Arrabbiarsi coi figli in tre semplici mosse

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Arrabbiarsi con i figli è una cosa che ci viene molto naturale. Ecco tre semplici step per imparare a controllare il nostro comportamento e dargli un senso.

Foto ©Chandru Ramkumar utilizzata in licenza Creative Common
Foto ©Chandru Ramkumar utilizzata in licenza Creative Common

1. La rabbia è naturale e sana, i gesti dettati dalla rabbia no.

Considero la rabbia un’amica, un segnale importante che ci parla di noi stessi. Un’emozione potente, ricca, viva e vitalizzante, che può spingerci a cambiare. Alla rabbia dobbiamo alcuni dei capisaldi del nostro mondo, a cui siamo arrivati attraverso rivoluzioni più o meno sofferte.
Le emozioni sono spontanee e si affermano spontaneamente: negarle, è un peccato. Ascoltarle – nella calma, con la meditazione, un’attività artistica … – una benedizione.
Questo non significa però essere meno responsabili dei nostri gesti. Tutt’altro.
Per questo, la prima cosa che faccio quando i miei figli fanno “fischiare la valvola della pentola a pressione” (cioè io), se siamo davvero al limite, è fermarmi e andarmene.
Spiego che esco perché stanno facendo qualcosa che mi tocca profondamente, mi urta e mi spingerebbe a reagire in un modo che non farebbe bene né a me, né a loro.
Esco di scena (se la situazione non è di emergenza) senza sensi di colpa, ma cosciente di fare una cosa buona per tutti. Per me stessa, capire su quali corde profonde stanno allegramente zampettando, è sempre un utile e arricchente insegnamento. Per loro, capire che hanno raggiunto un limite è altrettanto importante: il limite offre a un bambino in crescita il territorio in cui forma la propria identità. Cerca lo scontro con noi per capire chi è. E a chi, più che a coloro che lo stanno accompagnando alla vita, chiedere di essere così forte da arrivare agli scontri emotivamente più intensi?

2. “Arrabbiati per ciò che riguarda me, non per ciò che riguarda te!”

Un conto è la nostra emozione di rabbia, un conto la causa scatenante, spesso inconsciamente legata a ciò che siamo, a nostri fastidi irrisolti o inquietudini che non appartengono direttamente a nostro figlio, anche se è lui che ci sta facendo saltare i nervi.

“Un altro grave ostacolo, in cui si imbattono spesso genitori per il resto molto ragionevoli e attenti, si ha quando il genitore è convinto di esprimere un forte coinvolgimento emotivo nei confronti del figlio, mentre la percezione del figlio è che al genitore non importi nulla di lui” (B. Bettleheim, “Un genitore quasi perfetto”).

La nostra forte partecipazione emotiva può convincere il bambino della sua importanza per noi ma altrettanto allontanarlo dalla comprensione delle nostre reazioni quando “sente” nel nostro interesse per un certo argomento altre nostre motivazioni più o meno inconscie.

“è la situazione che si verifica spesso quando il genitore attribuisce esplicitamente molta importanza alla buona riuscita scolastica e reagisce in modo esagerato a qualunque insuccesso del figlio negli studi. [..] Si crea cioè una di quelle situazioni in cui il genitore è sicuro di avere a cuore esclusivamente il bene del figlio, mentre il figlio è altrettanto convinto che a suo padre o a sua madre stia a cuore soltanto il suo rendimento scolastico, e non la sua persona” (Bettleheim, cit.).

Per non parlare delle situazioni in cui – per una separazione o per altre cause che “distraggono” i genitori da lui – un cattivo rendimento o semplicemente far infuriare i genitori è il modo più immediato e inconscio di ottenere quello che – per quel bambino, o ragazzo – è l’interesse primario, più essenziale dei voti di scuola: che i genitori si parlino tra loro, o che si preoccupino per lui, che gli stiano vicini…

3. C’è un motivo per cui sei al mondo, e sei qui

… non amo le facili consolazioni, ma credo sia importante abbandonare l’ansia di tutti gli errori che possiamo fare a causa del nostro inconscio e osservare con un sorriso di consapevolezza il figlio che ci fa tanto arrabbiare: per lui, e per noi, c’è un motivo perché è qui. James Hillman, nel suo libro “Il codice dell’anima”, riesplorava il mito di Platone secondo cui ogni anima scende nel mondo con una vocazione, un tratto caratteristico che solo realizzandosi pienamente nella vita che si è scelta potrà mostrare chi è. Nella vita che si è scelta … L’importante è non smarrire mai la voglia di ascoltare chi siamo – emozioni “scomode” comprese – e di realizzarlo.

“è appunto perché amiamo tanto i nostri figli che siamo così vulnerabili: quanto più intenso è il nostro amore, tanto più è facile sentirci feriti e perdere l’equilibrio emotivo da cui dipende la capacità di mantenersi pazienti e comprensivi. Fossimo più indifferenti nei confronti dei nostri figli, essi non avrebbero il potere di farci perdere il controllo di noi stessi” (B. Bettleheim).

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4 COMMENTI

  1. oltre a Bettleheim consiglio di leggere anche i libri di Alice Miller , psicoanalista svizzera del movimento esistenziale e antipsichiatrico degli anni Sessanta e Settanta che ha concentrato tutta la dovuta comprensione al bambino dalla nascita sino agli anni preadolescenziali e ha messo forse per la prima volta in maniera totale , svelata e sconvolgente nero su bianco gli errori e gli abusi ( purtroppo tanti e ancora oggi perpetuanti) che tanta vecchia e pericolosa “pedagogia” ha esercitato su generazioni di genitori e bambini sin dalla primissima infanzia .

    Eleonora , insegnante e attivista sociale Perugia

    • @squa: lo leggo, lo centellino, lo rileggo… è un testo denso, ma mi dà tantissimo… anche io ce l’ho sul comodino.. non si finisce mai di imparare! grazie per i complimenti 🙂

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