App di Parental Control: come e perché utilizzarle con gli adolescenti

Se il mio ruolo di riproduttore audio è cominciato più o meno all’uscita del reparto di maternità (Lascia stare quel povero gatto! Non disseminare la casa di biancheria intima usata! Non lanciare a terra i rifiuti! Lavati i denti!), con l’adolescenza si sta arricchendo a dismisura (non rubare i vestiti a tua sorella! Non hai bisogno di piegarti le ciglia per portare fuori la spazzatura! Studia! Fai i compiti!). Anzi, pare sia diventato il mio ruolo principale e la cosa non mi rende particolarmente felice e sono in crisi nera: la mia famiglia felice a volte mi sembra un deserto dove io urlo sola. Ma è la vita.

E comunque sono qui per darvi una buona notizia: ho delegato alla tecnologia la frase che ripetevo più spesso:“Molla quel maledetto cellulare!”.

Foto Kendra Kamp utilizzata con Licenza Creative Commons
Foto Kendra Kamp utilizzata con Licenza Creative Commons

Insomma, ho istallato un’applicazione di parental control (che precedentemente era istallata solo sul nostro router, con diverse implicazioni) e almeno la notte siamo salvi dal vamping.

Prima di dirvi perché e per come, ci tengo a fare una breve premessa: se dovessi collocarmi tra gli enthusiast e i detractor della tecnologia, mi collocherei credo più verso gli enthusiast. Quando ci preoccupiamo (giustamente) per i pericoli e le insidie della tecnologia, di cui a mio modesto parere il più realistico è l’addiction e il più subdolo la manipolazione, ci “dimentichiamo” sempre di tutto quello che abbiamo più di prima: io personalmente grazie a mappe e navigatori vivo meglio; ho tutta la musica che da ragazzina non mi potevo permettere; ho scoperto cose interessanti e fatto amicizie importanti durante il cazzeggio su Facebook (gli amici del gruppo di GC, per dire, sono parte della mia vita); programmo e prenoto i miei viaggi molto meglio di prima; leggo i magazine che mi interessano senza andare in emeroteca (di pomeriggio, perché Le Monde esce rigorosamente dopo pranzo), e molto altro naturalmente.

Perché tuttavia ho bisogno di limitare la vita delle mie figlie online?

Parental control per chi non sa farsi rispettare come genitore?

In una discussione sul gruppo FB di Genitori Crescono qualcuno argomentò che usare il parental control significa non saper far rispettare le regole. Nel mio caso è parzialmente vero. Sono anni che dico alle ragazze che la libertà è una forma di disciplina. Finché sono state disciplinate, hanno potuto fare quel piffero che volevano. Poi sono diventate adolescenti e il magico principio dell’anarchia ha smesso di funzionare. Ma a quanto pare, succede anche ai genitori più in gamba (tra l’altro, non so voi, ma da adolescente, dribblare le forse due regole che mi venivano imposte, era il mio sport preferito).

Staccare tre adolescenti dal telefono significa dire la stessa cosa 350 volte al giorno (e scrivere qualche decina di messaggi whatsapp dall’ufficio), o sequestrarlo. Molti genitori di adolescenti (anche se spero non tutti, ci mancherebbe) lo sanno bene.

Chi è nato negli anni 2000 non concepisce alcuna differenza tra la vita reale e la vita virtuale. Stare con gli amici può voler dire anche stare TUTTO il giorno in call. Una marea di volte scopro ospiti invisibili dopo aver detto qualcosa di imbarazzante tra le mura domestiche rivolta alle mie figlie. Poi ci sono youtube e Instagram: con le dovute differenze, corrispondono più o meno all’intrattenimento che noi ottenevamo dalla tv. Poi ci sono i videogiochi. Ah, i videogiochi*. Poi ci sono libri e fumetti online (come su Wittpad), le app che risolvono la vita ai dislessici (per esempio quelle che leggono ad alta voce i file), e poi ci sono i compiti e il registro elettronico, ed eventualmente gli approfondimenti proposti dai prof su Google Schoolar. Non risulta così strano che un pomeriggio di circa 4 ore preveda 4 ore di connessione (tra compiti, amici e intrattenimento). Un po’ meno positivo è il fatto che su quelle 4 ore, 3 potrebbero essere state passate a guardare tutorial di make up su Instagram, mentre i compiti non venivano fatti e le chat con gli amici venivano rimandate a quando i genitori dormono. Non è positivo ma succede.

