occhi, vengano prima di “tette e sedere” nei fattori che colpiscono di una ragazza.

Oppure di alcol e tabacco che sono un aspetto che riguarda sempre più giovani, stando alle statistiche, e vi prego di leggere il dialogo a pagina 60 perché è evidente come i figli siano esperti nel cercare di “inchiodarti” al muro. Oppure di dipendenze, siano esse la droga o gli strumenti tecnologici senza distinzione, dai videogiochi allo smartphone.

L’ultimo capitolo è dedicato alla figura del padre e alla rivoluzione che gli uomini potrebbero attuare:
La vera rivoluzione “al maschile”, la capacità di diventare persone migliori, di lasciarci alle spalle gli stereotipi di un maschilismo un po’ gretto e fine a se stesso, che si è alimentato del mito del playboy sciupa femmine, del prepotente che non guarda in faccia a nessuno, del solitario che non deve chiedere mai, del Superman che non può piangere – ecco, la vera rivoluzione al maschile forse comincia da un nuovo rapporto tra padre e figlio, tra due generazioni di maschi che vivono vicini e si illuminano a vicenda con parole e gesti che generano un’intimità profonda e il bisogno reciproco di stare in relazione. I nuovi padri sono stati molte volte presi in giro e chiamati “mammi”. Ma non è giusto pensare che un padre per stare a fianco del figlio debba assumere le caratteristiche dell’altro genitore.

Questi alcuni spunti per comprendere lo spirito del libro. Ho anche chiesto a Pellai di togliermi tre curiosità:

D. La Sua previsione è che il libro avrà più lettori o più lettrici?
R. lo leggeranno più le donne (ahimè): ma solo loro che ci trasformano e ci rendono migliori.

D. Si può dire che l’educazione della prole è anche una questione di genere, per il solo fatto di essere uomo o donna, senza entrare nel merito di cosa è meglio o peggio?
R. Sì, si può dire…

D. Ripensando alla Sua affermazione: “l’uomo che ciascuno sarà e diventerà è legato a doppio filo all’uomo che lo ha generato”, se Le chiedessi: e nel caso di un bambino adottato? Che magari non ha mai conosciuto il padre naturale? Che cosa mi risponderebbe?
R. Nel caso di un bambino adottato il maschio di riferimento è il papà adottivo, ma lui avrà sempre nel cuore e nella mente la domanda: chissà come era il mio vero papà.

*Qualche nota sull’autore: Alberto Pellai è medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, è ricercatore presso il dipartimento di scienze bio­mediche dell’Università degli Studi di Milano, dove si occupa di prevenzione in età evolutiva. Nel 2004 il Ministero della Salute gli ha conferito la medaglia d’argento al merito della Sanità pubblica. È autore di numerosi libri rivolti a genitori, insegnanti, adolescenti e bambini, tra i quali Le parole non dette (2000), Da padre a figlia (2008), e altri ancora.
Interessantissime le sue recenti considerazioni sull'”ideologia gender” (qui anche la seconda parte)

– recensione e intervista di Monica Mimangiolallergia
Il suo blog sulle allergie resta un punto di riferimento sul web, ma lei ci ricorda che “le mamme degli allergici sono mamme a 360° come tutte le altre, ed io in particolare sto coltivando il desiderio di non fare delle allergie e della DA il mio unico fulcro di interesse, quindi ben venga l’opportunità di parlare d’altro

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1 COMMENTO

  1. Sono contenta di aver letto questo post di Alberto Pellai sulla sua pagina Facebook, dopo aver scritto la recensione, perché ha scritto nero su bianco ciò che io ho pensato leggendo il libro, ma non ho espresso in questo post, perché avevo “il timore” che fosse solo una mia personalissima interpretazione, e invece… avevo letto (o meglio ho sentito) giusto fra le righe, ossia… il libro parla di Amore con l’A maiuscola.
    “Come raccontare l’essenza dell’Amore, quello con la A maiuscola ai nostri figli? Nel mio libro “Baciare, fare, dire. Cose che ai maschi nessuno dice” (Feltrinelli ed.), parlo ai miei giovani lettori proprio di questo, ovvero di come molte delle energie che metteranno nel loro percorso di crescita saranno finalizzate alla scoperta e alla conquista dell’Amore. Ma dovranno scegliere, perché di fronte a sé avranno differenti modelli ai quali ispirarsi: Casanova, Don Giovanni, Romeo. Poi li invito ad osservare un quadro di Marc Chagall: e lì dentro li invito a scoprire l’essenza dell’Amore. Ecco il passaggio che potrete proporre anche ai vostri figli, se parlando d’amore volete aiutarli “ad alzare lo sguardo” […] Parlare d’amore ad un figlio, usando l’arte: c’è bisogno di bellezza per educare al bello. Ed invece troppe volte le cose belle e importanti della vita, entrano nella vita dei nostri figli attraverso la volgarità e la bruttezza, che nulla insegnano e tutto sporcano. Avete mai educato i vostri figli anche attraverso un quadro, un bel libro, un film emozionante? Ci volete dare qualche consiglio sulla base della vostra esperienza?”
    Chi volesse proseguire la lettura, può farlo qui: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=837060469703652&id=607285592681142&substory_index=0

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