Amori di mamma ma dde ché?

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Un nuovo libro sulle croci e fatiche della maternità, sfrondato delle gioie e delizie. Non puffosi bebè sorridenti, ma cruda realtà.
cop_low_amori_di_mammaBè, direte voi, se ne sentiva il bisogno? Un altro libro sulla maternità imperfetta di questi anni? Un altro libro tratto da un blog di una mamma? Un altro libro che ci spiega che essere madri è un’impresa molto difficile in una società che rema contro?

Sì. Ebbene sì. Un altro libro, ma diverso dal solito.
Perché “Amori di mamma un #@**%!” (così nel titolo originale italiano, non per mia pudicizia) ha una caratteristica particolare: è spietato!

La spietatezza di Karen Alpert, che può lasciarci sconcertati, la spiego con un dato geografico: lei non è madre mediterranea, cresciuta a “piezz’e core“. Lei ha il disincanto americano che le permette di essere anche molto, molto cattiva, ha un retaggio culturale che non mette sempre la lettera maiuscola (anche quando apparentemente non c’è) alla parola Mamma, caricandola di rigore morale.

Devo premettere di essere in profondo disaccordo con il sottotitolo: “Tutto ciò che avreste voluto sapere prima di avere figli (ma che nessuno vi ha mai detto)“.
Ehm… no, a me sembra che il libro riporti proprio quello che NON si dovrebbe MAI sapere PRIMA di avere figli, per evitare un catastrofico abbattimento delle nascite. Tanto lo si scopre subito DOPO e i libri come questo servono proprio a renderci conto che no, non siamo soli.

Sapete, però, cos’è che veramente nessuno vi dice mai e nessuno si aspetta prima di avere figli? Non che ci saranno notti insonni e giornate frenetiche, che perderete ogni abitudine, che vedrete sgretolarsi ogni certezza, che farete e direte cose impensabili che avete sempre bollato con “io mai”. No, quello che davvero nessuno vi dice, prima di averne, è che farete dei brutti pensieri sui vostri figli.
Nessuno crede veramente che ci saranno momenti in cui penserà cose orribili sul tenero frugoletto sangue del suo sangue e che continuerà ad avere barlumi di quei pensieri sui propri figli almeno per una quarantina d’anni.
Ecco, se Karen Alpert ha un merito e quello di concedere, a se stessa e a chi la legge, la possibilità di pensare e parlare male dei figli.

Chi è questa donna così sfrontata da smontare il mito della “madre sufficientemente buona” per ipotizzare al suo posto la “madre sufficientemente cattiva”?
Karen Alpert fa parte della “potentissima lobby” del mommy-blogging americano. Il suo “Baby Sideburns” è un blog molto noto, nel quale racconta la sua vita di mamma con lo stesso stile del libro: linguaggio molto disinvolto, che nulla concede alla forma scritta e tratta la pagina come una chiacchierata tra amiche, senza timore di usare espressioni e immagini crude e sfrontate.
La prima edizione americana del libro ha visto la luce con il crowdfunding, cioè è stata finanziata dal sostegno di chiunque volesse partecipare al progetto anche con una somma minima. Da lì è stato un successo letterario e ora viene tradotto in Italia da Giunti.

Si tratta di un libro chiaramente comico, ma leggerlo crea a volte delle dissonanze, delle stonature, dei graffi… a tratti fa sentire anche infastiditi, ma è proprio questa la sua mira: raccontare che la maternità non è un processo lineare.

In tutto il libro c’è un solo, breve capitolo serio. Da quello ho compreso realmente il messaggio di Karen.
Racconta che per un attimo, solo un attimo nella sua vita, ha toccato talmente il fondo, tra stanchezza e smarrimento, da voler davvero veder sparire suo figlio. Per lei è durato pochi terribili istanti, in cui ha provato il desiderio che non fosse mai nato per riavere indietro la vita precedente. E lì, in quel momento ha pensato a cosa volesse dire una depressione post partum: provare quella sensazione per giorni o mesi o chissà quanto.
E allora ben venga ogni libro scanzonato, irriverente, sopra le righe, se il suo messaggio è: coraggio, non sei la sola!

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3 COMMENTI

  1. Già, la maternità, come la paternità, ma come ogni altro processo di crescita non è lineare. Paradossalmente noi vorremmo che crescere fosse un processo lineare, ma se crescere fosse quello che ci aspettiamo cosa potremmo apprendere che già non conosciamo? Crescere per me significa prima di tutto mettersi in gioco.

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