L’autodeterminazione e la lezione di Janina

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Tra me e mia suocera Janina ci sono venticinque anni, duemila chilometri, una lingua diversa e una diversa cultura – latina la mia, slava la sua.

Nonostante questo le voglio bene, tanto, e la mia stima nei suoi confronti è incondizionata.
Sì: ho proprio scritto nonostante questo e non “grazie a”.

Lei, per farsi amare da me, non fa assolutamente nulla. È sopravvissuta a tante di quelle vite e a così tante difficoltà che l’idea di assumere comportamenti amabili per compiacere qualcuno e renderlo indulgente sui suoi difetti e le sue asprezze rientra tra i vezzi che non ha mai potuto permettersi, e alla fine ha imparato a farne a meno. Il mondo si regola di conseguenza.

La filosofia di vita di Janina è semplice: accettare quello su cui non ha possibilità di manovra, specie se la fa soffrire, e lavorare duro su tutto il resto, assumendo la piena responsabilità delle proprie decisioni.

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Adesso mio marito dice che sua madre non ha avuto particolari meriti nel rimanere coerente a questa sua disciplina, dato che le difficoltà che si era ritrovata davanti sin da piccola le avevano consentito due sole scelte – annientarsi in un oceano di disperazione o venirne fuori scrollando le spalle al dolore – ma io credo sia ingeneroso. Nella filigrana degli atteggiamenti e dei comportamenti di Janina riesco a cogliere benissimo la gratitudine per poter decidere della propria vita, anche quando le conseguenza delle scelte fatte richiedono un prezzo altissimo. Ed è questa sua capacità di affrontare le conseguenze senza abbassare le spalle che ammiro così tanto in lei.

Janina ha deciso sin da piccola che si sarebbe lasciata alle spalle il pantano della sua infanzia polacca vissuta da orfana di guerra, ignorando deliberatamente il dolore che la sua condizione comportava – ché tanto nulla avrebbe potuto per cambiare la sua condizione – e scegliendo di essere felice. O almeno provarci.

È diventata ingegnere, poi madre, poi ha fatto carriera all’interno di un regime in cui l’economia si sviluppava secondo piani quinquennali che non consentivano possibilità di manovre individuali, infine ha indicato al figlio l’esistenza di una vita meno cupa, lontana dal regime e dalle leggi marziali di Wojciech Jaruzelski .
Quando infine l’impero Sovietico si è disintegrato è stata ancora Janina a traghettare la famiglia verso una nuova economia. Così, mentre mio suocero annaspava dentro un mondo per il quale aveva combattuto ma di cui non capiva le regole, lei diventava una libera professionista, apriva uno studio di progettazione, realizzava impianti elettrici, comprava automobili, cambiava casa, guardaroba, arredi, taglio di capelli, mentalità.

Tutto questo ha avuto un prezzo che Janina ha pagato senza protestare. Con la solitudine, perlopiù, e la lontananza dagli affetti più cari. E con il lavoro, certo. Janina si alza da sempre alle 4 di mattina per organizzare la giornata propria e altrui e cucinare i pasti di tutti, alleggerendo il peso della sua assenza.

Non parliamo molto, Janina e io. La mia conoscenza del polacco mi consente solo conversazioni di cortesia: osservazioni sul tempo, perlopiù, e sul gradimento dei pierogi che prepara sempre in gran quantità. Eppure riusciamo a dirci molto.
Lo facciamo attraverso sguardi brevi che lasciano passare più parole di quanto vorremmo, frasi non pronunciate che proprio per questo riusciamo a cogliere per intero, parole che continuano a vibrare anche quando vorrei lasciarle sedimentare da qualche parte, dentro pensieri leggeri dove non possono costringermi a riflettere.

È questo l’effetto che Janina ha su di me: mi obbliga a prendere atto dei miei traguardi mancati e di tutte quelle volte che mi sono arresa troppo presto. Perché la sua vita è stata talmente dura che fa fatica a capire la rinuncia, l’indulgenza, la lamentazione. Non lo fa apposta, ma le basta cambiare luce nello sguardo perché mi renda conto quanto certi miei sospiri le paiano risibili, anche quando annuisce comprensiva.
Non ci vediamo spesso, Janina e io, ma ci vogliamo bene nonostante si abbia venticinque anni di differenza e si parlino lingue diverse. Nonostante questo e non “grazie a”.

Ci siamo salutate l’ultima volta la scorsa settimana, dopo un breve soggiorno natalizio a Lublino. Mi spiaceva moltissimo lasciarla ma ugualmente sono stata cauta e ho evitato di incrociare il suo sguardo per paura di quello che avrebbe voluto dire. Siamo rimaste abbracciate a lungo scompigliandoci i capelli reciprocamente e dicendoci quanto ci volevamo bene, ma poi ho fatto l’errore di confessarle che mi sarebbe mancata tanto – lei, mio suocero, la Polonia tutta – e che questa lontananza mi straziava.
E allora le è sfuggito quello sguardo. Lo ha mimetizzato dentro parole di ringraziamento, ma ho sentito benissimo il significato che nascondevano.

Adesso è tardi” ha detto con gli occhi “e le tue decisioni si ripercuotono su troppe vite. Ma dodici anni fa eri qui, in Polonia, e avresti potuto rimanere. Le bambine erano piccole, noi eravamo giovani, tuo marito aveva un buon lavoro e tu avresti potuto rimanere e sviluppare una tua attività. C’era ancora un clima pionieristico, ricordi?
Ricordo” le ho risposto senza parlare “e ricordo che mi è mancato il coraggio di lasciare le mie sicurezze in ItaliaVa bene così” ha annuito lei in silenzio “Ma è stata una tua decisione. Non ti è stata imposta, hai scelto tu, perché hai anche avuto questa fortuna. E quindi di cosa ti stai lamentando?

Lamentando? Di niente. Mi stavo solo commiserando, perché ogni volta che ci salutiamo mi si spezza il cuore. Perché io sono invecchiata, Janina, e anche tu non sei più tanto giovane, e ogni volta che ci abbracciamo ho il timore che possa essere l’ultima. Perché ogni volta che parto sono costretta a ricordare come la paura abbia influenzato le mie scelte e come la soluzione più facile non sia stata infine quella più giusta.

Allora Janina ha fatto quella cosa che fa sempre quando inizio a piagnucolarmi addosso: mi ha inchiodato alle mie responsabilità.
È il prezzo della possibilità di autodeterminarci, questo. Possiamo prendere le nostre decisioni ma poi siamo obbligati a subirne le conseguenze. Si decide e se ne paga il prezzo, anche quando il prezzo è dato da cuori che si spezzano. È quello che ho sempre fatto anche io, grata di averne avuta la possibilità

Facile per lei, che ha dovuto imparare a non farsi travolgere da dolori su cui non aveva alcuna capacità di intervento. Difficile per me, più abituata a cercare scuse che strade.
Mamma, scegli: o ti dai una mossa o perderai l’aereo” mi ha infine richiamato alla realtà la figlia diciassettenne rompendo l’incantesimo e dimostrando in una volta sola che la genetica è una scienza esatta, che un’adolescente è e rimane una rompiscatole a qualunque latitudine e che almeno lei la lezione sull’autodeterminazione l’ha imparata. Almeno spero.

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1 COMMENTO

  1. L’ha imparata, l’ha imparata. E grazie a (e non nonostante) al fatto che tu non sei sua nonna, che hai altri modi di fare scelte, e che crescere con questi due modelli è molto più formtico che averne uno solo, perchè così le sue scelte le potrà fare in maniera più informata.

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