Un’app di parental control è un’applicazione che generalmente permette al genitore di monitorare attività e posizione del figlio e di configurare una serie di limitazioni che possono andare dal timer notturno, alla limitazione delle ore giornaliere passate online, al “blocco” (più o meno efficace) di siti o contenuti per adulti. A seconda dell’app scelta si possono operare configurazioni anche piuttosto granulari, ad esempio si può togliere l’autorizzazione all’app Instagram del figlio di utilizzare la webcam, per dire.

Il controllo condiviso grazie a Google Family Link

L’app che ho scelto io e che mi sembra adatta sia a bambini (che spesso sono dotati di un dispositivo anche condiviso, ma che non per questo non vanno protetti) che ad adolescenti; è molto semplice da installare e da utilizzare, è gratuita e in italiano, e inoltre prevede un sistema di consenso che coinvolge il ragazzo nelle decisioni e nelle responsabilità. Si chiama Google Family Link.

È compatibile sia con sistemi operativi Android che con sistemi operativi Ios (quindi mondo Apple). L’istallazione sul dispositivo del genitore e del figlio richiede al massimo 10 minuti e in questi 10 minuti genitore e figlio devono essere assieme, perché viene richiesto il codice del genitore durante l’istallazione dell’app per il figlio e la password Google del figlio come “firma” e accettazione. All’atto dell’istallazione l’adolescente viene informato su quello che il genitore può fare e non fare attraverso l’app, ma anche del fatto che può interrompere la protezione del genitore in qualunque momento. Disistallando l’app o, banalmente, staccando il gps quando non vuol far sapere dov’è. È questo che mi piace di Google Family Link: sebbene in qualche modo ho quasi obbligato le mie figlie a installarla (“Non serve: io non utilizzo lo smartphone di notte”; “Fantastico, allora non ti accorgerai neanche che è bloccato”), sono state coinvolte nella definizione delle regole e conservano un potentissimo “diritto di veto”.

Il genitore diventa un po’ “l’amministratore di sistema” dei dispositivi familiari. Se come me lavorate in azienda, saprete bene che quando non riuscite a fare qualcosa, spesso è “colpa” di qualcuno che, nascosto nell’ufficio IT, sta tramando contro di voi. Le aziende hanno dei sistemi più o meno complessi che tutelano “le macchine” aziendali, i siti, i dati dell’azienda e dei suoi clienti. In questo tipo di contesto non è considerato strano né sbagliato prevenire in maniera coatta errori (o perché no, malafede) umani che potrebbero arrecare danni consistenti. Ma non poteva bastare un regolamento? Spesso no: piccoli errori di distrazione possono arrecare grossi problemi (un avvocato mi ha raccontato di un caso di suicidio dovuto a un errore banalissimo di un operatore sanitario nel trattare un dato al fine di consegnare un referto. Magari non era vero, ma certo era verosimile). Allo stesso modo voi tutelerete la vostra famiglia nel modo che ritenete più opportuno: se serve, anche in maniera più o meno forzata.

I vostri figli adolescenti, che rapporto hanno con lo smartphone? E voi, come fate fronte alle vostre legittime preoccupazioni di genitori?

*Parlando di gaming, se vi può consolare, il libro che sto leggendo, Everything bad is good for you, di Steven Johnson (in italiano: Tutto quello che fa male ti fa bene. Perché la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono intelligenti), dedica parecchie pagine alla spiegazione di come, giocando, si acquisiscano skill importanti .

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